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Cinema

Knight Of Cups: recensione del film di Terrence Malick

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Titolo: Knight of Cups

Genere: Drammatico

Anno: 2016

Durata: 118′

Regia: Terrence Malick

Sceneggiatura: Terrence Malick

Cast principale: Christian Bale, Cate Blanchett, Natalie Portman e Antonio Banderas

Non è facile scrivere di Terrence Malick, si crea ogni volta un senso di disagio, di imbarazzo o riserva, urgono dosi massicce di distacco critico. Il regista texano è da sempre motivo di grandi contrasti e schieramenti faziosi: detrattori contro ammiratori, ultrà e denigratori, feticisti e malpancisti. È innegabile che il cinema di Malick rappresenti un prodotto irripetibile e unico nel suo genere, non ha epigoni o eredi, né modelli o richiami alla poetica di altri autori, il suo discorso cinematografico appartiene rigorosamente ad un unico genere, il genere Terrence Malick.

La confezione di genere si ripresenta in ciascuna delle sue esternazioni. L’impianto formale delle sue pellicole è un autentico marchio di fabbrica: immagini abbaglianti, fotografia controluce, carrellate lente e sinuose, musiche solenni e pervasive, frammenti di soliloqui struggenti slegati alla diegesi, montaggio alternato tra le vicende del film e le figure del cosmo e così via. Eppure tale vocabolario non è mai stato sterile godimento estetico o stucchevole posa, ma si è sempre fatto veicolo di una prospettiva, messaggero di un discorso filmico. Malick sfutta gli elementi fisici per cercare il metafisico, vuole liberare l’anima imprigionata nella carne del mondo. Piaccia o meno la sua poetica, sia essa giudicata ambiziosa o velleitaria a seconda dei gusti, la sua è una tensione verso l’assoluto, la ricerca di una comunione spirituale con le cose, di un’intuizione universale, la sua è una grammatica dell’assoluto.

knight cupsNegli ultimi tre film, usciti in un arco di tempo per lui stringente e concordemente ritenuti parti di un trittico, The three of life, To the wonder e l’ultimo Knight of cups, l’autore texano ha rotto gli indugi accelerando non poco lungo questo tragitto. Malick sembra voler progressivamente rinunciare alla trama, ai dialoghi, ai personaggi, sembra quasi che egli voglia rinunciare al cinema, alle sue convenzioni (distrazioni) canoniche in favore di uno sperimentalismo sempre più astratto. La sua logica narrativa non è la progressività drammatica ma la presentazione espositiva, non c’è costruzione ma giustapposizione, egli rinuncia alla narratività in favore della pura referenzialità. Questa esasperazione stilistica è scelta audace e rischiosa e presta il fianco all’aspro dibattito posto in esergo. Alle immagini di Malick non si può negare un indiscusso e sbalorditivo potere di fascinazione, ma se ad esso corrisponda un altrettanto indiscusso potere di significazione, di creazione di un senso, un substrato morale e un valore fondativo, lo può svelare soltanto uno sforzo critico accurato.

La trama come si diceva è un abbozzo. Christian Bale interpreta Rick, uno sceneggiatore di Hollywood animato da una profonda crisi spirituale che lo porta a vagare senza meta, prosciugato, sfatto, intorpidito, lungo i paesaggi di Los Angeles e dei deserti circostanti. Rick è un incallito donnaiolo e in corso d’opera lo vediamo intercambiare una mezza dozzina di amanti che non sembrano mai appagarlo del tutto. Sul lavoro è continuamente annoiato, spaesato, e anche il rapporto con la sua famiglia è teso e alienante. L’architettura del film dunque, resa esplicita dalla punteggiatura dei tarocchi, è dichiaratamente episodica, circolare, fatta di ripetizioni, ritorni, rimandi, situazioni narrative slegate da una logica lineare e progressiva.

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Ben presto ci viene introdotta una voce-off senile e solenne che recita i passi di un racconto del III secolo intitolato L’inno della perla. Quest’opera è uno dei testi chiavi della letteratura gnostica e narra in sintesi il cammino di un eroe che viene inviato dal padre a trovare una perla in un paese straniero per poter riconquistare il suo regno. Ma una volta arrivato a destinazione l’eroe viene accecato dai piaceri e dalle distrazioni terrene e si dimentica della sua missione. Grazie al frullare delle ali di un falco, egli finalmente si desterà dal suo torpore riuscendo a portare a termine la sua ricerca. Se ho riassunto l’intreccio del mito è molto semplice: l’esile trama de L’inno della perla ricalca esattamente la sfuggente trama del film. E il fatto che essa venga persino declamata nelle sequenze iniziali non può che essere un punto dolente. L’effetto didascalico è ahimè violento e indiscutibile: è come se ci venisse letto lo script del copione mentre scorrono le immagini, le istruzioni del film, sminuendo l’immaginazione di chi guarda e delegando alla parola lo sforzo dell’enunciazione.

Rick personifica – troppo – esplicitamente l’eroe mandato a cercare la perla che resta offuscato dalla voluttà dei piaceri terreni. Sennonché un improvviso terremoto innesca il suo risveglio e da lì comincia il suo esodo, il suo vagare irrequieto e inesausto tra party, ville e piscine lussuose, la sua grande bellezza. Ma che cosa ricerca Rick? Qual è il suo scopo, il senso del suo errare? Qual è la posta in palio?

Come nei film precedenti, e in coerenza con la poetica di Malick, il protagonista cerca la riconciliazione con il mondo, cerca di abbattere la distanza incolmabile tra la figura e lo sfondo, tra l’io e il tutto, tra il micro e il macrocosmo, cerca un identificazione panteistica che non riesce a raggiungere, quel senso universale che darebbe un peso alla sua identità, un antidoto al suo non-essere nel mondo – non a caso ci viene più volte descritto come pellegrino/testimone/straniero –. La ricerca non sembra avere una risposta chiara fino almeno a tre quarti del film: è qui che un prete disilluso e malinconico, parente del Bardem di To the wonder, recita uno dei pochi dialoghi intra-diegesi dell’opera evidenziando come la chiave di ogni cammino spirituale sia la sofferenza, è solo attraverso la sofferenza che troviamo la grazia, la forza necessaria per ignorare le distrazioni del superficie e scovare quello che c’è sotto, l’invisibile dietro il visibile.

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Ma in cosa consiste la grazia? Archiviata l’ennesima irrisolta love story di Rick gli ultimi fotogrammi sembrano suggerire la quadratura del cerchio. Le immagini dell’appartamento abbandonato, la soggettiva in avanti dall’auto sulla carreggiata, il tuffo in acqua a simboleggiare fluidità, transizione, trasformazione continua, svelano la morale del film e della sua struttura a spirale: la ricerca di un senso che si risolve nella ricerca come senso. La fine di una storia coinciderà sempre con l’inizio di un’altra, alla fine del tunnel non ci sarà una luce ma un altro tunnel, non c’è nessuna rivelazione, non esiste scopo, senso, riscatto, se non nella ricerca stessa, non esiste conoscenza che non sia l’accettazione che si può solo sfiorare l’essenza – come fanno le migliori opere d’arte dell’uomo che aspirano a replicare la voce del Divino – ma senza mai raggiungerla, senza mai superare l’incolmabile iato tra il visibile e l’invisibile, tra il fisico e il metafisco, tra la Terra e il Cielo. Ci si più avvicinare sempre di più ed essere sempre più estasiati, assetati, consapevoli, ma alla fine il masso rotolerà sempre a valle e a Sisifo non resterà che issarlo in spalla e riportarlo nuovamente in cima.

Questo costrutto può essere adattato tanto alla vicenda di Rick quanto a quella di Malick, che qui firma l’opera in cui meglio la prospettiva del protagonista dentro lo schermo si riflette nella prospettiva del regista dietro lo schermo. In cui meglio l’immaginario sublime, i volteggi solenni, i mantra poetici e la fotografia edenica e abbacinante, rivelano l’impossibilità di trovare un senso metafisico, un qualche metadato o controverità, di rimandare ad altro che non sia la mera contemplazione della finitezza, la piena adesione emozionale ed estetica, e godersi la meraviglia.

Regia e fotografia: 5/5

Sceneggiatura:2/5

Recitazione: 3/5

Coinvolgimento emotivo: 4/5

Giudizio complessivo: 3,5/5

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