Cinema

Jupiter – Il destino dell’universo: la recensione

Il National Film Registry è il catalogo dei film scelti per la conservazione nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti da un apposito comitato che seleziona le pellicole che meritano di essere salvate in una ipotetica arca della memoria per il contributo che hanno dato alla storia del cinema (vuoi per innovazioni tecnologiche o per aver ridefinito i temi e i modi di narrare di un dato genere). In questa tanto ristretta quanto prestigiosa elite Lana (una volta Larry) e Andy Wachowski hanno avuto nel 2012 l’indubbio onore di accedere grazie a quell’indimenticabile “Matrix” la cui influenza sul cinema di fantascienza non è ancora spenta nonostante i quindici anni trascorsi dalla sua prima proiezione. Quasi come se raggiunta la vetta più alta di una catena montuosa non si potesse fare altro che scendere facendo attenzione a non precipitare rovinosamente, la filmografia successiva dei Wachowski è rotolata a valle lentamente con i due sequel di Matrix che, pur forti di un rassicurante successo al botteghino, sono comunque stati un sicuro indizio di una infelice parabola discendente. Il poco riuscito “Speed Racer” del 2008 e l’ambizioso quanto pretenzioso “Cloud Atlas” del 2012 non hanno fatto altro che confermare i dubbi sulle reali capacità dei due fratelli di restare al passo con il loro capolavoro.

JupiterMilaCon Jupiter i Wachowski provano a tornare ai loro fasti inaugurando, al tempo stesso, quello che potrebbe essere un franchise sul modello dei munifici film Marvel. E lo fanno lasciando da parte ogni tentativo di ammantare il film di messaggi filosofici in salsa new age come in “Matrix Reloaded” o arzigogolate riflessione sulla permanenza nel tempo alla “Cloud Atlas” per lasciarsi trasportare dai virtuosismi degli effetti speciali e dei movimenti di camera. Spogliano il racconto di ogni eccesso di parole e pensieri per narrare una avventura semplice che si limita ad essere quasi solo una esile nota in sottofondo necessaria a dare il la ad una, a volte assordante, a volte entusiasmante sinfonia di scene adrenaliniche da seguire senza prendere fiato, inseguimenti ad alto tasso di spettacolarità, fiabeschi costumi raffinati, creature fantasiose rivisitate in modi talvolta giocosamente irriverenti (lucertoloni umanoidi con il chiodo alla Fonzie o umanoidi con facce simili a gufi o topi), fondali articolati che disegnano caotiche città spaziali o interni opulenti. Un indubbio piacere per lo sguardo di uno spettatore che non può non lasciarsi trascinare dal velocissimo vortice di combattimenti sapientemente coreografati tra riprese nell’ormai immancabile slow motion e battaglie spaziali tra agili navicelle che sfrecciano tra immense costruzioni. I progressi della CGI permettono ai Wachowski di rendere in immagini accattivanti un intero mondo fantastico che fonde la fantascienza di “Star Wars” e del più recente “Guardiani della Galassia” (da cui vengono gli edifici su scala planetaria, le immense astronavi parcheggiate immobili nel silenzio di vasti panorami stellari, gli eserciti di esseri variamente umanoidi) con i rimandi fantasy che echeggiano nei palazzi del potere (come la sala del matrimonio le cui colonne candide richiamano la Minas Tirith del “Signore degli Anelli”) o nei ricchi abiti e le complesse acconciature degli appartenenti a nobili casate. Note di merito per un film che visivamente centra l’obiettivo di ammaliare chi nulla di meno si aspettava dai creatori di Matrix.

JupiterCaineUn film, quindi, che merita una convinta promozione? Purtroppo, no. Perchè l’innegabile ricchezza delle scenografie e le convincenti meraviglie della regia dovrebbero essere un modo intelligente di raccontare una storia autonoma, mentre al contrario debordano in modo eccessivo per cercare di supplire in maniera furba alle carenze di una sceneggiatura che si impegna più a redigere un catalogo di razze aliene che ad inventare un percorso lineare e coerente per i suoi personaggi. Abbondano le citazioni a classici della fantascienza (riconoscibile perfino un accenno a “Men in Black” con l’idea degli alieni che cancellano i ricordi ma senza sparaflashare nessuno) e delle fiabe con la protagonista che, come una novella Cenerentola, ascende (di qui il senso del titolo originale andato perso nella insignificante traduzione italiana) da umile donna delle pulizie al livello di regina di un mondo intero grazie all’aiuto del cacciatore di Biancaneve (qui metà uomo metà lupo) combattendo contro famiglie in lotta tra loro come in “Dune”. Una storia la cui pecca maggiore non è la mancanza di originalità, ma il modo raffazzonato in cui si dipana tra spiegazioni didascaliche e dialoghi banali dall’esito scontato. Anche i diversi personaggi vengono tratteggiati grossolanamente secondo schemi classici (la bella indifesa ma coraggiosa, l’eroe indomito ingiustamente accusato, il saggio mentore che tradisce ma subito si riscatta, i villain algidi e crudeli o fascinosi ma infidi) così che le loro azioni sono ampiamente prevedibili e la trama manca di sorprese che non arrivino precedute da una telefonata annunciatrice.

JupiterBalemMortificati da una storia alla quale i due registi sembrano non essere veramente interessati troppo concentrati come sono sulla parte visiva della pellicola, gli attori non riescono ad emergere da un vago anonimato. Mila Kunis è una scelta intelligente per il ruolo di Jupiter Jones perché ha una bellezza che sa farsi dismessa e sa mostrare l’incredulo imbarazzo di una ragazza desiderosa di evadere da una mortificante routine che si vede proiettata in un ruolo più grande di lei senza averlo chiesto o esserselo guadagnato. La regia ama giocare con i suoi favolistici occhi da cerbiatto innocente e le sue espressioni sorprese, ma alla fine non le regala una propria autonomia mostrandola sempre come il motore immobile delle vicende piuttosto che come una protagonista attiva (in una caratterizzazione in stile anni Ottanta che volutamente dimentica i progressi rappresentati da eroine moderne come la Katniss di Hunger Games o la Trix di Divergent). Channing Tatum funziona bene nelle scene di azione, ma il suo Caine Wise (a lungo a torace scoperto per la gioia delle adolescenti in piena tempesta ormonale) pecca di espressività restando con lo stesso cipiglio guerresco anche nei momenti che vorrebbero essere romantici. Quasi irriconoscibile Eddie Redmayne che tanto si è impegnato a rendere Stephen Hawking quanto poco qui si sforza di donare al suo Balem Abrasax un minimo di spessore che vada aldilà di qualche scatto isterico o sguardo annoiato. Da una soap opera sembrano invece usciti sia il fratello Titus (Douglas Booth)  che la sorella Kalique (Tuppence Middleton), mentre da una pessima caricatura vengono gli immigrati russi della famiglia di Jupiter (tra cui Maria Doyle Kennedy da “Orphan Black” nel ruolo della madre). Menzione d’onore per Terry Gilliam che interpreta un burocrate nel parodistico giro su Ourus.

“Jupiter” si chiude con l’inevitabile happy ending che lascia tuttavia aperta la strada per possibili sequel, coerente in questo con i desiderata della produzione. Altrettanto aperto resta, tuttavia, il dubbio sempre più fondato che chiusa ormai sia la vena creativa dei Wachowski.

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