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Legion e la costruzione di un turn heel – Recensione della Seconda Stagione

Legion seconda stagione
IMDb

Nel volutamente semplicistico mondo del wrestling anni Ottanta i contendenti si dividevano per la stragrande maggioranza in due categorie contrapposte: i face e gli heel. I buoni e i cattivi. Sebbene oggi i fan siano molto meno ingenui e le due fazioni molto più sfumate e la separazione meno manichea, è sempre di grande impatto il cosiddetto turn heel ossia il passaggio improvviso di un wrestler dalla lista degli onesti e leali a quella dei disposti ad ogni scorrettezza pur di vincere. Alle volte, per quanto repentino, questo passaggio è lungamente preparato e preannunciato da piccoli indizi premonitori. Ed è proprio così che si può leggere questa seconda stagione di Legion che si chiude con il turn heel di David.

Legion seconda stagioneLegion una lenta costruzione

Al sorprendente finale Legion arriva dopo una carrellata di episodi che a tratti sono sembrati quasi fini a sé stessi come se Noah Hawley fosse fin troppo consapevole della sua bravura che gli ha fatto meritatamente guadagnare un credito illimitato da parte degli spettatori della serie. Sebbene sia impossibile non assegnare un voto alto ad ognuno dei quaranta minuti settimanali, è comunque altrettanto innegabile che la storia è proceduta spesso a rilento con soste che solo la maestria degli interpreti hanno reso magnificamente accettabili e non pesantemente inaccettabili. Esemplari da questo punto di vista gli episodi dedicati all’elaborazione del lutto per la morte di Amy e alla liberazione di Syd dalla prigione mentale in cui lo Shadow King la aveva rinchiusa. Momenti in cui la serie si è sostanzialmente fermata e che hanno evitato di ricevere la poco onorevole etichetta di filler solo perché troppo magistrali sono state le prove attoriali del cast coinvolto e la qualità della messa in scena.

Eppure questa studiata lentezza, questo apparente girovagare senza una meta precisa, questo pedante bighellonare tra le lezioni di psicologia di Oliver e i saggi musicali di Lenny, questi viaggi mentali senza andare da nessuna parte di David, questi lunghi momenti di pausa tra i dubbi di Clark e l’apatia di Melanie non sono risultati alla fine momenti persi, ma piuttosto puntini scollegati che alla fine si sono uniti con un tratto di penna che ha rivelato il disegno imprevedibile di autori che sapevano già dove arrivare ma che hanno saputo nascondere il traguardo ultimo di una corsa a tappe sempre interessante e mai banale.

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Perché Legion una meta precisa ce l’aveva. Perché la storia delle idee che sono tutte uguali prima di uscire da un anonimo uovo e rivelare la loro potenza distruttiva era l’annuncio di quel che sarebbe successo. Perché Lenny non stava girando a vuoto ma preparandosi alla reunion con il suo compare di sempre. Perché Melanie doveva perdere ogni volontà per ritrovare la forza di arrivare dove il finale ce la mostra. Perché l’agente Clark aveva capito come poteva andare a finire anche se nessuno degli spettatori voleva dargli ragione. Perché David stava scoprendo quello che poi lo avrebbe portato a rileggere la prima stagione e rinnegare il suo percorso per intraprenderne uno nuovo.

E, allora, la seconda stagione di Legion non è stata lo spettacolo vuoto di un mago che non sa più che dire, ma piuttosto i fuochi di artificio di un narratore che vuole distrarre il suo lettore per rivelargli infine una verità che potrebbe non voler sentire.

Legion seconda stagioneGli obblighi della verità

E la verità che Legion non voleva dire era una sola: che David è davvero malato. Che le voci che sempre sentito erano la manifestazione dello Shadow King dentro di lui, ma non sono andate via quando a quel tirannico controllo si è sottratto. Che la schizofrenia per cui David era in cura potrebbe essere stata una conseguenza di ciò che ha passato, ma comunque è presente e non può essere ignorata. Perché, se è vero che da grandi poteri derivano grandi responsabilità, allora è inaccettabile che i più grandi dei poteri siano affidati al più instabile dei custodi. Che la capacità immensa di distruggere il mondo intero sia data a chi non è capace neanche di controllare i suoi stessi pensieri. A chi forse non è in grado neanche di rendersi conto se sta dicendo una verità o una bugia.

Un potere tanto grande diventa un pericolo sconfinato contro il quale lottare diventa non più una questione di volontà, ma un obbligo. Come obbligatorio è persino rinnegare quasi l’intera seconda stagione passata a combattere contro quel villain che è invece l’unica arma efficace per arginare l’onnipotenza di David. Anche questo ribaltamento di ruoli è costruito sapientemente confermando che Legion evita di cadere in contraddizioni o salti illogici.

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La Syd del futuro lo aveva detto fin dall’inizio, ma è solo nel dialogo con Ahmal Farouk che la verità non può essere più caparbiamente negata ma dolorosamente accettata. Il meraviglioso villain è destinato ad essere l’eroe coraggioso che combatterà il feroce mostro per salvare quello stesso mondo che poco prima voleva dominare e che fino a quel momento contro di lui si era scagliato.

Una rivelazione che costringe lo spettatore a rileggere quanto ha visto cogliendo nel modo di fare di uno splendido Farouk, vero mvp di questa seconda stagione di Legion, i segni ambigui di un mutante a cui interessava controllare gli altri solo per poter essere libero di fare quel che voleva. Ma che non può avere alcuna libertà se quel mondo in cui vorrebbe vivere non esiste più a causa di un nuovo e più letale pericolo.

Legion seconda stagioneCiò che si vuole e ciò che si ha

Ma è poi davvero un pericolo David? Perché il dubbio inestricabile che tutta la seconda stagione di Legion, in fondo, semina è anche l’antico contrasto tra volere e potere. David ha sempre voluto essere semplicemente amato per quello che era. Non costretto ad essere qualcos’altro (uno zombie imbottito di psicofarmaci o un drogato perso nelle sue allucinazioni o un eroe per forza), ma libero di poter amare ed essere amato. La romantica storia con Syd che ha fatto da fil rouge della prima stagione si incrina di fronte alla drammatica scoperta che il biondo amore di David amava, in realtà, l’immagine che di David si era creata e non la sua vera natura. Perché in David convivono mille anime, una legione appunto, e tra queste non c’è solo l’innamorato delicato, ma anche l’assassino spietato che obbedisce ad un piano segreto, il torturatore che sadicamente prova piacere a fare del male convincendosi che sia per un bene superiore. Syd amava il David che voleva, non quello che davvero ha.

Stessa cosa, in fondo, per David stesso che ama la Syd devota a lui, ma che non sa accettare che ce ne possa essere anche un’altra che di lui dubita al punto che non esita a usare i suoi poteri per cancellare l’altra appena fa capolino. David, senza confessarlo neanche a sé stesso, sa che per lui la scelta migliore sarebbe Lenny che acriticamente aspetta e rispetta ogni decisione del suo dio. Vuole Syd, ma ha Lenny. E questa unione è il miele dolciastro che indora la pillola amara che gli spettatori devono ingoiare per la fine della relazione tra David e Syd.

Legion chiude la sua seconda stagione con un turn heel che apre un intero mondo di possibilità che il terzo capitolo potrà esplorare regalando altre perle (come, per citarne solo una, lo scontro finale tra David e Farouk tra le note di Behind blue eyes e cartoon innovativi).
Basta lasciar fare a Noah Hawley e lasciarsi incantare ancora una volta da Dan Stevens e Navid Negabhan, da Aubrey Plaza e Jermain Clement, da Rachel Keller e da tutto il resto del cast di una serie che ha confermato di essere nel meglio che la tv sa offrire.

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