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Luke Cage

Luke Cage: Recensione della prima stagione

Luke Cage

Quando ho iniziato  la visione di Luke Cage non avevo grandi aspettative. Prima di incontrarlo in Jessica Jones conoscevo a malapena questo personaggio e, viste le sue capacità fisiche tutto, ciò che speravo potesse offrire l’ultimo arrivato nella grande casa di streaming era una bella stagione piena zeppa di scazzottate coreografiche, per passare il tempo in leggerezza. Non era possibile pensare qualcosa di più sbagliato.

alfre_woodard_convertedSe infatti con Jessica e Daredevil Netflix era già riuscita a reinventare e riscrivere il genere supereroistico nel piccolo schermo, con Luke Cage riesce a ripetere questa operazione, offrendo un prodotto assolutamente originale e innovativo per l’argomento trattato. Se la storia di Matt si nutriva della giustizia e dell’antagonismo nei confronti di Fisk e quella di Jessica su conflitti irrisolti, con Luke Cage si va oltre. Dmenticate infatti il solito conflitto bene contro male (che comunque non manca per carità) perché l’obiettivo di questa serie è un’analisi del tessuto sociale e culturale che rende Harlem tale.

Quasi pescando all’idea manzoniana della folla senza tutte quelle caratteristiche negative, questa serie mette al centro della vicenda la gente del quartiere afro-americano di New York. Ogni azione compiuta dai protagonisti vede una risposta, avversa o meno, da parte degli abitanti del posto. Più volte capita che siano proprio le reazioni degli harlemites a scalfire le decisioni dei protagonisti, ricordando molto realisticamente come spesso nella vita i desideri dei singoli vengano plasmati da ciò che gli sta intorno, piuttosto che dalla semplice voglia di auto-affermarsi.

Il personaggio che in primis si dimostra specchio ma anche prima vittima dell’opinione di Harlem è infatti Mariah Dillard. Interpretata da una magistrale Alfre Woodard (che già in Desperate Housewives ci aveva messo i brividi con le sue smorfie e i suoi sguardi pieni di crudeltà), la consigliera incarna perfettamente il dualismo del quartiere, mostrando da un lato la volontà di rinascita e propaganda della cultura e della musica di Harlem, dall’altro la malavita fatta di omicidi e traffico di armi. Sarà proprio questo suo essere riflesso di un tessuto sociale ancora incerto, unito ad un passato infelice, a determinare la sua conversione alla criminalità regalando un villain assolutamente imprevedibile e, per questo motivo, temibile.

misty_knight_convertedAltro personaggio femminile che però dell’opinione pubblica se ne lava altamente le mani è la detective Misty Knight. Inizialmente presentataci come fiamma del protagonista, si leva di dosso molto (troppo) velocemente questa veste per rivelarsi una donna forte e sicura di sé, che fa della sua apparente invulnerabilità emotiva il suo punto debole principale. Più e più volte, infatti, il suo desiderio di avere tutto sotto controllo la porta fuori binario, mostrando allo spettatore la sua umanità. Ed è proprio qui che brilla il fascino del personaggio. Apparsa inizialmente come la classica donna forte e indipendente di turno, nel momento in cui viene messa davanti a se stessa non ha paura ad ammettere i suoi errori e di crescere, sia sul piano umano che su quello professionale.

Gradita è stata la presenza Claire, che per la prima volta dopo diverse comparse, riesce ad acquisire maggiore spessore come personaggio, dimostrandosi intelligente, piena di risorse e voglia di migliorarsi. Piccola nota puramente personale, mi sarebbe piaciuto un approfondimento maggiore su una (seppur improbabile) love story tra Misty e Luke piuttosto che tra il supereroe e l’infermiera, perché avrebbe aiutato a rendere la trama un po’ più drammatica anche sul piano amoroso. Si è capito come il rapporto fra i primi due sia stato una semplice sveltina, ma la velocità con cui Misty è uscita dagli orizzonti amorosi del protagonista ha avuto un retrogusto sbrigativo. Una contesa tra donne non sarebbe affatto dispiaciuta.

Parlando finalmente di Luke Cage, va detto che non ha nulla da invidiare alle controparti femminili. Se infatti anch’egli inizialmente può ricordare gli altri protagonisti Marvel delle serie Netflix, in quanto emarginato, sarà la sua capacità di amalgamarsi col tessuto sociale di Harlem a farlo trionfare e a renderlo diverso da ciò a cui è abituato lo spettatore. In diversi momenti mi sono trovato a pensare come Luke non fosse il protagonista vero, quanto l’espressione di ciò che il quartiere afro-americano ha di meglio da offrire, ovvero il senso di giustizia e di comunità che permette alla società umana di andare avanti e di plasmare il progresso.

luke_e_claire_convertedCome tutte le serie di Netflix anche questa viene concepita come un lungo film, piuttosto come tanti piccoli segmenti individuali. Le prime puntate sono state infatti molto introduttive, lente e incentrate sulla caratterizzazione dei personaggi, per poi accelerare bruscamente, il ritmo tramite diversi colpi di scena e uccisioni che hanno aiutato a tenere la tensione sempre alta. Bellissima la colonna sonora (trovate una playlist su Spotify con tutte le canzoni), che ha saputo sia plasmare la drammaticità nelle scene più intense, così fare da trait d’union tra i diversi passaggi narrativi con degli espedienti molto intelligenti e mai fuori luogo.

Insomma, a conti fatti Luke Cage si è dimostrata una serie vincente, condita da un buon ritmo e da una sceneggiatura quasi sempre solida, che ci fa ricordare di nuovo come i supereroi possano essere raccontati in cento modi diversi, non necessariamente riducendoli alla macchietta che salva il mondo sferrando la solita dose di pugni al sapore della giustizia.

Prima Stagione
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