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Mad Men

Mad Men: recensione episodio 7.03 – Field Trip

La domanda che mi sto ponendo dall’inizio di quest’ultima stagione di Mad Men è se finalmente vedremo Don Draper (metaforicamente) cadere giù da quel grattacielo come nella sigla iniziale o se lo ritroveremo improvvisamente seduto su qualche divano, col suo charme, a fumare una sigaretta come sempre accaduto fin’ora nei momenti di crisi passati.

vlcsnap-162675I primi due episodi si sono contraddistinti per una corsa al massacro del protagonista di Mad Men e anche l’incipit di questo Field Trip procede nella medesima direzione fin dalla prima inquadratura, un dolly verso il basso, nell’identico movimento dell’uomo che sprofonda, per trovare in fondo solo Don, seduto, a guardare un film, “congelato” nella propria posizione a vedere trascorrere la vita degli altri, cosa che ormai gli accade anche nella realtà. Il film scelto per questo incipit è alquanto evocativo della situazione di Don: “L’amante perduta”, film del ’69, di Jacques Demy con Anouk Aimée e Gary Lockwood, parla di un uomo scontento della propria posizione lavorativa e sentimentale che un giorno si imbatte in una pin-up francese altrettanto delusa;  insieme passeranno un breve momento d’amore per poi salutarsi e procedere con le loro vite (e tanti saluti a Megan).
“Abbandonato” persino dalla segretaria, il percorso di umiliazione di Don inizia con un gesto molto semplice ma che esprime moltissimo sulla nuova condizione di Draper. L’uomo che non deve chiedere mai è costretto a fare personalmente una telefonata, dopo aver perso il proprio status quo e quell’orpello distintivo che fu la segretaria personale (di colore).
Il bastonamento di Don prosegue poi molto selvaggiamente: recatosi a trovare Megan, Don si scopre, come rarissime volte nella sua vita (e forse solo in California), sincero al punto tale da confessare il motivo della sua visita e la medesima perdita del lavoro (l’aria della California fa brutti scherzi). Scivolone imperdonabile nei rapporti con l’altro sesso di proporzioni bibliche e infatti Megan puntualmente lo caccia di casa, allontanandolo da quella California che un tempo era un luogo di rifugio e un luogo da cui ripartire, ma soprattutto sottraendosi al fascino dell’uomo che non deve chiedere mai. E’ un inizio di ribaltamento, già cominciato sul finale della stagione scorsa quando fu Sylvia ad interrompere la loro relazione. E così sono consecutivamente due le donne a piantarlo in asso, alle quali si aggiunge Betty che se l’è portato a letto per poi farsi trovare l’indomani a colazione col nuovo marito.

Colpito nella vita privata, Don accusa il colpo anche in quella pubblica ed è costretto a chiamare personalmente un’altra agenzia per ottenere un impiego, ricevendo come risposta un ruolo in una posizione nettamente minore rispetto a quello non svolto attualmente. Ignorata come mai nella sua vita la bambola bionda (e siamo a due, contando l’hostess), grazie all’offerta ricevuta, Don si reca da Roger-Hugh Hefner per chiedere di ritornare in ufficio, ottenendo come risposta ancora una frase che ci da il senso di come la posizione di Don si stia sempre più dirigendo verso il basso: “Ti ho trovato sul fondo della scatola di una pelliccia”.
Da quella scatola di pelliccia Don salì in alto, fino alla sommità del grattacielo, ed ora eccolo lì, nel cuore della sua discesa negli inferi,vlcsnap-105901 di nuovo seduto su un divano, come nella sigla, pronto a ricominciare, pronto ad ammaliare tutti noi. Solo che la sua posizione è speculare ai titoli di testa, è ribaltata, come ribaltato sarà il suo ruolo all’interno della storia. Al telefono con Megan è Don a chiedere alla donna di rivedersi dopo mesi passati al chiuso nel proprio appartamento con la moglie che lo scongiurava di raggiungerla; è sempre Don ad esporre il fianco con un “ti amo” più o meno veritiero, ottenendo da Megan un semplice “buona notte” e il telefono agganciato in faccia; è Don quello che confessa di aver paura di vedere la propria persona sminuita agli occhi dell’altra. E’ Don che chiama, è Don che aspetta che l’altra risponda al telefono. Ed è Don che aspetta in ufficio, per un’intera giornata, la riunione che dovrebbe decidere il suo futuro dopo sei stagioni trascorse a fare attendere gli altri.
La giornata interminabile trascorsa in ufficio serve anche per mettere a confronto Draper col suo alter ego. Non Ted ormai partito per lidi lontani dove passa attraverso gli ambienti senza che nessuno si accorga di lui; non Peggy che dopo averlo “tradito”, dopo essere vlcsnap-157570stata incapace di promuovere il proprio spot ai premi Clio, gli rinfaccia la decisione di essere voluto tornare al lavoro. L0u. Lou, col suo golfino demodè pure negli anni ’60, le sue guance cadenti, gli occhiali sorretti da una catena e il suo atteggiamento castrante nei confronti del lavoro e delle aspirazioni degli altri; è Lou il suo alter ego, in questo paragonato quasi ad una macchina, ad un computer. Mentre Don è l’imprevedibilità, il genio, la sregolatezza, Lou è programmato per fare solo ed esclusivamente quello e da lui si sa già quale risultato ci si può attendere, come con un computer, freddo, calcolatore. Uno si avvicina alla telecamera fino quasi a rimanerne schiacciato, oppresso, circondato, l’altro si allontana, anche quando effettuano lo stesso movimento, entrare da una porta. Ed è questa la domanda che Roger pone ai propri soci nella riunione che deciderà le sorti di Don: meglio qualcosa che si sa già cosa può dare (il computer Lou) e che restituirà sempre e solo quel risultato, appena soddisfacente, o è preferibile qualcuno che ti può abbandonare in braghe di tela da un momento all’altro ma col quale puoi puntare (e soprattutto sognare) in grande senza sapere cosa ti riserva il domani ? Vuoi  sopravvivere o vuoi vivere ?
La risposta dei soci è ovvia e aiutata da una botta di conti al portafogli. Ma Don non può essere più lasciato a briglie sciolte. E allora l’umiliazione che sembrava essere arginata, può compiere un altro inesorabile passo in avanti: Don non potrà incontrare clienti da solo, sarà imbrigliato (lui da sempre spirito libero), non potrà bere in ufficio se non ipocritamente di fronte ai clienti (lui che aveva sempre preferito la strada sincera e trasparente anche quando si è trattato di definire stupida la linea di pensiero di un cliente come la Jaguar), ma soprattutto sarà alle dipendenze dell’alter ego Lou (il simbolo della castrazione e dell’imbrigliatura) e rilegato nell’ufficio del morto (lui che ha sempre cercato di essere vivo), nelle quattro mure dove Lane si impiccò proprio a causa sua. Ribaltamento completato.

Poi c’è l’altra parte della storia, quella che vede in scena Betty, mettendola di fronte a presagi così nefasti sul suo futuro che al paragone i corvi visti da Cesare la mattina del suo assassinio potrebbero impallidire, presagi secondi solamente all’aver affibbiato a Don l’ufficiovlcsnap-159867 del morto. Ancora gioca un ruolo chiave nel subplot di puntata l’alter ego. Una madre casalinga che trascorre la propria vita supervisionando la crescita dei figli confrontata con la madre lavoratrice che i figli ormai li ha lasciati andare per la propria strada già da un pezzo. Due modi diversi di intendere il ruolo di donna all’interno della famiglia che tuttavia sembrano premiare l’agente di viaggio rispetto all’ex modella, che nell’uscita didattica, the field trip, insieme al figlio vede il bambino involontariamente privarsi della compagnia della madre a vantaggio di un sacchetto di caramelle, dopo che la madre ha dovuto affrontare, a testa alta, lo scontro con una figura di alter ego ancor più pericolosa, quella figura materna di una maestra sfacciatamente più seducente di una donna al secondo matrimonio e al terzo figlio.
Per Betty insomma una bella semina di paranoie che potrebbero minare la sua stabilità e la sua posizione ritrovata, come donna, come madre e come moglie; per Don un’uscita didattica piena di insegnamenti e umiliazioni che lo aiuteranno a risollevarsi per l’ennesima volta. Punto di domanda per entrambi.

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