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Cinema

Lucy: la recensione

 

Dopo Nikita, Mathilda (la ragazzina di “Léon”) e Leeloo (protagonista de “Il quinto elemento”), ecco un’altra energica eroina a dominare le scene del nuovo film di Luc Besson, interpretata da una sensuale Scarlett Johanson. Il suo nome è Lucy, come l’australopiteco ritenuto a lungo il nostro più antico progenitore, la prima donna che, secondo l’esperimento visionario del regista, riesce ad accedere gradualmente alla totalità delle potenzialità cerebrali, sviluppando dei poteri e delle capacità fisiche e mentali straordinarie. 461714.jpg-c_640_360_x-f_jpg-q_x-xxyxx

La trama che pecca forse un po’ di originalità si infittisce con ragionamenti di tipo scientifico e neurologico, necessari per spiegare cosa accade alla protagonista. Lucy studia nella caotica Taiwan e per colpa del suo inaffidabile ragazzo, viene costretta a consegnare una valigetta misteriosa ad un personaggio non ben identificato, ma decisamente losco. Nel giro di qualche minuto, la malcapitata fanciulla scopre di essere diventata preda di un minaccioso e potente trafficante di droga e viene costretta a trasportare dentro il suo addome parte del contenuto della valigetta: un chilo di una sostanza sintetica destinata a essere spacciata in Europa. Terrorizzata e costretta a eseguire gli ordini, viene intercettata da dei beceri individui che la picchiano senza ritegno: il pacchetto che trasporta perciò si rompe e i cristalli bluastri cominciano a circolare nel suo corpo e nel suo cervello, attivando esponenzialmente le potenzialità fisiche e mentali, al di là di ciò che è umanamente concepibile. Indecisa sul da farsi, si mette in contatto con un illustre neurologo, il professor Norman (Morgan Freeman), spiegandogli la sua situazione e accordando con lui un incontro a Parigi.

Benché la trama non risulti oltremodo invitante, la sua gestione e il montaggio mostrano il vero talento del regista francese, che, in un alternarsi di frammenti documentari sul mondo naturale, spiegazioni scientifiche accessibili ai meno competenti, sbalzi spazio-temporali e focalizzazione sulla determinata protagonista, non concede un momento di noia. La tensione è tenuta ben accesa lungo tutto l’intreccio, assistita da potenti effetti speciali.

Benché non si tratti della sua opera cinematografica migliore, Besson riesce sempre a stupire, a far trasparire la sua personalità e il suo talento, non rinunciando mai all’ironia più o meno diffusa. Apprezzabile è la sua capacità di costruire delle eroine diverse l’una dall’altra, ma che devono tutte ricorrere fino in fondo al loro carisma o alla loro straordinarietà per vivere o sopravvivere in un mondo di ingiustizie e spietati predatori.

lucyForse in questo caso si potrebbe leggere tra le righe un’amara idea di fondo: si dovrebbe ricorrere alla totalità delle capacità cerebrali, a tutte le nostre energie per cercare di capire e affrontare questo crudele mondo che abbiamo corrotto con le nostre mani incoscienti. Bisognerebbe persino varcare i confini dello scibile, consapevoli o meno del rischio che ciò comporta, come la mitologia insegna. Per giungere a cosa? Cosa bisogna farne di tutto questo sapere? E’ ciò che si domanda Lucy, la quale si rende conto di avvicinarsi sempre di più ad una conoscenza sconfinata dell’universo, al poter “sentire tutto”: un tutto che è descritto con parabole visionarie e spettacolari, dalla ricostruzione delle interiora del corpo umano all’universo misterioso e affascinante.

Oltre a essere trainati in un viaggio fantascientifico dalle premesse un po’ discutibili, ci ritroviamo coinvolti in un dibattito filosofico e biologico, fisico e trascendentale sull’origine e sull’esistenza della vita sulla terra, sullo scorrere del tempo e sui principi che regolano il mondo, senza la possibilità di ottenere delle risposte certe. Temi di questa modesta portata vengono concentrati in un thriller costruito con numerosi tasselli, che tiene col fiato sospeso per un’ora e mezza: una breve ma intensa visione.

 

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