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Cinema

Kadaver: il teatro e l’orrore – Recensione del film horror norvegese di Netflix

Kadaver - la recensione
Netflix

Titolo: Kadaver
Genere: horror
Anno: 2020
Durata: 1h 26m
Regia: Jarand Herdal
Sceneggiatura: Jarand Herdal
Cast principale: Gitte Witt, Thomas Gullestad, Thorbjorn Harr

Il lungo anticipo con cui viene stabilito il calendario delle uscite di Netflix è la prova più convincente che sia solo un caso che Kadaver esca proprio ora. Cioè quando nuovamente cinema e teatri sono stati chiusi per contrastare la seconda ondata della pandemia, mentre in questo film è proprio in un teatro che si svolgono gli eventi in un mondo post apocalittico. Tanto più è un caso che la frase “andrà tutto bene” che abbiamo ripetuto durante il primo lockdown sia il mantra ossessivo della protagonista. Nonostante non sia andato tutto bene. Né nella realtà né nel film.

Kadaver: la recensione
Kadaver: la recensione – Credits: Netflix

Dalla Norvegia con (poco) orrore

Scritto e diretto da Jarand Herdal, Kadaver è la prima produzione originale della filiale norvegese di Netflix. Che sia un film scandinavo, lo si capisce immediatamente dalla fotografia livida e fredda dai toni bluastri che domina il lungo incipit della pellicola. Scelta stilistica ormai caratteristica del cinema a quelle latitudini, ma che risulta ideale per illustrare il dove e il quando della storia. Ambientato in quel che resta di un’imprecisata cittadina norvegese dopo un’indefinita catastrofe nucleare, il film impiega poco tempo a chiarire che l’apocalisse è solo una scusa per parlare d’altro. Che sia conseguenza di una terza guerra mondiale o di una esplosione accidentale, quel che a Herdal interessa della sciagura atomica è solo l’aver trascinato i suoi protagonisti in un mondo dove a dominare è il bisogno primario: nutrirsi.

È questa unica preoccupazione a generare indifferenza verso ogni altro aspetto del sopravvivere quotidiano. Poco più che uno sguardo distratto è riservato ai cadaveri abbandonati lungo le strade. Niente più che una rapida occhiata è destinata ai furti improvvisi che accadano di fianco a chi cammina verso una casa diroccata. Una necessità tanto impellente può anche far crollare ogni prudenza e offuscare ogni ragionamento. Tanto che un carretto itinerante che invita ad uno spettacolo teatrale non sembra una assurdità fuori luogo solo perché nell’invito incomprensibile è inclusa la promessa irrinunciabile di un pasto abbondante.  

Proprio questa premessa si rivela essere, tuttavia, l’interesse originale, ma anche la debolezza letale di Kadaver. Il film è abile a tratteggiare con poche ma efficaci pennellate una situazione estrema che ottunde le menti rendendole cieche di fronte ai pericoli più evidenti. Ma lo spettatore non si trova in quella condizione per cui gli è subito chiaro cosa si nasconde dietro la voce invitante del vecchio imbonitore. La tensione che dovrebbe accompagnare il successivo disvelamento dell’orrore svanisce, quindi, troppo in fretta perché basta un attimo a capire cosa c’è nei piatti serviti agli invitati affamati.

Kadaver diventa, quindi, un horror che nega a sé stesso la possibilità di spaventare. Ossia un film contraddittorio che si iscrive ad un genere solo per negare la sua appartenenza a quello stesso genere.

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Kadaver: la recensione
Kadaver: la recensione – Credits: Netflix

Il teatro come necessità

Potrebbe essere inconcepibile comprendere perché Kadaver faccia questa scelta tanto suicida. In verità, una motivazione plausibile è legata al discorso che Herdal fa pronunciare a Mathias Vinterberg, anfitrione della cena e ideatore del macabro piano. Nutrirsi sarà anche il bisogno primario che motiva le scelte dei sopravvissuti, ma a renderli umani è il desiderio di sentire. Provare emozioni. Appassionarsi a storie. Assistere a spettacoli. Il teatro cessa, quindi, di essere uno svago da vivere quando tutto va bene. Al contrario, si erge a necessità quasi irrinunciabile. Come se il potere del racconto e il fascino della messa in scena siano il nettare irresistibile che attira le api verso i fiori. Anche se poi quei fiori sono di piante carnivore.

Kadaver diventa in questo modo un insolito inno al teatro. Gli invitati di Mathias saziano la loro fame, ma con altrettanta ingordigia desiderano nutrirsi dei tanti spettacoli che vengono offerti loro in una forma di teatro diffuso. Non a caso la fotografia compie una virata significativa esaltando il rosso dei tappeti e degli arredi lussureggianti e la pulizia degli abiti eleganti. L’apocalisse del mondo di fuori si cancella dalle menti degli ospiti e dallo sguardo degli spettatori. Ad entrambi è offerta la magia del teatro e la forza vivificante delle storie minime di amplessi contro il muro, litigi coniugali, camerieri disperati, trucchi di scena, quadri premonitori.

Ancora una volta, tuttavia, Kadaver cade in un tranello inconsapevole. Non sono solo Leonora e Jacob (la coppia di protagonisti) a scoprire l’inganno di Mathias, ma prima ancora ci arriva lo spettatore. Senza neanche dover attendere la scomparsa repentina della piccola Alice. L’insistere sul passato da attrice di Leonora, inoltre, suggerisce quale possa essere la soluzione finale a cui il film inesorabilmente arriva perdendo forza proprio quando dovrebbe acquistarla. Quel che resta è un percorso interessante nella premessa, ma incapace di legare a sé lo spettatore nonostante qualche riuscito momento blandamente horror.

Kadaver ha il pregio di portare un tema inedito per il genere horror, ma il difetto di far sorgere il dubbio che questa dopotutto non sia stata una buona idea.

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Kadaver: la recensione
Kadaver: la recensione – Credits: Netflix

Andrà tutto bene comunque

Nonostante quanto più volte ripete Leonora, andrà tutto bene resta una speranza tradita più che una promessa mantenuta. Le recentissime news ci dicono che così è stato per la pandemia. Kadaver ci mostra come non sia sufficiente crederci perché si avveri. Eppure, il film vuole suggerire che, nonostante tutto, proprio avere fede in questa idea non sia questione di volerlo, ma di doverlo. Più di una volta, Leonora ammonisce implorante Jacob che credere che andrà tutto bene è l’unica arma a disposizione per superare difficoltà insormontabili. Perché, infatti, non è altro che quella testarda fede in un finale positivo a darle una forza inarrestabile.

Proprio Leonora è il personaggio meglio caratterizzato e riuscito di Kadaver. Merito della convincente Gitte Witt che riesce a catturare l’attenzione dello spettatore diventando gli occhi attraverso cui scopre gli orrori nascosti. Brava è l’attrice  norvegese a mostrare la determinazione incrollabile non solo di una madre che vuole salvare la figlia, ma anche di una donna che non vuole rinunciare alle proprie convinzioni. È lei la stella di un cast minimale che affida parti di rilievo solo ad altri due nomi, entrambi ignoti al grande pubblico. Dei due, Thomas Gullestad interpreta con precisione il ruolo da spalla a cui sono affidati i momenti più fisici. Diametralmente opposta deve essere, invece, la recitazione di Thorbjorn Harr per rendere magnetici i monologhi del suo Mathias e intrisi di lucido cinismo le motivazioni dei suoi gesti.

Si diceva sopra che Kadaver è il primo film norvegese di Netflix. E che sia di Netflix lo si vede dal giudizio finale comune a troppe opere del colosso dello streaming. Appassionante quel tanto che basta a guardarlo per poi dimenticarlo.

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Kadaver: la recensione
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3

Giudizio complessivo

Un film che prova a innescare un discorso originale sul teatro in una cornice horror convenzionale, ma che svela troppo in fretta le sue carte finendo per essere un piacevole passatempo e nulla più

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