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London Spy

London Spy: Recensione dell’episodio 1.04 – I know

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London Spy è un bel drama nella sua parte intima che cerca di descrivere le connessioni delle persone, però poi vuole eccedere e la sovrastruttura spionistica, sinceramente, si rivela molto fragile, poco credibile e spesso eccessiva; in poche parole, quando London Spy si concentra su ciò che sa fare meglio è un bello show, anche se compassato, mentre quando esagera nel voler fare troppo, perde e si disperde nel già visto, noioso.

london spy 104bQuello che ci aveva colpito maggiormente nei primi episodi, forse più di tutti nel primo, era stata la grazia con cui veniva più dipinta che narrata questa relazione, nella sua nascita, sviluppo e morte. Un insieme più di immagini e di silenzi, di non detti e di sguardi, di sussurri e carezze, di forza e dolcezza. Tutto questo mostratoci con la scusa del mistero per far andare avanti il racconto, una spy story funzionale a raccontare qualcosa che stava ad un livello diverso, più personale. Una storyline mai troppo invasiva, più accennata che detta.

Anche in questo quarto episodio a tratti sembra funzionare così: la storia sembra ruotare intorno a Danny e vede le altre persone come satelliti, ma sposta il nostro punto di osservazione non più dal protagonista ma verso di lui. Vediamo Danny con gli occhi di Alex, ma lo vediamo anche con gli occhi di Scottie, del professore di Alex e perfino dell’escort a cui presta la fisicità per un cameo il nostro italianissimo Riccardo Scamarcio.

london spy 104dDiventa un gioco di prospettive, in cui non cerchiamo più di capire Alex, ma di vedere Danny in rapporto ad altri, nel vedere la sua evoluzione, punto forte della narrazione, dal ragazzetto con mille esperienze dolorose alle spalle e disperso in una vita senza scopo fino all’uomo che combatte per restituire dignità al nome dell’uomo che ha amato. Diventa colui che è ingannato agli occhi di Scamarcio, il giovane ingenuo e immeritevole per il professor Marcus Shaw, l’irraggiungibile completamento di se stesso per Scottie e infine, tramite i flashback che sono sempre incredibilmente potenti e diretti, colui che era più grande di lui per Alex, che era ritenuto da ogni altro il migliore di tutti.

Un gioco di sciarade, un gioco di rimandi e specchi, un caleidoscopio che potrebbe bastare a se stesso, ma purtroppo no, London Spy decide di andare oltre, di farci entrare nel vivo della spy story. E qui casca l’asino.

london spy 104eTutto diventa più posticcio e incomprensibile. Serve uno sforzo di volontà mostruoso per capire per quale motivo tutti i servizi segreti del mondo abbiano ucciso senza scrupoli in modo aberrante un uomo, per poi doversi inventare raffinati stratagemmi anziché far finire nel canale un ex tossico senza amici e un vecchietto che non si fila nessuno. Sopportando questo, poi, ci dobbiamo però sorbire complicazioni bizantine, ma fatte senza grossa voglia di sprecarsi troppo, come i giri assurdi che Danny e Scottie fanno tra bici, traghetti e di ogni per poi trovarsi con gli altri due in una fabbrica abbandonata dove questi arrivano tranquilli in macchina, ma però chiedono loro “t’ha mica seguito qualcuno?” o tante altre situazioni del genere, per poi arrivare al punto veramente epico.

Perché ce lo dovevano per forza dire cosa c’era in sta benedetta flashdrive nascosta dentro al “Codice Da Vinci”: Alex aveva scoperto il metodo sicuro sicuro per scoprire quando uno mente. Cagata pazzesca. 92 minuti di applausi ininterrotti. Sembra una brutta copia di Lie to Me, mischiato a Numbers e un libro complottista a caso. Brutto, già visto, insipido e posticcio. Faccio fatica a trovare parole più gentili per descriverlo.

london spy 104aDa qui in poi la spy story classica e mal fatta prende il sopravvento sulla parte intima, un imbarazzata agente di polizia lascia cadere ogni accusa contro Danny senza un perché, nello stesso momento in cui evidentemente i vecchi fantasmi vengono ritirati fuori a Scottie tanto da costringerlo al suicidio (sempre che sia andata così) e ora temo ci aspetti un ultimo episodio tutto azione e spiegazioni a caso, dimentichi di tutto il bello visto prima.

Peccato, perché la storia iniziale era intima e personale e affascinante da guardare, Ben Whishaw è un attore ecezzionale, troppo poco apprezzato dal grande pubblico, e lo si è usato molto bene per una parte di racconto e molto male per un’altra, così come l’interpretazione algida di Edward Holcroft ci restituisce un Alex assolutamente intrigante. Si poteva fare di più, anzi, bastava continuare a fare bene, senza voler eccedere.

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