fbpx
Cinema

La Tigre Bianca: perché The Millionaire è solo una favola – Recensione del film di Ramin Bahrani disponibile su Netflix

La Tigre Bianca: recensione
Netflix

Miglior film, regia, sceneggiatura non originale, fotografia, montaggio, sonoro, colonna sonora, canzone. In queste otto categorie, nel 2008, l’Oscar fu assegnato a The Millionaire di Danny Boyle dal romanzo di Vikas Swarup. Una favola meravigliosa che conquistò critica e pubblico. Ma, appunto, una favola. E le favole non diventano (quasi) mai realtà. Perché, come dice Balram, “non dovete credere che esista un quiz da un milione di rupie che ti aiuti ad uscire”. E la realtà è, invece, quella di La Tigre Bianca.

La Tigre Bianca: recensione - Credits: Netflix
La Tigre Bianca: la recensione – Credits: Netflix

L’India dei polli nella stia

Tratto dal romanzo omonimo di Aravind Adiga adattato per lo schermo dal regista Ramin Bahrani, La Tigre Bianca è un lungo flashback in cui un giovane imprenditore di successo indiano racconta la sua ascesa in una mail diretta al premier cinese in visita. Una storia il cui incipit drammatico e il cui finale milionario potrebbe far pensare immediatamente al The Millionaire di Danny Boyle. Ma il film intende dimostrare il contrario ossia come a un happy ending si possa arrivare solo costruendosela la fortuna e non aspettando che si materializzi nelle domande di un quiz televisivo. Un successo da raggiungere con la forza di una volontà incrollabile che non può farsi fermare da nessuna morale. Con la determinazione inflessibile di chi ha in mente solo l’obiettivo finale e per raggiungerlo è disposto a lasciarsi indietro anche ogni affetto o amicizia.

Il Balram Halwai protagonista di La Tigre Bianca non è il Jamal Malik di The Millionaire. Né sarebbe mai potuto esserlo perché diversa è la sua formazione. Non un orfano che deve crescere da solo trovando il proprio posto nel mondo. Balram una famiglia ce l’ha e anche numerosa. Retta da una nonna matrona che decide il destino di ogni membro seguendo regole tradizionali da cui è inammissibile deviare. Basata su principi secolari che è impensabile violare. Il padre di Balram è un servitore e tale dovrà essere anche Balram. Non importa che abbia dimostrato da bambino il talento per guadagnarsi una borsa di studio. La sua è la casta dei servitori e il suo scopo deve allora essere il diventare il miglior servitore possibile del più prestigioso dei padroni. Quello deve essere il suo unico sogno.

Un destino segnato da accettare non con rassegnazione, ma addirittura con gioia. A costo anche di brigare solo per diventare il servitore preferito del figlio del capo. Fino a sentirsi all’apice del successo personale solo perché si è compiuto qualcosa di illegale e immorale pur di salvare l’onore del tuo padrone. Accettando persino di mettere in gioco la propria libertà per non intaccare quella di chi da sempre hai servito. Una distorsione inconcepibile per noi occidentali, ma perfettamente coerente con l’educazione di Balram. Perché, come un lui stesso ormai consapevole ammonisce, l’invenzione più grande in 10000 anni di storia dell’India è la stia per polli. Un posto dove gli animali vedono i loro compagni essere uccisi sapendo che toccherà a loro. Ma restano lì fermi senza scappare anche quando la porta è aperta.

È questo che sono i servitori in La Tigre Bianca. Polli educati ad essere felici che qualcuno taglierà loro il collo.

LEGGI ANCHE: I cinque migliori film su Netflix del 2020

La Tigre Bianca: la recensione – Credits: Netflix

Più Parasite che The Millionaire

Balram non è Jamal anche perché lui sa. Capisce qual è il problema e che dalla stia si può e si deve scappare. Soprattutto, Balram comprende che gli uomini non si dividono in tante caste, ma solo in due. Ci sono quelli a cui cresce la pancia e quelli che resteranno per sempre magri. Una metafora per indicare la sempiterna distinzione tra ricchi e poveri. È questa consapevolezza lucida a cui Balram arriva a rendere La Tigre Bianca più affine al cinico Parasite che al favolistico The Millionaire. Perché, come nel film di Bong Joon – Ho, il tema centrale diventa presto il conflitto tra le due classi.

La Tigre Bianca non raggiunge le vette qualitative del capolavoro del regista sudcoreano, ma ne eredita l’atteggiamento crudo e iperrealista. In entrambe le opere, non esiste alcuna alleanza tra poveri per andare contro i ricchi. I Kim di Parasite hanno come primo obiettivo quello di liberarsi degli altri servitori per prenderne il posto. Balram farà altrettanto per diventare l’autista di Ashok e di sua moglie Pinky Madam. I Kim tradiranno la fiducia dei loro datori di lavoro per lucrare alle loro spalle. Altrettanto e anche peggio farà Balram per diventare l’imprenditore di successo che può persino parlare da vicino con il primo ministro cinese in visita nonostante la sua imponente scorta.

Ancora più che in Parasite, la lotta di classe si svuota qui di qualunque afflato egalitario e di qualsiasi solidarietà tra simili. Perché Balram ha capito che, in un’India dove a regnare sono solo la corruzione e il denaro, non può esserci alcuna alleanza tra persone diverse. Potranno esserci momenti di apparente amicizia come tra lui e Ashok. O persino affetto e interesse come da parte di Pinky. A volte anche accordi di convenienza con altri nella tua condizione. Ma tutto sarà sempre momentaneo. Perché i ricchi resteranno quelli che ingrasseranno e i poveri quelli che aspetteranno la mannaia. Destino a cui può sfuggire solo la tigre bianca che nasce una volta sola ogni generazione. Che sbrana ricchi e poveri perché è al di sopra di ogni distinzione e di ogni regola.

Il predatore indomabile che niente può fermare. Come Balram la cui ascesa è inarrestabile perché di quel felino unico ha la stessa inarrestabile potenza.

LEGGI ANCHE: Parasite: quell’odore che non va via – Recensione del film di Bong Joon Ho

La Tigre Bianca: la recensione – Credits: Netflix

Allontanarsi da Bollywood

La Tigre Bianca è tratto da un romanzo di uno scrittore indiano adattato per lo schermo da un regista indiano e girato con un cast tutto indiano. Una ripetizione dello stesso aggettivo che sta a indicare quanto ci si possa aspettare che sia un film, appunto, indiano. Con tutto ciò che questo può significare in termini di regia, fotografia, recitazione, colonna sonora. Invece, paradossalmente, proprio questi elementi hanno talmente poco a che vedere con gli stilemi classici di Bollywood che è evidente quanto il film sia stato pensato per un pubblico internazionale. Come è quello di Netflix che distribuisce e produce questa opera.

Niente colori pastello, quindi, o fotografia solare e danze e canti improvvisi. Di indiano, in La Tigre Bianca, resta quel mescolarsi ininterrotto di caos e ordine, di ricchezza e povertà, di città scintillanti e villaggi fatiscenti, di eleganza opulenta e infima miseria, di personaggi che vivono e vestono come i loro coetanei di moderne metropoli occidentali e vagabondi cenciosi senza denti in paesi senza servizi pubblici. Contraddizioni che si sposano bene con la storia di Balram che tra i due mondi fa da spola prima cercando di essere la tigre bianca del titolo. Il servo che divenne padrone per creare un nuovo modo di mettere in contatto i due mondi.

Proprio come il suo protagonista, La Tigre Bianca cerca di muoversi tra due poli opposti mettendo in scena un racconto che oscilla tra il romanzo di formazione criminale non privo di humour nero e lo sguardo partecipe di chi vuole denunciare una situazione da sanare. Un film che mantiene un buon ritmo nella prima parte per poi correre troppo dopo l’evento cruciale che cambierà la vita di Balram. Uno squilibrio sanato però dalle buone prove di tutto il cast. A primeggiare è, comunque, Adarsh Gourav che ha qui il suo primo ruolo da protagonista al cinema. Sfrutta ottimamente l’occasione restituendo un personaggio al tempo stesso buono e viscido, onesto e truffatore, affettuoso e spietato, umile e superbo. Il suo Barlam è l’antieroe le cui scelte non si possono condividere, ma da cui è impossibile staccarsi o tifare contro.

Con La Tigre Bianca Netflix inizia a mostrare che la sua idea di rilasciare un film nuovo a settimana non è un passo più lungo della gamba che può portare ad un pantano di produzioni di scarso valore. Fossero tutte come questo film, sarebbe un 2021 più che buono.  

Scheda tecnica

Titolo: La Tigre Bianca
Genere: drammatico
Anno: 2021
Durata: 2h 07m
Regia: Ramin Bahrani
Sceneggiatura: Ramin Bahrani, Aravind Adiga
Cast principale: Adarsh Gourav, Rajkummar Rao, Priyanka Chopra, Vijay Maurya, Mahesh Manjrakar, Nalneesh Neel, Kamlesh Gill

La Tigre Bianca: la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3.5

Giudizio complessivo

Un film indiano con tratti molto occidentali per dimostrare come la favola di The Millionaire sia solo una fiaba perché per emergere bisogna diventare unici e feroci come una tigre bianca che nasce una volta sola ogni generazione

Comments
To Top