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Little Bird – la recensione, Roma FF10

Sinceramente ero indecisa se raccontare l’esperienza e il mio parere su Little Bird di Vladimir Beck, un giovanissimo regista russo, ma credo che sia buono e giusto avvertire il pubblico che ha ancora la possibilità di non vedere questa pellicola. Certo, se volete annoiarvi per un’ora e mezza fraintendendo o capendo poco e nulla fatevi avanti, ma credo che esistano modi migliori per investire il proprio tempo, anche guardando fuori dalla finestra. Ma dai, si tratta di un film sul passaggio “dall’infanzia alla presa di coscienza”, fidiamoci: fidatevi, di coscienza ce n’è ben poca, sembrano tutti cretini, bambini e non.

Tanti, troppi vuoti informativi non permettono di capire dove siamo, chi sono i personaggi, cosa fanno nella vita. Mi si dirà, non tutti i film devono essere così, pieni di informazioni, ma un minimo! Oppure che compensino in altro modo, ma manco quello! Una ragazza arriva in un posto non precisato, in cui nessuno le rivolge parola se non la datrice di lavoro. Quel posto è pieno di bambini: bene, sarà un campo estivo (in Russia? boh, parlano una lingua incomprensibile e i sottotitoli vanno e vengono un po’ quando vogliono…). Tutti i ragazzini hanno degli sguardi molto strani e abitudini al limite del maniacale: uno non proferisce parola; l’altra poco di più, non sa nuotare ma si butta in acqua lo stesso; un altro ancora filma con una telecamera qualunque cosa si muova e si interessa particolarmente alla nuova “coppietta” del campo. Bene, forse ho capito male, si tratta di un luogo in cui i bambini “un po’ strani” a dir poco vengono messi a passar l’estate. Ma nemmeno gli animatori (?), sembrano tanto più svegli, lui con la faccia da pesce d’altura, lei (quella che arriva all’inizio) che non parla con nessuno ma fa la cerbiatta prima con un ragazzino, poi con l’altro tardone della sua età, con cui ovviamente si trova.

Ad interferire nel loro rapporto sono proprio quei ragazzini di cui sopra: il falso muto e la nuotatrice sono invaghiti rispettivamente con Mr. “non capisco” e Miss “zitta zitta ci provo con tutti” e pertanto cercano di boicottare il loro rapporto, prima con scherzetti molesti, poi con un abbozzo di macumba stregonesca (potete immagina’…). Come se non bastasse alla perfida combricola si unisce anche il cameraman d’eccezione, che tutto vede e tutto filma, con uno zoom che attraversa centinaia di metri con la sola forza del pensiero: come diavolo fa a filmare da vicino il coito in mezzo ad un prato nell’erba alta, dalla boscaglia in cui è nascosto che si trova come minimo a 500 metri di distanza, se va bene su un’altra collina, con una telecamera amatoriale??? Va ben che è un film, ma suvvia!

Per non parlare delle incongruenze spazio temporali! Giorno e notte si alternano indipendentemente da qualsiasi dimensione cronologica: prima luce, poi buio, poi di nuovo luce ed è la stessa scena (ma oh?!?). Chi è dove e quando? “Nessun lo sa”! Ma si tratta di una presa in giro? Un bel gioco dura poco, non un’ora e mezza che sembrano quattro, in cui i personaggi soltanto tratteggiati e con lo sguardo perso pronunciano una manciata di battute inconsistenti e poco funzionali, sia alla storia sia a noi. Ah, in tutto questo mi sembra di capire che non si tratta di un manicomio estivo per bambini e grandini, siamo in un campo estivo come tanti altri, ma con la magia che trasforma una piscina pulita in una lercia vaschetta di un metro scarso di profondità. Bah.

Ah sì la magia… Sì, quella che cercano di fare i due bambinetti malefici che abbandonati a se stessi giocano tranquillamente con fuoco e vetro in un capannone marcio e cadente pieno di oggetti pericolosi e contundenti. Che sorveglianza vigile, mamma mia! Altro che scemi, altro che coscienza, qua i ragazzini vanno dove vogliono quando vogliono e nessuno li controlla: che bel posto dove mandare i propri figli, complimenti! Convinti che questo stratagemma possa funzionare procedono, si tagliano la mano, si affumicano, tra un po’ soffocano… e nel frattempo gli altri due si divertono nell’erba alta, spiati dall’occhio vigile della super telecamera che tutto controlla. O forse riesce davvero quel sortilegio, lei se ne va senza spiegazioni, senza dir nulla a nessuno dopo una sbronza clamorosa e una chiamata di papà (? papà? amante vecchio? non ci è dato di sapere) nel bel mezzo della notte. Prepara la valigia che è ancora tutto buio, dopo essersela spassata mentre albeggiava e il tardone arriva che è mattina inoltrata… Mi deve essere sfuggito qualcosa.

Giusto! La magia! Forse ha funzionato e fa finire il film! Forse il finale mi farà capire qualcosa di più! Il ragazzino confessa il suo amore per la nuotatrice (e ci avete messo tutto il film, vostre macumbe del piffero comprese per dirvelo??!), “mi ami come gli aduti?”, “no, per davvero”. Evviva i clichés. Ma c’è di più: la cerbiattona se ne va via ridendosela (cosa ti ridi? è un’ora e mezza che mi annoio a morte, cosa ti ridi?!) e il grazioso uccellino ammazzato dal ragazzino, seppellito in una piccola buca di terra e vetro si illumina di luce fluorescente. E’ la soluzione? E’ la chiave di volta? No è solo una scalata di specchi solo e soltanto kitsch, o forse manco quello.

Non ho altro da aggiungere.

Little Bird
  • penoso
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