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Cinema

Il Settimo Figlio: la recensione

Tra i meriti e/o le colpe (a chi legge la scelta) di Peter Jackson e della sua scelta di realizzare la trilogia del “Signore degli Anelli” va annoverata anche la decisiva spinta a favore di un mai tanto entusiastico interesse per il genere fantasy. Basta leggere qualche data sparsa. “La compagnia dell’anello” è del 2001; nel 2005 inizia il franchise delle “Cronache di Narnia”, nel 2006 arriva nelle sale “Eragon”; “Stardust” è del 2007 seguito da “Le cronache di Spiderwick” nel 2008 e “Inkheart” nel 2009. Una lista fatta di alti e bassi in termini di qualità cinematografica e successo al botteghino, ma chiaramente indicativa del perché un film come “Il Settimo Figlio” sia riuscito ad avvalersi di un budget tanto impegnativo (quasi 95 milioni di dollari) per scritturare un cast (Jeff Bridges e Julianne Moore tra gli attori e Dante Ferretti alla scenografia) che prometteva un livello più che degno di una speranzosa attenzione. Promettere è facile, mantenere una promessa difficile. Ed è questo quel che accade con questo film diretto dall’inadatto Sergey Bodrov capace di sperperare un così ingente capitale per realizzare quello che avrebbe voluto essere il primo capitolo di una redditizia serie (basata sui 13 libri del ciclo “The Warstone Chronicles” di Joseph Delaney, ancora inediti in Italia), ma che rischia invece di essere la parola fine ad una avventura interrotta sul nascere.

IlSettimoFiglioTomDove Bodrov e gli sceneggiatori peccano maggiormente è nell’incapacità di staccarsi da un canovaccio troppo classico per poter giustificare un reale interesse senza supplire al già visto proponendo una qualche innovazione nel modo di raccontare una storia già nota o nella resa visiva di un immaginario ampiamente esplorato da molte altre opere recenti. Tom Ward (interpretato dal Ben Barnes già noto come il principe Caspian di Narnia) è il classico umile contadino destinato ad una anonima vita di ordinaria banalità (tra infruttuosi tentativi di improvvisarsi cacciatore e degradanti pulizie del recinto dei maiali) che si scopre, invece, unico erede di un destino riservato a pochissimi eletti. Come settimo figlio di un settimo figlio (qualità che pare più uno scioglilingua che una reale motivazione) viene scelto come apprendista dall’ultimo rappresentante di un ormai quasi estinto ordine di maghi guerrieri che hanno il difficile compito di dover vigilare sulle a volte pericolose a volte innocue creature del mondo ultraterreno (tra fantasmi benevoli e spiriti irrequieti, streghe non sempre cattive e mutaforma affamati di carne umana). Come prevedibile, il suo apprendistato decennale dovrà essere condensato in una sola settimana perché l’irrimandabile salvezza del mondo indifeso dalla perfida villain non può attendere i dieci anni che sarebbero necessari. A fargli da guida un’altra figura tipica, quella del vecchio mago Gregory (uno sprecato Jeff Bridges) che, come da copione, alterna bonaria arroganza e sincera dedizione, spavalda ironia e sicuro coraggio, aspri rimproveri e incoraggianti lodi. Figura di contorno immancabile anche il brutto ma buono, ruolo qui assegnato allo zannuto Zanna tanto mostruoso quanto forte, tanto sgradevole nell’aspetto quanto ammirevole nella fedeltà al suo maestro. Indispensabile l’antagonista potente e crudele che nel più scontato gioco degli opposti è ovviamente una strega, ma non una qualunque bensì la regina di tutte, la Madre Malkin (perché madre?) interpretata da una Julianne Moore in libera uscita dopo la ben più impegnativa (e giustamente più remunerativa) prova in “Still Alice”. Corollario altrettanto immancabile è la corte di nemici dai molteplici poteri e dalla cieca obbedienza alla loro feroce padrona. E, manco a dirlo, la storia d’amore impossibile tra l’eroe incorruttibile e la spia pronta a redimersi e, se Romeo è Tom, Giulietta è Alice resa con ovvietà dalla svedese Alicia Vikander.

IlSettimoFiglioGregoryIn una recensione (ma in un qualunque testo) il pericolo maggiore è usare un vocabolario limitato e abusare degli stessi termini troppe volte. È per questo motivo che recensire “Il Settimo Figlio” è tanto difficile. Perché ti costringe a ripetere ossessivamente lo stesso aggettivo: prevedibile. Perché niente di quello che Brodov mette in scena può essere definito in maniera diversa se non ricorrendo ad un dizionario dei sinonimi che ti permetta di evitare un uso smodato dello stesso aggettivo. Come giudicare altrimenti una trama che procede spedita attraverso cliché abitudinari con l’eroe prima coraggioso ma inesperto, poi impavido ma incapace di spingersi fin dove il suo ruolo richiederebbe, infine in pieno possesso di ogni arte della guerra e della magia? Quale sinonimo usare per aggiungere un commento alla confessione del maestro sul suo lontano passato con la strega? Quale termine adoperare per definire gli scontati dialoghi tra Tom e Alice? Quale parola usare per far comprendere al lettore quanto facile sia capire l’esito di ogni scontro? Né aiutano gli effetti speciali che vorrebbero supplire all’assenza di inventiva stordendo lo spettatore con una carrellata di draghi, giaguari, uomini a più braccia, assassini senza volto, ma che invece finiscono per essere una eccessiva ostentazione per giunta non sempre ben realizzata tecnicamente. Persino i costumi peccano di originalità assomigliando a quelli indossati dai protagonisti di tanti videogiochi a tema fantasy in commercio oggi (e da essi il film prende anche la classificazione dei mostri in livelli di abilità necessaria per sconfiggerli).

IlSettimoFiglioMalkinUna sceneggiatura zoppicante e una regia piatta non avrebbero annegato il film in un mare di banalità se una recitazione ispirata avesse lanciato un provvidenziale salvagente al naufrago bisognoso di aiuto. Ma quest’aiuto non poteva venire da Ben Barnes le cui spalle non sono sufficientemente forti da reggere un ruolo da protagonista primario che, in fondo, non ha mai avuto (ed anche nei due film della serie di Narnia non ha questo compito). Né l’inesperta Alicia Vikander fa molto di più limitandosi a svolgere il compitino assegnatole con diligenza e senza sbavature, ma anche senza particolari guizzi che le permettano di andare oltre una mera sufficienza. Qualcosa di più ci si poteva aspettare da Jeff Bridges, ma il suo Gregory appare fuori contesto, una sorta di Drugo Lebowski che parla con la bocca impasta del Grinta trascinato a forza in un mondo non suo e in cui si trova manifestamente a disagio. Molto poco fa anche l’altra stella del cast, una Julianne Moore che ha anticipato il percorso tipico di molte dive hollywoodiane che dopo l’Oscar si dedicano a pellicole di evasione senza pretese limitandosi al minimo sindacale in attesa di altre più ammirevoli produzioni. Cameo d’eccezione quello di Kit Harington, il Jon Snow di Game of Thrones, qui presente quasi come un doveroso omaggio e una richiesta di benedizione alla serie che è oggi la più riuscita e convincente riedizione del fantasy.

Prevedibile, intuibile, immaginabile, pronosticabile. Scegliete il sinonimo di vostro maggior gradimento e otterrete la più sintetica ma anche la più corretta recensione di questo film.

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