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Mad Men

Mad Men: recensione episodio 7.12 – Lost Horizon

Lost Horizon è la perdita dei punti di riferimento, della bussola, l’inizio di una nuova vita, il vagare senza una meta, la mancanza delle certezze acquisite, l’incapacità di riconoscere sé stessi e di farsi riconoscere. Insomma, una bella botta. Ogni singola scena in questo incipit di puntata ci tiene a precisare senza possibilità di fraintendimenti che con il passaggio alla McCann-Erickson la musica è cambiata e con essa devono cambiare le abitudini dei protagonisti, altrimenti… Raus!
L’arrivo alla McCann-Erickson è come scegliere l’arredamento del nuovo appartamento: tutto potrebbe essere bellissimo, divino, quello che si è sempre sognato (la Coca-Cola! Come ci ricorda la riunione dei direttori creativi), ma una scelta sbagliata e quell’appartamento potrebbe diventare inaffrontabile.
Lost Horizon è un continuo confronto fra lo stile di vita e di lavoro della Sterling-Cooper e della McCann-Erickson e fin dall’inizio è unvlcsnap-369664 monito per i nostri personaggi: “vietato appisolarsi!” dice Meredith a Don appena il capo arriva in ufficio. Quello della segretaria è un avvertimento doppio: cerca di mettere in riga il boss, che è nuovamente arrivato in ritardo, poiché nella nuova agenzia certe libertà non saranno più tollerate, ma è anche un consiglio che suona quasi come un avvertimento; la McCann-Erickson è una folle seduzione, il paradiso dei pubblicitari, che mentre ti affascina con discorsi del tipo “ho comprato la Sterling-Cooper solo per avere Don Draper”, “Sono 10 anni che provo a prenderti Don” o “Siete qui per farci fare il salto di qualità”, di nascosto ti irreggimenta, ti uniforma, ti normalizza. Don non è più la stella brillante che affascina il cliente appena varcata la porta, è uno come tanti in un mondo dove non sembra esserci spazio per la fantasia e dove bisogna solo prendere appunti in base al volere del cliente, è solo “Don Draper della McCann-Erickson” e appena Don se ne rende conto, scappa.

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Il mondo di Mad Men per i lavoratori della Sterling Cooper è come il loro ufficio in Madison Avenue, una realtà in disiallestimento. Rimangono ancora alcune tracce, la presenza, ma ormai sono solo stanze vuote, in decadenza, con i fili scoperti e i pannelli mancanti. E’ finita un’era, come sottolineano Crane e Sterling. Non solo l’era dei computer sostituiti da un team di statistici, ma anche l’era dov’era il singolo (comprese le sue sregolatezze) a fare la differenza. Il primo ad avvertire la propria incompatibilità col nuovo mondo è proprio Sterling che, da sempre radicato a quanto conquistato in vita, torna nei vecchi uffici per non sentirsi inutile.
Il cambiamento da un mondo che potremmo definire straordinario ad uno molto più ordinario viene sofferto maggiormente dalle figure femminili: come temuto fin dall’episodio precedente, Joan alla McCann-Erickson non è considerata e Peggy dapprima viene scambiata per una segretaria, poi lasciata in un limbo ad aspettare mentre le colleghe si spartiscono i clienti.

Sia dai sottoposti che dai superiori, Joan è semplicemente considerata per il suo corpo, una persona  con cui spassarsela. In un attimo le conquiste e le capacità maturate negli anni si volatilizzano e persino quando ha ragione da vendere (quando Dennis chiede al cliente in sedia a rotelle di andare a giocare a golf), rimane sempre e solo sostanzialmente due tette enormi con una bocca. Ma mentre la prima parte di questo miniplot è attenta, sottile e studiata, la seconda parte è troppo sbrigativa ed esplicita, probabilmente per mancanza di tempo nell’economia della serie. Nel giro di due minuti due Joan passa dalla voglia di combattere una guerra con coltello nei denti, ad una ritirata strategica e quasi remunerativa, ma con la dignità sotto i tacchi.

In relazione a Don e a Joan, per Peggy il percorso è inverso: completamente persa all’inizio, senza una posizione sociale e unavlcsnap-348487 collocazione nello spazio (dice che starà alla Sterling-Cooper, poi la troviamo a casa e poi di nuovo nei vecchi uffici), solo dopo aver fatto una sorta di mini viaggio nella perdizione, Peggy ritrova sé stessa. Non riconosciuta come copywriter, entrata in Mad Men come segretaria, ormai Peggy non è più nemmeno capace di fare il caffè. E’ il personaggio che più di tutti ha visto dipendere la propria identità dal pensiero degli altri: considerata solo come una segretaria, una conquista da ufficio, una grassona non rimorchiabile (quand’era incinta), ha dovuto lottare sgomitando per salire i gradini della scala sociale; ha avuto conferma del proprio valore solo  quando ha abbandonato la Sterling-Cooper ed ha capito di essere all’altezza della McCann-Erickson solo grazie alle offerte fattele pervenire dal suo agente. Eppure, prima del passo finale, la stima attorno a lei scompare, tutto le crolla attorno, come l’ufficio, torna ad essere per un attimo una segretaria e poi neanche quella, ma dopo una sbronza riprende lo spirito battagliero d’un tempo ed entra in McCann-Erickson pronta a vendere cara la pelle, ma soprattutto come unico anello di congiunzione fra il passato e il futuro, con il quadro di Cooper (il polipone che pratica sesso orale alla donna, vagamente simboleggiante la situazione attuale) sottobraccio.

Ho scritto unico anello di congiunzione perché gli altri rimasti, Ted e Pete, in quel poco (quasi niente) in cui appaiono, sembrano ormai convinti ad allinearsi alle nuove prospettive, esattamente le stesse da cui Don, come dicevano all’inizio, scappa. Ma solamente per non trovare niente. Non trova niente quando va a prendere Sally per uscire insieme a cena; trova una casa vuota, senza bambini; c’è solo Betty e per un attimo sono di nuovo Betty e Don, prima che lei si sottragga e lo lasci con un pugno di mosche. Parte quindi il viaggio per tutta la notte alla ricerca di Diana, per la quale l’attrazione di Don da una parte continua a risultarmi alquanto forzata, dall’altra mi ricorda la decisione di sposare Megan quando a New York c’era Faye ad aspettarlo; tentare la strada sicura, invece di prendere un azzardo. Solamente che questa volta la strada sicura si rivela tutta una finzione come il nuovo mondo alla McCann-Ericksson. Diana ha mentito a Don come Jim ha mentito a tutti loro. E un altro avvertimento piomba sulla testa di Draper da parte dell’ex marito di Diana. Lascia perdere amico, perché lui sta ancora raccogliendo i cocci di una relazione votata alla distruzione. Una distruzione dentro la quale Don vive perennemente, con un’identità che non è la sua e che ormai nemmeno gli basta più, tanto da presentarsi a casa del marito di Diana con una terza identità. Orizzonti persi, ma forse nemmeno mai avuti, forse solo un’illusione. Una persona che vaga a caso, senza meta. Don è sia l’autostoppista pronto a condividere per un tratto il viaggio con qualcuno salvo poi andarsene per la sua strada, sia il guidatore che accetta di cambiare il proprio tragitto per stare un po’ in auto con qualcuno, seppur sconosciuto, giusto per avere un po’ di compagnia, per poi mollarlo dove capita e fare salire, se si ha fortuna, qualcun altro. Anche un fantasma. E’ lo stesso passato di Don, la figura che l’ha reso tale a chiedergli dove stia andando. Ancora non si sa. Le certezze, come la California, sono andate. Si è saliti sul grattacielo, ma la cima non era come quella da tempo desiderata. Ora tocca solo buttarsi giù. La domanda che ci si pone da sette stagione è se questo avverrà solo metaforicamente, come in queste sette stagioni di alternanza di sali e scendi, o se alla fine avverrà veramente, come sigla vuole.

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