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Low Winter Sun: Recensione della prima stagione.

Non mi è facile dare un giudizio netto su questa prima stagione di Low Winter Sun. Ho seguito volentieri lo show anche se mai con il grande entusiasmo che mi faceva mettere davanti al pc pregando di trovare l’episodio. Ci sono cose positive e altre che lo sono meno, ma credo che la pazienza, necessaria in alcuni parti di stagione, sia stata ripagata da un finale gestito bene, quantomeno nella sua seconda parte, mentre nella prima mi sono trovato un po’ spiazzato. Ma ci arriverò alla fine.

low winter sun 5Nel frattempo facciamo molti passi indietro e torniamo a quando avevo recensito il pilot di questa serie: avevo definito la stessa storia (ok, magari ora sintetizzo) come una trasposizione della stessa città, che ne è sia sfondo che corpo narrato. Detroit è morente, sporca e cattiva, come la serie parla di decadenza, persone brutte e corrotte. Il concetto fatto intravedere nel pilot viene ripreso e ampliato per tutto il resto della stagione, forse anche eccessivamente. Abbiamo capito che Detroit “sucks” e che la gente che ci abita “they suck”, ma la cosa ritorna costantemente e forse troppo ostentata, anziché limitarsi ad essere solo un semplice sfondo definito e fotografato perfettamente in avvio della serie. Non c’è un angolo pulito, non c’è una persona che non si lamenti della situazione, ci infiliamo pure la radio che di sottofondo ne parla ed inoltre tutte le inquadrature, le luci e i toni ribadiscono l’idea.

Non che la gestione tecnica sia carente, anzi, la fotografia è molto buona, il montaggio elegante e la regia in generale ci sa fare, ma il registro di fondo è un po’ ossessivo.

Un punto decisamente a favore sono gli interpreti: sono tutti bravi. Mark Strong e Lennie James sono i due mattatori, anche se il secondo a volte, quando vuole essere luciferino, carica un po’ troppo l’enfasi sulla cosa, ma rimedia decisamente in tutte le altre scene e per la varietà della sua interpretazione. low winter sun 4Strong invece non sbaglia mai, sia nei momenti in cui è dolente, sia nei momenti in cui è più in azione; la gamma di emozioni che riesce a coprire con la sua interpretazione è notevole. Lo sviluppo dei due personaggi aiuta molto: Joe Gaddes è un poliziotto corrotto, un uomo che mente, ma in realtà non riesci mai a capire quando smette di mentire o se la bugia sia diventata ormai una sua seconda pelle, quindi non si capisce fino in fondo se i suoi tentativi di spiegare la sua condizione con tutta una serie di condizioni personali e anche ambientali potrebbe essere in parte anche convincente, tralasciando il particolare che esce della sua bocca. Alla fine è un personaggio negativo, ma resta affascinante. Frank al contrario è un introverso, anche qui per cause legate alla sua vita personale e alla classica incapacità (quale bravo poliziotto della tv non ce l’ha?) di sapere gestire i propri affetti, ma che in un circolo vizioso, ingigantito dalla sua disperazione, fa scelte sbagliate e poi è sempre sul confine, se non a volte anche oltre, del lecito e del giusto.

low winter sun 7Anche i comprimari si difendono e tra loro spicca un eccezionale David Costabie, già eccezionale in Suits e Breaking Bad, che qui raggiunge picchi incredibili di recitazione, soprattutto nel finale di stagione. Il suo “You know I’m right” ripetuto all’infinito è magnifico.

La trama è un altro punto forte. Sappiamo che il soggetto non è originale, si rifà ad una miniserie britannica, con sempre Mark Strong protagonista, ma quella era in due parti, mentre qui di episodi ne hanno tirati fuori ben dieci. Certo, questo a volte si vede, soprattutto in alcuni episodi centrali, nei quali c’è un maggior senso di “stiracchiamento” o allungamento del brodo che dir si voglia, ma per il resto l’impianto regge, è ben calibrato e mantiene una coerenza senza sbavature. Io, come chi mi conosce sa, amo le trame orizzontali e qualsiasi accenno al procedurale un po’ mi infastidisce (pur dovendolo sopportare spesso) e in questo racconto la trama verticale non esiste, quindi può anche essere che questo mi influenzi nel dare un giudizio più positivo che negativo, ma devo sottolineare che comunque la storia porta avanti una trama compatta, dove tutte le deviazioni collaterali sono molto legate al cuore della storia, spesso da cause ed effetti e quindi non si perde il coninuum narrativo in inutili rivoli. Anche la parte che sembra più distante rispetto al filone principale, ossia quella della gang di Damon e Maya, si intreccia in svariati punti della narrazione, lasciando, devo ammetterlo, due punti d’avvio e due finali distinti, ma facendole correre parallele e a volte sovrapposte per lunghi tratti.

low winter sun 6La trama inoltre gioca costantemente su un filo sempre teso, sul limite di far esplodere il tutto o di perdere completamente il controllo e porta spesso i protagonisti a scambiarsi di parte in un costante rincorrersi e giocare d’astuzia con chi ti sta davanti. In questo contesto ho apprezzato molto i dialoghi, specie i confronti serrati tra protagonisti. Ce ne sarebbero molti da citare, ma quello che ho trovato più memorabile è il confronto tra Frank e Joe in barca sul fiume.

Il finale, come detto ad inizio recensione, lo suddivido in due tronconi. Nella prima parte Frank perde la lucidità e fa cose senza senso, come il voler ristabilire la giustizia in casi passati, violare i decreti restrittivi imposti dalla ex moglie, cercare di fuggire in Germania, fino alle cose più inconcepibili come il fare a pugni con gli operai fuori casa. Tutto questo l’ho trovato un po’ troppo fuori personaggio. Capisco la perdita di lucidità per la morte di Katia (anche se non ho capito per quale motivo dica per tutto l’episodio che è morta anche se il cadavere lo vede solo alla fine) e per la situazione sempre più sulla via del collasso, ma il Frank Agnew visto fino ad ora era tutt’altra cosa e ho trovato il tutto non coerente con il resto della storia. La non coerenza è stata probabilmente anche accentuata anche da un montaggio e da un uso delle musiche totalmente sfasato rispetto agli altri episodi, il che mi rassicura sul fatto che l’abbiano voluto, ma mi lascia l’impressione che non gli sia riuscito.

low winter sun 3La seconda parte invece è eccellente e spiazzante. Io, come immagino molti altri spettatori, mi aspettavo che la situazione subisse una svolta, arrivasse la cavalleria e le cose venissero messe nella giusta prospettiva con il buono che fa il gesto nobile o il gesto furbo e risolve tutto, invece no, il male vince, la polizia corrotta riesce a trovare un capro espiatorio che si immola sull’altare della sua disperazione, mentre tutti gli altri tornano nelle proprie posizioni, con qualche lieve ripercussione ma niente di rilevante, mentre chi aveva provato, sia nel lato della legge, sia in quello del crimine, a cambiare le cose, si ritrova solo, triste, sconfitto e, nel caso di Damon, pure morto. Un finale sicuramente potente che recupera alcune delle piccole pecche di questa serie e che comunque, almeno a me, lascia soddisfatto per quella che potrebbe essere una definitiva conclusione.

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