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Leila: quanto è lontana Bollywood – Recensione della prima stagione della serie indiana su Netflix

Leila: la recensione
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Lo si era già capito con la prima stagione di Sacred Games rilasciata la scorsa estate. Netflix intende puntare anche al mercato indiano. Perché l’India è un boccone troppo ghiotto per non provare a darci più di un morso. Tanto invitante da giustificare una seconda stagione della serie tratta dal romanzo omonimo di Vikram Chandra attesa per Ferragosto. Tanto appetitoso che Netflix ci riprova a distanza di quasi un anno con Leila, seconda serie indiana prodotta dal colosso dello streaming. Offrendo ancora una volta al pubblico occidentale un prodotto che parla una lingua distante, ma si lascia capire anche da chi è abituato ad altri stili. Sacred Games prima, Leila ora adempiono una missione fondamentale per le serie TV indiane: dimenticare Bollywood.

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Leila: la recensione
Leila: la recensione – Credits: Netflix

La distopia della tradizione

Leila è ambientata in un futuro distopico che è significativamente tanto prossimo da poter essere facilmente scambiato per una previsione veritiera. E neanche tanto catastrofista. In quel 2047 che segna i 100 anni dall’indipendenza indiana, il grande paese è dominato da una dittatura che ha imposto un rispetto ossessivo di quella tradizione da cui l’India ha cercato di liberarsi. Il mantra ossessivamente ripetuto lineage is destiny rappresenta la base di questa società oppressiva: il rispetto assoluto delle caste. Con la conseguente esclusione dei paria e la punizione disumanizzante di chiunque voglia violare questa netta divisione tramite matrimoni misti o, peggio ancora, facendo nascere bambini da coppie con religione diversa. 

Si guarda Leila, ma non si può fare a meno di pensare a The Handmaid’s Tale. Perché anche qui protagonista è una madre. E anche qui a pagare il prezzo più altro sono le donne. Come Shalini che ha la colpa imperdonabile di aver sposato un mussulmano e di aver avuto una figlia. Peccati che dovrà espiare dopo aver visto rapire la figlia e uccidere il marito ed essere stata condannata a vivere in un centro di recupero dove donne come lei sono sottoposte ad ogni umiliazione pur di raggiungere una ipotetica purezza. In una stagione di soli sei episodi, dedicare i primi due alle sofferenze di Shalini e alle crudeli ingiustizie eseguite per purificare le presunte impure costringe lo spettatore al paragone con la più famosa serie con Elizabeth Moss. 

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Eppure, il paragone è sensato solo fino ad un certo punto. Perché Leila è ambientata in un futuro che è troppo simile al presente. A quell’oggi dove le donne in India sono vittime di stupri e omicidi. Dove la condizione femminile non conosce il senso della parità di diritti. Un domani che è, quindi, talmente simile al qui ed ora che diventa quasi improprio parlare di distopia. 

Ambientare Leila in un ipotetico 2047 è allora solo un abile trucco. Al punto da rendere beffardo il messaggio che appare prima di ogni episodio a ricordare che Leila è una serie tv per cui ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è solo casuale e non voluto. Mentre, invece, è proprio la volontà degli autori raccontare che quel che stanno immaginando non è poi tanto distante da quello che si può vedere aprendo una finestra sull’India di oggi.

Leila: la recensione
Leila: la recensione – Credits: Netflix

Innocenti colpevoli e colpevoli innocenti

Leila non è, tuttavia, The Handmaid’s Tale. Non solo perché la serie si allontana rapidamente dal suo incipit per prendere più i toni di una spy story dove fazioni diverse lottano per il controllo di Aryavarta (come è ribattezzata qui l’India). Ma soprattutto perché Shalini non è June. E Bhanu che diventerà il suo migliore alleato non è Nick. Perché in Leila, in realtà, nessuno è completamente innocente. 

Lo potrebbe essere Shalini che non ha altra colpa che quella di avere amato un uomo incolpevole e di voler dedicare la sua vita all’adorata figlia LeilaMa Shalini era anche la signora dell’alta società che tratta con superficiale arroganza la domestica di classe inferiore. E che crede di avere diritto ad una piscina privata in un paese che sta affrontando una crisi idrica che nega l’accesso all’acqua potabile ai meno fortunati. In una serie di flashback illuminanti, Shalini è costretta a rendersi conto che non aver fatto del male a nessuno direttamente non significa essere incolpevole. Perché il suo peccato era sentirsi superiore e considerarlo un diritto inalienabile. Non a caso sarà l’incontro con una bambina nella discarica a farle capire che dare il mondo a Leila significava togliere anche il necessario ad altre Leila che hanno avuto solo la sfortuna di nascere nella casta sbagliata.

Sono, quindi, colpevoli i fondamentalisti che hanno trasformato l’India multiculturale nella dogmatica Aryavarta? Lo sono sicuramente, ma fino a quando? Perché l’Aryavarta di cui sentiamo parlare è una nazione ricca e pacificata dove nulla manca a chi rispetta il ruolo assegnatogli. Dove il prezzo da pagare è un ritorno alle origini predicato come unica cura contro il fallimento a cui stava andando incontro una società che aveva rinnegato sé stessa. Colpevoli sono, quindi, i leader, ma non i tanti che a questo sistema si sono adeguati salvando anche quegli innocenti che prima sarebbero stati destinati ad essere dimenticati perché memoria vivente delle conseguenze di ingiusti privilegi.

Leila non è, quindi, The Handmaid’s Tale. Perché vuole essere (o almeno provare ad essere) molto di più.

Leila: la recensione
Leila: la recensione – Credits: Netflix

Le contraddizioni dell’amore materno

Voler essere non significa, tuttavia, riuscire ad essere. Condensare tutta la stagione in soli sei episodi costringe, infatti, gli autori a correre troppo rendendo difficile comprendere come mai a Shalini dopotutto sia concesso tutto. Ossia, come riesca a compiere sempre le missioni assegnatele nonostante la sua posizione di quasi reietta. Anche il ruolo di Bahnu non sembra poi così importante da garantirgli tutti gli accessi privilegiati a risorse ed intelligence che sono necessari a mandare avanti con successo i difficili piani ribelli. 

Tuttavia, ad essere maggiormente interessante in Leila non è tanto la trama che si chiude con un season – finale sospeso che pretende una seconda stagione. Quanto piuttosto la contraddizione intrinseca nel modo di agire della protagonista. A Shalini, infatti, non interessa affatto fermare la realizzazione di quello Skydome che significherà la soluzione dei problemi di Aryavarta a costo del genocidio dei doosh (gli esclusi). Come significativamente le dice Bahnu, c’è chi lotta per un popolo. E chi per una sola persona. 

Per Shalini questa persona è ovviamente Leila. L’amore di una madre per la figlia diventa un’arma invincibile che le consente di superare ogni ostacolo e arrivare fino all’obiettivo più ambizioso, quel Mr. Joshi che si rivela un dittatore insolitamente serafico e calmo. Ma è anche un limite invalicabile perché viene prima di tutto e tutti. E ad esso Shalini sacrificherebbe l’intera Aryavarta e i suoi stessi alleati se questo servisse a riavere Leila. Ancora una volta, quindi, Leila si dimostra una serie che non sceglie la via facile: non smette di celebrare l’amore materno, ma ne mostra anche le egoistiche contraddizioni. 

Leila è un prodotto altamente perfettibile, ma è anche innovativo. Sia per il modo in cui affronta argomenti non nuovi. Sia per il volersi allontanare dagli stilemi classici di Bollywood scegliendo toni cupi e ritmi asfissianti. Una serie che viene a dirci che il futuro potrebbe essere già qui. E non è una distopia.

Leila: recensione della prima stagione
3.3

Giudizio complessivo

Una serie non priva di errori ma che prova a parlare in modo diverso di una distopia presente e delle contraddizioni degli innocenti

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