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Cinema

Il Regno d’Inverno – Winter Sleep: la recensione

 

Lontano dalla movimentata città di Istanbul, si estende un luogo meraviglioso, affascinante e maestoso, nella cui bellezza l’occhio si perde piacevolmente: si tratta della Cappadocia, una terra silenziosa e sconfinata, fatta di altipiani e colline di roccia pallida, in mezzo alla quale sono disseminati piccoli paesini e villaggi, come quello che vediamo nel film di Nuri Bilge Ceylan. Sono i paesaggi onirici a fare da sfondo ad una storia, o meglio, ad uno sguardo su una storia in corso, ad una lunga riflessione su ciò cui i personaggi sono arrivati. cine_region_winter_sleep_3

Aydin (Haluk Bilginer) è proprietario di un piccolo e accogliente albergo costruito nella roccia, in mezzo alle colline, nonché di alcune case del villaggio vicino. Si tratta di un uomo benestante di una certa età, un ex attore, che vive con una giovane moglie di nome Nihal (Melisa Sozen) e la sorella Necla (Demet Akbag). Ma come già il nome dell’albergo fa sospettare (“Othello”), la pace circostante e la neve che comincia a cadere dal cielo fungono da velo ad una serie di tensioni soffocate, che si risolvono in lunghi e gelidi scambi verbali e solo in pochi gesti energici. Uno dei pochi che ci fa smuovere dal tepore della nostra poltrona è compiuto da un bambino, che, animato da una rabbia di cui non conosce con esattezza la natura, scaglia una pietra contro la macchina di Aydin rischiando di farla uscire di strada. Se volessimo leggere in chiave simbolica la scena, filtro cui si presterebbe probabilmente l’intera pellicola, potrebbe davvero fare riferimento alla rottura del vetro dietro cui il protagonista guarda la realtà, dietro cui non conosce nemmeno l’identità dei propri affittuari, minacciati dal pignoramento per mancato pagamento delle mensilità. Da allora, pian piano i problemi, i discorsi già fatti o sempre rimandati cominciano a venire a galla in mezzo a quelle giornate che sembrano susseguirsi l’una troppo uguale all’altra, in cui il passato si mischia al presente, il già detto con l’apatia silenziosa. In attesa di scrivere un corposo volume sulla storia del teatro turco in onore della sua parabola mai completata da attore emergente, Aydin si dedica a scrivere articoli critici e moraleggianti su un giornale locale che nessuno legge, in uno studio in cui spicca il manifesto di un “Antonio e Cleopatra”.

Riferimenti continui al teatro, a drammi shakespeariani, fino alla citazione esplicita, spingono a chiedersi quanto il protagonista abbia perso di vista la realtà, i sentimenti e le esigenze della moglie, l’attenzione che si meriterebbe una sorella in difficoltà, a chiedersi se si renda conto o meno della solitudine in cui sta sprofondando, costruita con impegno con le proprie mani. Un film dal gusto teatrale, senza tuttavia le pretese di esserlo: scene di interni caratteristici e dialoghi dentro stanze scavate nella roccia si alternano a inquadrature di sterminati spazi aperti che pian piano vengono ricoperti di neve silenziosa.

Quanto influisce l’ambiente esterno sui nostri umori e comportamenti e quanto viene da noi stessi? Se per i viaggiatori che soggiornano all’ “Othello” fuori stagione e che prima o poi vanno via (come il “rider” avventuriero che vuole vivere la giornata e se ne va senza una meta) si tratta di siti da visitare e vivere più o meno di passaggio, c’è chi si trova per scelta o meno a viverci per tutto l’anno. Aydin è uno di quelli e solo con i rimproveri delle donne a lui care si rende lentamente conto di aver creato un suo solitario regno, piccolo e tutto suo, in cui tuttavia qualcuno vorrebbe invano mantenere una propria, seppur timida e maldestra autonomia. Si accorge che l’amore che aveva spinto la giovane moglie a non badare alla differenza di età si è consumato negli anni in una impalpabile prigione, in cui il risentimento viene esorcizzato con qualche tazza di thé caldo.

KEY winter-sleep-086454 © nuri bilge ceylan-0-2000-0-1125-crop“Il nostro destino è di ingannarci comunque… Costruiamo grandi castelli, ogni mattina, e passiamo il giorno a vederli dissolvere”: ma un’illusione del genere, è destinata a ritorcersi contro chi cerca di tenerla a bada, proprio come il cavallo che viene catturato nella steppa e viene lasciato in una buia grotta in attesa di essere domato, al quale il riflessivo protagonista concede di nuovo la libertà. Come molti bravi attori, Aydin ha una personalità colta ma ingombrante, che plasma quello che ha attorno ma che al contempo, nella vita reale soffoca chi sta affianco assieme ai sentimenti più sinceri.

La neve porta un candido silenzio fuori e una corrente gelida nella casa, in cui a mano a mano ognuno si rimprovera una mancanza, un difetto, un’ossessione, facendo riferimento ad un passato che possiamo solo ricostruire per immagini, ma che ha portato ad una sopportazione ansimante e in bilico…

A posteriori mi rendo conto che si tratta di un film pieno di spunti riflessivi per pensieri profondi, di una regia dal delicato gusto estetico, dalla fotografia raffinata raramente accompagnata da una colonna sonora: insomma, un tipico film da festival. Tuttavia, più per il rispetto del pubblico che rischia di annoiarsi più del dovuto, sono convinta che il regista sarebbe stato perfettamente in grado di sortire lo stesso effetto, volgarmente parlando, anche con un’ora in meno. Certo, se vogliamo fare riferimento a teorie di ricezione e di fruizione testuale, non è un’osservazione molto appropriata, poiché una soluzione del genere non avrebbe mai suscitato in me le stesse identiche reazioni; in compenso avrebbe evitato di farmi sospirare ogni tanto con impazienza o rigirare più e più volte sulla poltrona, in queste tre lunghe ore di analisi di un circoscritto e quotidiano dramma esistenziale.

 

 

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