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La Casa di Carta

La Casa di Carta: fino a quando? – Recensione della terza stagione

La Casa di Carta - Recensione della Terza Stagione
Netflix

I tormentoni estivi, dopotutto, esistevano già quando non si chiamavano ancora così e persino la radio non era ancora diffusa ovunque come oggi. Per esempio, nel 1939 Gilberto Mazzi impazzava con un motivetto fox trot il cui ritornello recitava “Se potessi avere mille lire al mese, senza esagerare sarei certo di trovare tutta la felicità”. Che poi oggi mille lire sarebbero poco meno di 900 euro e di certo non basterebbe per fare la vita da nababbo che allora facevano sognare. Ma 948 milioni di euro da dividere in otto forse bastano e avanzano. Per tutti tranne che per i protagonisti della La Casa di Carta (terza stagione).

La Casa di Carta - Recensione della Terza Stagione
La Casa di Carta – Recensione della Terza Stagione – Credits: Netflix

I soldi e la felicità

È adagio comune e verità condivisa che i soldi non fanno la felicitàPerò aiutano a vivere meglio, aggiunge sempre qualcuno come commento tra il serio e il faceto. Ed è, in effetti, racchiusa in questo scambio di battute la situazione di partenza di questa terza stagione de La Casa di Carta. Divisi in coppie, i superstiti del colpo alla zecca di stato possono godersi il loro più che dorato esilio nascosti in posti esotici dove iniziare una nuova vita. Non solo banalmente più ricca, ma soprattutto eretta su fondamenta diverse. 

Basi che si chiamano amore per Tokyo e Rio nella loro personale riedizione di Laguna Blu. Che hanno la rocambolesca gioia di un figlio per Denver e Monica (diventata ora Stoccolma). O la serena tranquillità di un buen ritiro non più solitario come per il Professore e Raquel (a cui spetta il nome di Lisbona). Oppure il chiassoso caos di feste di paese per l’improbabile ma affiatato duo formato da Helsinki e Nairobi. 

Solo che la felicità può essere anche altro e molto più semplice e difficile al tempo stesso. Come fare semplicemente ciò che più ti piace. E, in realtà, anche se inizialmente non lo confessano neanche a sé stessi, a nessuno di loro piace restare una vita in vacanza. Specie se questa vacanza ha le regole severe di un esilio forzato piuttosto che il relax spensierato di una assenza scelta con piacere. Sebbene sia Tokyo a fare la prima mossa che riporterà indietro tutti per liberare Rio attraverso una nuova impensabile rapina, quel momento sarebbe arrivato comunque prima o poi. 

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Perché, ancora più banalmente, chi nasce tondo non può morire quadrato. E, ad ognuno di loro e persino ai nuovi entrati come Stoccolma e Lisbona, ciò che più preme è tornare a provare l’adrenalina della missione impossibile. È giocare al gatto col topo con la polizia e l’esercito dimostrando di essere più scaltri. Restare sempre dieci passi avanti quando l’altro pensa di averti raggiunto. 

La Casa di Carta è, dopotutto, la storia frenetica di un gruppo di drogati. Che come droga hanno rapinare ciò che tutti ritengono inespugnabile. Che sia la zecca di stato o la riserva aurea del Banco de España. 

La Casa di Carta - Recensione della Terza Stagione
La Casa di Carta – Recensione della Terza Stagione – Credits: Netflix

Quando il troppo stroppia?

Il peculiare percorso de La Casa di Carta ha fatto sì che questa venga considerata la terza stagione della serie sebbene molti abbiano visto le prime due come se fossero una sola (il che, in effetti, è la verità vista la programmazione originale). Il successo planetario dei primi due capitoli aveva dato la certezza di una terza (e ora anche quarta) stagione. Ma chi ci segue sa che spesso successo fa rima con pericolo. Perché più in alto sali, più vorrai restarci ad ogni costo. E, spesso, questo costo è dare al pubblico ciò che già sai gli è piaciuto. 

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Anzi, dargliene ancora di più. Questo more of the same troppo facilmente si trasforma in una ripetitività che è il primo passo verso lo scadimento della qualità e l’inizio di una delusione. Accade questo anche per La Casa di Carta? Si e no. Un si e un no che si annullano portando ad un giudizio finale che non è assolutamente negativo, ma neanche lontanamente vicino alle lodi che la serie si era meritatamente guadagnata. Perché la domanda che non trova risposta univoca è, in realtà, un’altra: quando è che il troppo stroppia?

Le capacità quasi divine del Professore di prevedere ogni mossa è qui mitigata dal non essere l’ideatore del piano, ma solo il suo perfezionatore. Ed è anche parzialmente annebbiata dall’avere ormai altri pensieri che distraggono la sua mente lucida e razionale per cedere all’amore per Raquel. Ma questo indebolimento non si traduce (se non alla fine) in una minore serie di vittorie. Il risultato finale è che la sospensione dell’incredulità che si concede alla trama diventa stavolta ancora maggiore. O è già diventata troppa?

È ancora possibile, infatti, accettare che ogni singola mossa abbia sempre successo? Che dirigibili possano volare nel cielo di Madrid senza che nessuno si sia accorto di niente? Che macchinari industriali entrino in un istituto super blindato come se fosse un garage a più piani? Bastano soldi regalati e qualche frase ad effetto a guadagnare manifestazioni di massa a favore di quelli che sono a tutti gli effetti niente più che ladri? A che pro cambiare il comando delle operazioni della polizia se poi tutto è per gran parte uguale a prima? Soprattutto, come è possibile che dei criminali comuni sappiano dove sono conservati i segreti di stato? 

Facile replicare che pretendere realismo da una serie come La Casa di Carta significa non aver compreso il genere di prodotto che si sta guardando. Un semplice e puro intrattenimento. Ma altrettanto non dovrebbe fare gli autori: pretendere che lo spettatore conceda loro tutto. 

La Casa di Carta - Recensione della Terza Stagione
La Casa di Carta – Recensione della Terza Stagione – Credits: Netflix

Per necessità e non per convinzione

Un problema simile si ha anche quando si deve giudicare i nuovi ingressi in questa terza stagione de La Casa di Carta. Perché, a ben vedere, nuovi non sono affatto. Semplicemente, ognuno di loro prende il posto che spettava a qualcuno che non c’è più o che ha cambiato schieramento. Anche la scelta di continuare a usare pseudonimi con nomi di città è un voler replicare una scelta di successo. Nonostante sia ora inutile dato che tutti conoscono le identità dei rapinatori. 

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Ma il gioco deve continuare allo stesso modo e, finché possibile, anche con gli stessi giocatori. Serve, quindi, un nuovo Berlin e questo ruolo lo prende Palermo associandogli una storia d’amore represso per l’indimenticabile fratellastro del Professore. Morto Moscow, un nuovo rude dal cuore buono non può mancare il che porta alla serie Bogotà che del padre di Denver imita i discorsi di pragmatica saggezza. Persino un personaggio dopotutto secondario come Oslo merita di essere ricordato sostituendolo con quel Marsiglia che ne ha la stessa muta obbedienza (e lo stesso ignoto background). Non nuovi personaggi, quindi, ma i vecchi con un volto nuovo. E non è detto che sia un bene.

L’unica eccezione a questa regola è rappresentata da Alicia Sierra che, formalmente, rimpiazza Raquel nel ruolo di negoziatrice. Solo che, onde evitare ogni possibile interesse da parte del Professore, si finisce per disegnare un personaggio che vorrebbe essere cinico, ma finisce per esserlo persino troppo. Né si capisce a che serva mostrarla incinta se non ad acuire il contrasto tra come si comporta e ciò che uno spettatore ingenuo si aspetterebbe da una prossima madre. Era proprio necessario?

La terza stagione de La Casa di Carta non è da bocciare. Perché, alla fine, fa il suo dovere: intrattiene senza mai annoiare grazie a soluzioni sempre ingegnose. Solo che sospendere l’incredulità può smettere di essere divertente se lo si chiede troppo spesso. C’è ancora una quarta stagione per capire se si è raggiunto quel limite oltre il quale il troppo stroppia.

La Casa di Carta - la recensione
3

Giudizio complessivo

Fa ancora e ancora bene il suo lavoro di intrattenere, ma comincia a chiedere troppe concessioni a chi guarda 

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