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Cinema

Les Miserables: la rabbia sotto l’illusione – Recensione del film di Ladj Ly

Les Miserables: la recensione
Lucky Red

Titolo: Les Miserables 2019 – I Miserabili
Genere: drammatico
Anno: 2019
Durata: 1h 45m
Regia: Ladj Ly
Sceneggiatura: Ladj Ly, Giordano Gederlini, Alexis Manenti
Cast principale: Damien Bonnard, Alexis Manenti, Djebril Zonga, Issa Perica, Steve Tientcheou, Almany Kanouté

Nature or nurture. Espressione inglese che chi scrive ha conosciuto nell’ambito dello studio delle proprietà delle galassie. Dualismo che è però molto più generale comparendo anche in altri campi, dagli studi comportamentali, all’etologia, alla filosofia. Semplificando al massimo: siamo quel che siamo perché è la nostra intima natura a determinarlo o siamo quel che siamo perché l’interazione con l’ambiente intorno ci costringe a esserlo? Ladj Ly e il suo Les Miserables risponderebbero: la seconda che hai detto.

Les Miserables: la recensione
Les Miserables 2019: la recensione – Credits: Lucky Red

Il realismo di chi ci è stato

Per avvalorare la sua tesi, il regista, nato in Mali, ci porta a Montfermeil, uno dei comuni satelliti di Parigi che formano quella cintura nota come banlieue. Casermoni anonimi di periferia tra strade sporche, giardini spelacchiati, resti di edilizia sociale abbandonati da troppo tempo. Una periferia uguale a troppe altre che può vantare di essere stata scelta da Victor Hugo per ambientarvi le vicende del suo I miserabili. Proprio come ora fa Ladj Ly con una scelta quasi obbligata dal momento che è questo il luogo dove lui stesso è cresciuto.

Conseguenza di questa conoscenza diretta della materia di cui questo film è fatto è la ricchezza del suo mondo. Les Miserables è, soprattutto nella sua prima parte, quasi un documentario di inchiesta. Un reportage giornalistico con la camera che segue una ipotetica guida per riprendere i personaggi caratteristici di una società tanto vicina geograficamente quanto lontana nel modo di vivere e pensare. Proprio il realismo estremo della rappresentazione fa dimenticare presto quanto molti di loro siano figure già viste in ognuno dei film che hanno provato a raccontare il mondo degli esclusi. Di quelli che al benessere vivono accanto, ma che del benessere sanno solo dire che è qualcosa che a loro sarà sempre negato.

Una condanna non equa, ma equanime nel suo colpire tutti allo stesso modo. Anche se sono poliziotti che si muovono ai limiti tra legalità e violenza scegliendo spesso di varcare quel confine per esasperazione o per noia o perché è l’unica lingua che gli altri possono capire. E poco importa se si atteggiano a bulli come Chris (Alexis Manenti, coautore della sceneggiatura). O cerchino di ammorbidire i toni quando possibile come Gwada (Djebril Zonga). Oppure si ergano a paladini della forma perché ancora sanno troppo poco della sostanza come l’ultimo arrivato Stephane (Damien Bonnard).

Onesti o disonesti? Corrotti o integerrimi? Non è il regista a deciderlo. Il suo compito è piuttosto quello di permettere allo spettatore di cercare le risposte lasciando che le trovi nel realismo di chi persone come quelle le ha viste davvero.

Les Miserables: la recensione
Les Miserables 2019: la recensione – Credits: Lucky Red

Dallo stesso lato della barricata

Stephane, Chris, Gwada sono agenti di polizia inutilmente in borghese dato che i controllati conoscono benissimo chi sono i controllori. Tanto bene perché, in verità, controllati e controllori qui sono dalla stessa parte della barricata. In quella che è una guerra non dichiarata che il mondo di fuori sommessamente prosegue contro chi dietro quella palizzata è stato confinato per non disturbare la serenità di quella Francia che si accontenta di leggere nel motto “liberté, egalité, fraternité” solo un glorioso ricordo dei libri di scuola.

La verità è, invece, quella che Les Miserables vuole mostrare. Un paese dove le tre parole sopra citate hanno smesso da tempo di avere un valore universale. Dove gli immigrati di seconda generazione di francese hanno diritto solo alla nazionalità perché da tutto il resto sono esclusi. E devono, quindi, trovare altre vie per costruire una società altra che si adatti a loro e alle loro esigenze. Devono avere una propria struttura parallela con un sindaco (Steve Tientcheou) la cui carica è fittizia come il nome stampato sulla maglia della nazionale. Ma che non per questo è meno importante dato che è in quella portineria sgangherata in un palazzo fatiscente che si decidono i diritti e i doveri di chi vive nel quartiere. Ed è a lui che devono rivolgersi non solo i tre poliziotti, ma anche gli zingari violenti del circo che lamentano l’incredibile furto di un leoncino.

Un degrado sociale dove l’Islam diventa un’ancora a cui aggrapparsi per evadere da un futuro già scritto da un presente senza domani. Un modo per restare a galla in un mare di pesci grandi quando sei un pesce piccolo sapendo che ci sarà un altro pesce grande a vegliare su di te. Allora non è un caso né un paradosso che il leader locale dei Fratelli Mussulmani sia quel Salah (Almany Kanouté) il cui passato è punteggiato da crimini vari. Perché in un mare di squali solo un altro squalo può avere l’autorità per spaventare gli altri pesci voraci.

Les Miserables è il quadro di una società dove sono i ruoli sociali si sono dovuti snaturare per poter avere ancora un senso. E lo hanno fatto diventando altro come altro è il mondo in cui devono esistere e resistere.

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Les Miserables: la recensione
Les Miserables 2019: la recensione – Credits: Lucky Red

Il seme della rabbia

Les Miserables è anche la dichiarazione di una sconfitta. La dimostrazione che le promesse di integrazione e inclusione non sono mai state mantenute. Ma anche che le rivolte del 2005 (che videro Montfermeil come uno dei centri principali) sono state solo un’inutile esplosione di violenza che non ha portato ad alcun risultato concreto. Quindici anni dopo a pattugliare le strade della banlieue ci sono ancora più Chris che Stephane. I ribelli di allora sono diventati oggi il Sindaco che patteggia con gli zingari o prova a ricattare la polizia.

Diversi sono solo i nomi dei ragazzini che sciamano senza meta tra piccoli furti e grandi delusioni. Sempre sul punto di diventare le prossime vittime di incidenti che magari sono davvero involontari, ma arrivano inevitabili come meta ultima di un treno lanciato su binari ineluttabili. Intenti a covare quella rabbia che aspetta solo il momento di esplodere in un’ecatombe che travolgerà tutto e tutti come uno tsunami che non sa distinguere amici e nemici.

Eppure è proprio questo il momento in cui Les Miserables torna alla domanda che ci si faceva in apertura di questa recensione. Nature or nurture? E la risposta è tutto quello che ci è stato mostrato prima di quegli ultimi quindici minuti. Perché, come programmaticamente dice la citazione di Victor Hugo posta a chiusura del film, “non vi sono né cattive erbe né uomini cattivi, ma vi sono solo cattivi coltivatori”.

E, quindi, Issa (Issa Perica), il ragazzino che siede tra i rifiuti quando non è in commissariato per l’ennesimo crimine, e i suoi amici di un cadente muretto non sono la malerba che potrebbero sembrare. Sono germogli nati da semi piantati in un terreno malato. Innaffiarli con l’illusione di una fratellanza fasulla che si spegne dopo l’ultimo festeggiamento per la vittoria dei mondiali non potrà farli diventare fiori magnifici. Si è ancora in tempo a diventare buoni coltivatori? Una domanda che rimane sospesa come il finale aperto del film.

Anche perché l’intento di Ladj Ly è di fare di questo Les Miserables il primo capitolo di una trilogia. Un rischio azzardato per un regista che è al suo debutto. Ma un rischio ricompensato dall’accoglienza entusiastica che il film ha ricevuto dalla critica tanto da essere candidato come miglior film internazionale agli Oscar. Nomination meritata per un’opera prima in cui qualche acerbità nella regia e qualche incompletezza nella sceneggiatura diventano perdonabili se si pensa al quadro più ampio in cui il regista vuole inserirla.

Les Miserables è il ritratto della rabbia che ribolle sotto un’illusione in cui non crede più nessuno. Perché, banalmente, se semini vento, raccogli tempesta.

Les Miserables: la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3.5

Giudizio complessivo

Un ritratto realistico di una periferia sempre pronta ad esplodere per la rabbia seminata da troppe illusioni

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