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Klondike: Recensione dell’episodio 1.03 – Part Three

I know nothing, John Snow…. oh, no sorry, king of the north

Giuro, mi sono sbellicato dalle risate a questa intensa citazione di Game of Thrones, fatta dal povero Meeker un attimo prima di morire come un idiota che saltella sul ghiaccio sottile che copre il fiume. Si, so che non ha detto così, ma nella mia testa era esattamente questo. Almeno, questa perla di umorismo involontario, mi ha risollevato un po’ dalla strisciante noia che ha pervaso questo episodio finale.

Ma andiamo con calma. Discovery ha mosso il suo primo passo nella serialità televisiva, anche perché ormai, dopo Vikings prodotto da History, se sei un canale educational e non produci una serie diventi un po’ sfigato, e in parte i risultati sono stati positivi, anche perché le ambientazioni sono state favolose, ma difficile sbagliare quando il set della tua serie è un posto di una bellezza selvaggia incomparabile. Si va a botta sicura e si vince facile.

Klondike 103BVanno dati i meriti anche al casting che ha tirato fuori dei bei nomi, non solo il nostro King of The North, ma anche Ian Hart, Tim Roth ed una brava Abbie Cornish che sostanzialmente hanno convinto per le possibilità che avevano di esprimersi. Perché sì, per quanto riguarda la costruzione della storia si nota il dilettantismo di Discovery e dello staff di scrittura e questo ha penalizzato anche le possibilità degli interpreti.

Innanzitutto ho trovato sbagliato il formato di doppio episodio unito, troppo pesante e lungo: non siamo in show come Sherlock, nei quali i novanta minuti fuggono via perché la trama è avvolgente per lo spettatore e lo spettacolo tecnico affascina incredibilmente. Qui i novanta minuti vengono riempiti spesso da concetti ridondanti e anche se la trama avanza in modo abbastanza lineare, si avverte la staticità e la ripetitività della storia, anche e soprattutto perché le svolte sono spesso banali e anticipabili. La caratterizzazione dei personaggi non aiuta; sono tutti troppo estremizzati: i cattivi sono cattivi senza macchie di luce e i buoni sono buoni senza ombre, le donne si sacrificano per redimersi (non ho ben capito se debbano redimersi dall’essere donne, la serie non spiega molto di più).

Klondike 103aTutto questo lo si nota specialmente in quest’ultima parte di narrazione, classicamente la più difficile, in quanto conclusione nella quale tutti i fili vanno tirati e tutte le storie vanno chiuse: assistiamo a comportamenti abbastanza casuali e non dettati da logica, quasi comici, come Tim Roth che se ne va dall’altra parte, giusto perché è bastian contrario, Abbie Cornish che rinuncia ad andarsene con quel manzo di Madden, oltretutto con un bagagliaio pieno di lingotti d’oro, perché “in America non avrebbe nemmeno il diritto di voto” (WTF!!!) o altra gente che fa cose senza senso solo perché così la storia può avanzare nella direzione voluta dallo sceneggiatore (il più grosso errore dello sceneggiatore con poca esperienza è, infatti, piegare la storia alle esigenze della realizzazione finale). Ci sono anche piccoli errori tecnici che però sono fastidiosi allo sguardo e compiuti sempre per la stessa ragione spiegata poco sopra, ossia in successione campi larghi con visibilità a 40km e aria limpida e campi stretti con bufere di neve, giusto per giustificare il fatto che le persone non si vedano tra di loro. Preferisco inoltre rimuovere, o derubricare a citazionismo di Treme, il funerale in stile New Orleans di fine episodio.

Klondike 103cC’è parecchio da buttare insomma? Abbastanza, ma non tutto. Comunque è un esperimento interessante e, visto che parliamo di soli tre appuntamenti, il tutto si lascia anche guardare. Piacevoli, come detto sopra, le ambientazioni e vedere dei bravi attori al lavoro, nonostante tutto. Certo Discovery, che personalmente mi auguro possa continuare a produrre serie tv, potrà imparare da alcuni errori, primo tra tutti, affidare la scrittura a gente più esperta.

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