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La Casa di Carta: tanto ormai … – Recensione della prima parte della quinta stagione

La Casa di Carta: recensione della stagione 5A
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Compito di un docente coscienzioso è fare in modo che ogni studente completi nel modo migliore possibile il percorso formativo previsto dai programmi scolastici. Corollario ne è che anche nei casi più ostici bisogna comunque provare e riprovare cercando magari di convincere anche i genitori che dovrebbero impegnarsi maggiormente per motivare i meno volenterosi a non accontentarsi di meno del minimo. Solo che poi si arriva inevitabilmente alla fatidica rassegnazione. Al conciliante tanto ormai siamo arrivati alla fine dei cinque anni. Come con La Casa di Carta.

La Casa di Carta: recensione della stagione 5A
La Casa di Carta 5 recensione prima parte – Credits: Netflix

Di più e ancora di più

La stessa proverbiale rassegnazione echeggia nel detto chi nasce tondo non può morire quadrato. E così una serie come La Casa di Carta il cui battesimo è stato fatto nell’acqua dell’iperbolica sospensione dell’incredulità non poteva certo avviarsi al finale recuperando toni più realistici. Al contrario, gli autori sembrano essersi data come unica regola quella di bloccare l’acceleratore con un mattone di quelli grossi. Smontando anche il pedale del freno e la leva del freno a mano casomai a qualcuno venisse in mente di rallentare per tirare il fiato.

Quella che era iniziata nelle prime due stagioni de La Casa di Carta come una rapina incredibilmente ingegnosa si era già trasformata in un assedio in stile indiani contro cowboy a Forte Apache. Alla dilatazione temporale che ha allungato la storia per altre due stagioni si aggiunge ora anche l’inevitabile elefantiasi che porta lo scontro a livelli sempre più alti. Se guerra deve essere, guerra sia. Dentro allora anche i reparti speciali dell’esercito addestrati a combattere in missioni suicide.

Ovvio che il tutto avvenga con l’immancabile dose di luoghi comuni e situazioni ben oltre i limiti del logico. Così il maggiore Sagasta e la sua squadra d’elite sono dipinti con i colori caricaturali necessari a restituire macchiette abusate. Il maggiore con i livelli di testosterone sempre al massimo. Il colosso silenzioso e obbediente. Lo svitato dalla risata folle. La tipa tosta che incute timore con un solo sguardo. I sacrificabili messi lì solo per fare numero. Squadra tanto speciale da sopravvivere ad ogni teatro di guerra, ma ovviamente messa in difficoltà da debuttanti che hanno imparato a sparare nel giardino dietro casa.

Figure prigioniere del ruolo loro assegnato che è poi quello di prendere il verosimile e intrappolarlo negli stereotipi gonfiati con gli steroidi dell’iperbole. Idea ben rappresentata anche dal percorso del colonnello Tamayo che già non aveva esitato a scaricare Alicia Sierra per non sporcarsi in prima persona. E che in questa stagione assomma tutti i tipici difetti del poliziotto cattivo vantandosene apertamente casomai il più distratto degli spettatori non lo identificasse come il villain della serie.

La Casa di Carta è, dopotutto, una serie che il rischio di offrire un more of the same non prova ad evitarlo. Anzi. Sa cosa è piaciuto allo spettatore e gliene serve ancora e ancora di più. Senza preoccuparsi di implodere su sé stessa.

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La Casa di Carta: recensione della stagione 5A
La Casa di Carta 5 recensione prima parte- Credits: Netflix

Fan service mon amour

Alex Pina e gli altri autori de La Casa di Carta hanno deciso volontariamente di farsi chiudere nella dorata gabbia del gradimento del pubblico. Hanno rinunciato a pensare con la propria testa preferendo leggere in quella dei fan più accaniti. Il fan service per loro non è, quindi, un rischio da scongiurare, ma una divinità adorata a cui sacrificare ogni minima deviazione dai suoi divini precetti.

Cosa vuole il pubblico de La Casa di Carta? Una Tokyo badass dal cuore tenero? Eccola allora implacabile con mitra e granate, ma persa nei ricordi di un altro amore della vita. Ché la storia con Rio ormai è stata già abusata per cui fa comodo inventarsi la scusa di tante vite diverse e in quella di prima metterci Miguel Angel Silvestre nei panni di René. Che non se ne sia mai parlato prima, poco importa. Tanto più che questi flashback offrono pure la possibilità di riesumare il primo incontro con il Professore (e fa niente che adesso si scopre che Tokyo si è scelta il nome da sola e non le è stato dato dal Professore).

E lo stesso pubblico non può certo rinunciare alla linea comica di Arturito. Facciamolo allora diventare capo degli ostaggi ribelli in un parossismo di discorsi motivazionali senza capo né coda e armi sempre più potenti usate con maestria da professionista pur non avendole viste mai. Tanto a chi importa cosa sia realistico e cosa no ne La Casa di Carta? I fan vogliono ridere del codardo che si finge eroe e allora gli autori li accontentano ossequiosamente.

Soprattutto, i fan non possono rinunciare al mantra del Professore invincibile. Comandamento a cui va sacrificata ogni logica ed ogni personaggio. Ragion per cui anche quello che era stato il cliffhanger della passata stagione con Alicia a catturare l’imprendibile ideatore di piani sempre più complessi. Un possibile punto di svolta che si trasforma nella proverbiale montagna che partorisce il topolino (e mai verbo fu più appropriato). E pazienza che questo significa sostanzialmente cestinare tutto il lavoro fatto per costruire l’ex ispettore a cui ora manca solo il nome di una città per replicare il percorso di Raquel.

Fan service? “Grazie del complimento”, replicherebbero Alex Pina e i suoi.

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La Casa di Carta: recensione della stagione 5A
La Casa di Carta 5 recensione prima parte – Credits: Netflix

L’eterno ritorno

E, parlando di fan service, non si può non notare come la roboante successione di scontri a fuoco condita da temporali di proiettili e armi di calibro sempre più grosso si interrompa solo per mostrare una storyline parallela la cui utilità ai fini della trama principale è per ora ignota. Non la sua motivazione. Fin troppo chiaro è, infatti, come sia l’unico modo per tenere ancora in scena il personaggio più amato dai fan de La Casa di Carta.

Così, dopo aver insegnato ai monaci a cantare Ti Amo di Umberto Tozzi, Berlino si rende protagonista dell’ennesimo eterno ritorno nelle vesti di padre di un Rafael sbucato non si sa da dove. Un figlio tirato fuori ad hoc con il contorno dell’ennesima femme fatale. Giusto per dare a Pedro Alonso la possibilità di lasciarsi andare ai soliti discorsi magnetici intrisi di una moralità tutta propria e una filosofia di vita dedita all’esaltazione di una libertà da acquisire in ogni modo. Legale o illegale che sia.

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La casa di carta 5: tutto quello che devi sapere
La Casa di Carta 5 recensione prima parte

Morale che vorrebbe estendersi sottotraccia un po’ a tutti i personaggi con l’intento sempre meno nascosto di farne gli alfieri di un riscatto sociale degli ultimi e degli emarginati. Un populismo a basso costo che dovrebbe giustificare le folle adoranti che assistono all’assedio del Banco de España tifando per i ladri invece che per la polizia. Un tentativo sostenuto anche dalla scelta di fare di Manila un transessuale infilandola in un improbabile triangolo con Denver e Stoccolma. E fa niente che la serie non abbia mai dato prima questa informazione. Anzi, meglio perché permette di riportare in scena per un cameo anche Moscow. Quanto sensata sia una simile identificazione tra ladri ed eroi è una scelta che si commenta da sola.

La prima parte della quinta stagione de La Casa di Carta rimane (fin troppo) fedele al carattere della serie fatto del rifiuto programmatico di ogni realismo e del matrimonio ricercato con il più convinto fan service. Eppure, riesce ancora a intrattenere confermandosi l’esempio migliore di cosa si intende per guilty pleasure. Mille cose andrebbero corrette, ma tanto ormai …

La Casa di Carta: recensione della stagione 5A
2.5

Giudizio complessivo

Una serie che ha sposato il fan service più estremo e che conferma tutti i suoi difetti, ma che si accetta così com’è perché tanto ormai è felice di essere un guilty pleasure

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