Cinema

La casa delle estati lontane: la recensione del film di Shirel Amitay

casa estati lontane

Titolo: La Casa delle estati lontane (Rendez-vous à Atlit)
Genere: drammatico, commedia
Anno: 2014
Durata: 91 minuti
Regia: Shirel Amitay
Sceneggiatura: Shirel Amitay
Cast principale: Géraldine Nakache, Judith Chemla, Yael Abecassis

Nel 1995 in Israele si attendeva ancora la pace. Il conflitto tra israeliani e palestinesi sembrava essere giunto ad una svolta: il Primo Ministro israeliano Rabin firma gli accordi di Oslo insieme al leader dell’OLP, Arafat, segnando un momento cruciale nella storia del conflitto.

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La casa delle estati lontane è ambientato proprio in quel 1995, quando Cali (Géraldine Nakache) torna ad Atlit, una città vicino Tel Aviv, dove si ricongiungerà con le due sorelle, Darel (Yael Abecassis) e Asia (Judith Abecassis). Anche se non sono tornate ad Atlit per molti anni ormai, la casa in cui sono cresciute sta proprio lì ed è arrivato il momento di venderla. Le tre sorelle francesi sono sempre state affezionate a quella casa e – anche dopo aver lasciato il paese – tornavano sempre per le vacanze durante l’estate. Ritrovarsi tutte insieme in quel posto le mette subito di buon umore e, nonostante le tre donne siano molto diverse tra loro, la loro armonia è totale.

I problemi cominciano quando Darel, la più grande, dichiara di non voler più vendere la casa, perché si sente ancora troppo legata al luogo in cui è cresciuta con i genitori, ormai morti da tempo. Cali, la più pragmatica, è sconvolta e delibera che sarà lei ad occuparsi della vendita, perché è la decisione giusta e a tutte e tre fanno comodo i soldi che ne ricaverebbero. Nel frattempo Asia ritrova un vecchio amico che rappresenta il collegamento tra le tre sorelle nella casa di Atlit, isolate e fuori dal mondo, ed il resto del mondo, Tel Aviv, dove tra pochi giorni ci sarà una manifestazione per la pace che nessuno sa ancora quanto sarà importante nella storia. Asia è uno spirito libero, vuole andare in India ad imparare l’arte dell’ayurvedica, ma un amico le dice di rimanere in Israele: “La pace sta arrivando. Gandhi è morto, adesso c’è Rabin”. Parole semplici, ma quanto mai pesanti.

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Le tre sorelle capiranno presto che la vendita della casa non sarà così semplice come pensavano ed ognuna di loro dovrà fare i conti con se stessa quando dovranno confrontarsi con i fantasmi della loro casa delle estati lontane. Capita a tutti di affezionarsi alle cose e percepire delle presenze in una casa che è stata nostra. Alle volte quelle presenze sono più ingombranti, altre meno, ma che siate pratici e cinici come Cali o libertini e sognanti come Asia e Darel, il luogo dove si è cresciuti può mettere in crisi chiunque e non può mai essere facile separarsene.

Il film di Shirel Amitay però non è solamente la storia di tre sorelle che non riescono a vendere la propria casa perché ne sono troppo legate. Quella casa non si trova in un luogo qualunque in un momento qualunque. A pochi chilometri di distanza c’è Tel Aviv, Israele, la Palestina, e la speranza di pace. Cali dovrà affrontare le sue radici, fino ad accettare di essere francese in Israele ed israeliana in Francia. Cali proverà a trovare se stessa e la sua spiritualità in un luogo molto meno lontano dell’India e Darel potrà finalmente prendere fiato, smettere per un attimo di essere la sorella maggiore, la madre di famiglia, la donna di casa, la cuoca perfetta e godersi un po’ di liberta, il suo essere donna e ancora giovane. Il piccolo viaggio da e verso casa delle tre donne verrà arricchito dalla presenza di una serie di personaggi più o meno bizzarri e più o meno reali, tutti vitalmente importanti in quanto portatori di messaggi difficili da cogliere e di memorie secolari.

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Le tre attrici che interpretano le sorelle francesi sembrano conoscersi da sempre, l’intesa che hanno rende la loro performance molto credibile e persino i momenti di intimità e le risate appaiono spontanei e non forzati, cosa non troppo semplice in un film. Ad eccezione dei paesaggi che vengono mostrati in inquadrature ampie e panoramiche, tutto il resto del film è in primo piano, persino la famigerata casa (che è la chiave di tutto) paradossalmente non viene mai mostrata per intero, ma solo attraverso una finestra oppure una stanza, come se fosse troppo difficile contenerla tutta nello schermo. Questa scelta crea un senso di alienazione, tutto il film è ambientato in un luogo che non si riesce mai a vedere del tutto e dunque a percepirne la grandezza. Lo spettatore si sente al contempo lontano e estremamente vicino, in entrambi casi in una posizione da cui è impossibile capire con chiarezza dove ci si trova. Che l’effetto sia voluto o no non importa, perché in realtà il senso del film sta tutto lì: cosa sia avvenuto in quella casa è ormai passato, se i genitori che l’hanno comprata non erano i migliori del mondo non ha più importanza, quella adesso non è più solo una casa estiva ma la destinazione finale come l’inizio del viaggio. Un non-luogo che non appartiene a nessuno stato, uno stato nello stato che ha appena avuto il permesso di esistere, la dimora della pace quando anche la più piccola speranza sembra essersi spenta.

Il 4 novembre 1995  venne assassinato a Tel Aviv durante una manifestazione per la pace Ytzhak Rabin. Ma per le tre sorelle francesi quel gesto mortale sarà la ragione più valida per una nuova vita.

La casa delle estati lontane
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3.8

In Sintesi

Sembra solo una commedia alla francese, ma è molto di più.

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