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Mad Men

Mad Men: Recensione dell’episodio 6.04 – To have and to hold

Il personaggio di Don è il punto mancante

Ammetto di non aver trovato l’inizio di questa stagione esaltante come le precedenti. Episodi certo buoni e pregevoli, ma leggermente distanti dagli standard (elevatissimi) che la serie ha imposto nel corso di questi cinque (ora sei) anni. Questo To Have and to Hold ci riporta il Mad Men da sempre elogiato. Almeno in parte. Ci sono tre grandi fili narrativi che si intrecciano, per tema e significato, lungo i quarantasette minuti: Joan, la Heinz e Don. E uno di questi è il vero problema di questa stagione: Don. Per chi scrive, quest’anno Weiner sembra stia toppando alla grande nel descrivere e raccontare il personaggio di Don (spero di ricredermi). Sembra che Don sia entrato in un loop stagnante, il suo personaggio sembra non si stia più arricchendo di nuove sfumature (positive e, soprattutto, negative) ma stia lì fermo, immobile, ripercorrendo le stesse situazione passate, sbiadito e stanco. Soprattutto stanco. Come stanca è la mm 604 b
parte dell’episodio che lo riguarda. La crisi matrimoniale tra lui e Megan non è affrontata in maniera intelligente, arguta, pungente, come in passato.

C’è un ritorno al passato nelle situazioni, non nella scrittura di esse. Vero è che non è mai stato un personaggio semplice da capire, sempre sfuggente ad ogni definizione ma contemporaneamente coerente a se stesso. Ora, più che mai, sembra un fantoccio vuoto, un’ombra, una mera imitazione e ripetizione di se stesso. E di certo il personaggio di Sylvia non aiuta, perché piatto, perché sa di già visto e perché tira fuori frasi ad effetto degne del miglior pomeriggio domenicale italiano (“for you to find peace”, suvvia!). Mentre Megan, in tutto ciò, continua a risultare irritante, ingestibile per Don (e forse per lo stesso Weiner), un personaggio che sembra aver già detto e dato tutto quanto allo show ed è in attesa di essere eliminato (perché prima o poi lo scontro/scoppio della coppia arriverà, almeno è questo che si presagisce).

Diverso è il caso di Joan, vera protagonista dell’episodio, la donna delle contraddizione, la sintesi perfetta dello scontro tra identità personale e identità sociale. La sua carica di socio è solo un titolo, un ruolo senza alcun potere, vuoto riempito solo dalle aspettative e mm 604 cdal prestigio che gli altri (nello specifico la sua amica Kate, che la spinge a fare un tuffo nell’adolescenza durante una notte) percepiscono ed immaginano. Tant’è che non riesce nemmeno a far licenziare la segretaria di Harry che si è allontanata prima dal lavoro, facendo timbrare il cartellino a Dawn, la segretaria di colore di Don. Ottimo lo sguardo sulla realtà afroamericana di quegli anni, ed è sottile il paragone tra Joan e Dawn, entrambe personalità forti che scendono a forti compromessi per resistere nei loro rispettivi mondi. Dettagli, sottigliezze, accenni che rendono Mad Men l’opera che è. Le donne in questo show hanno sempre brillato di una luce particolare, sfumata ed intensa. Prendiamo Peggy, la meravigliosa Peggy, che ruba con classe un cliente (il Ketchup Heninz) e una frase a Don, affermandosi ancora di più come prototipo moderno femminile.

Episodio dal responso dolceamaro. Se da un lato abbiamo la storyline di Don che tende ad abbassare il gradimento, dall’altra Joan e lo scontro tra le agenzie per guadagnarsi la Heinz come cliente sono roba da Mad Men in grande spolvero. Ossia quanto di meglio la tv ha mai regalato.

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