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Cinema

Il Re di Staten Island: l’importanza di saper ridere – Recensione del film di Judd Apatow con Pete Davidson

Il Re di Staten Island
Universal Pictures

Titolo: Il Re di Staten Island
Genere: commedia
Anno: 2020
Durata: 2h 18m
Regia: Judd Apatow
Sceneggiatura: Judd Apatow, Pete Davidson, Dave Sirus
Cast principale: Pete Davidson, Marisa Tomei, Bill Burr, Bel Powley, Maude Apatow, Steve Buscemi

Jorge da Burgos era disposto ad uccidere pur di non concedere all’arte del far ridere i nobili natali che Guglielmo da Baskerville gli avrebbe dato rendendo nota l’opera di Aristotele dedicata alla commedia. Il severo monaco partorito dalla penna di Umberto Eco non avrebbe neanche compreso quel rido per tenere indietro le lacrime che fa da ritornello in una canzone degli schiavi d’America. E che è il mantra che guida Scott in Il Re di Staten Island.

Il Re di Staten Island: la recensione
Il Re di Staten Island: la recensione – Credits: Universal Pictures

Si scrive Scott, si legge Pete

È questo che fa Scott, figlio di un pompiere morto eroicamente in servizio quando lui aveva solo sette anni. Ed è questo che continua a fare da sempre per convivere con il morbo di Crohn e con la dipendenza dalle canne. Ed, in realtà, è questo che, in modi diversi ma uguali, ha fatto anche Pete Davidson che di questo Il Re di Staten Island è protagonista e co – sceneggiatore. Perché lo Scott sullo schermo non è solo un avatar immaginario del giovane attore americano, ma la sua proiezione sincera essendo il film marcatamente autobiografico.

Sebbene ancora poco conosciuto in Italia, Davidson è dal 2104 il più giovane membro del cast del Saturday Night Live show, una vera e propria istituzione dell’intrattenimento comedy americano. Entrato a far parte della squadra a soli 21 anni, Davidson è oggi ritenuto il talento comico su cui tv e Hollywood intendono puntare in un futuro che è sempre più presente. Non è, quindi, un caso che per il suo ritorno dietro la macchina da presa dopo cinque anni di assenza Judd Apatow abbia deciso di affidarsi completamente a lui. La sceneggiatura di Il Re di Staten Island è, infatti, nulla più che il modo migliore per consentire al giovane comico di fare quello che sa fare meglio. Parlare di sé stesso.

Scott è, infatti, Pete e Pete è Scott. Un’identificazione totale dato che il padre di Pete Davidson è uno dei pompieri morti negli attentanti alle Torri Gemelle. Come Scott, Pete ha avuto il morbo di Crohn che ha curato prescrivendosi abbondanti dosi quotidiane di cannabis. E come Scott ha pensato al suicidio durante le lunghe giornate a cazzeggiare con amici nei parchi abbandonati di Staten Island. Con queste premesse, inevitabile era il rischio che Il Re di Staten Island diventasse un one man show. Non succede completamente perché il film vuole parlare di Scott e del suo mondo. 

Ed è un mondo ricco come solo sa esserlo quello di chi non accetta di annegare tra i marosi delle sue disgrazie, ma riesce a chiedere aiuto a modo suo.

Il Re di Staten Island: la recensione
Il Re di Staten Island: la recensione – Credits: Universal Pictures

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Ridere per non affogare

Non sono state semplici l’infanzia e l’adolescenza di Pete Davidson. Eppure, è diventato un comico esibendosi già a 16 anni prima di debuttare a 20 in tv. E lo ha fatto con monologhi in cui ironizzava su sé stesso e il suo passato. Proprio quello che fa Scott (stesso nome del padre di Pete) in Il Re di Staten Island scegliendo come palcoscenico la platea di amici fedeli con cui passa il tempo tra spinelli onnipresenti, tatuaggi approssimativi, chiacchiere inconcludenti, rapine improbabili.

Un’ironia dissacrante che è soprattutto un’arma sempre accesa con cui respingere ogni discorso serio di chi vorrebbe vederlo andare oltre. Che sia la madre e il suo invito a non essere più un eterno bambinone. O la sorella minore che va al college con il rimorso di lasciare un fratello che sta sprecando la sua vita. O anche la sua amica d’infanzia con cui fa sesso senza avere mai il coraggio di confessare l’amore che provano l’uno per l’altra.

Ridere e far ridere diventa per Scott una medicina salvavita. Un farmaco potente con cui curare i dolori cronici di chi è non ha mai accettato di dover crescere senza un padre idolatrato. E che perciò ha scelto di rallentare il tempo all’infinito rimandando sempre a un domani che non arriva mai il momento in cui provare a realizzare quei sogni a cui crede di avere diritto. Ironia vuole che sia proprio Scott a causare l’incontro fortuito che cambierà la sua storia. Sua madre, in cerca di un nuovo amore dopo diciassette anni di solitudine, ed un pompiere divorziato.

La loro relazione sarà la goccia che fa traboccare il vaso di Scott. Un vaso che era pieno di cose non dette, di confronti impossibili, di proteste taciute, di rinunce forzate, di paure represse. Un vaso di Pandora che era stato tenuto chiuso fino a quel momento dal fragore delle risate con cui Scott stordiva il mondo intorno a lui per avere qualcuno a cui aggrapparsi per non affogare.

Il Re di Staten Island diventa, quindi, un romanzo di formazione come ce ne sono tanti e come non ce n’è nessuno. Comune nel suo raccontare la storia di un ragazzo che deve accettare di crescere e iniziare a diventare ciò che vuole essere. Unico nel suo mettere al centro un protagonista che non è già più un ragazzo, ma ha scelto di ridere e far ridere di sé stesso per nascondere la sua paura che gli altri vedano quel che davvero c’è dietro le sue risate.

Il Re di Staten Island: la recensione
Il Re di Staten Island: la recensione – Credits: Universal Pictures

La ricchezza del mondo intorno

Si diceva sopra che Il Re di Staten Island non è, nonostante tutto, un one man show. Il merito è di Judd Apatow che conferma la sua capacità di far risaltare il suo protagonista tramite le interazioni con chi gli sta intorno. Se Scott è indubbiamente il re a cui fa riferimento il titolo, la sua corte non è solo uno sfondo messo lì per riempire gli spazi vuoti. Al contrario, ognuno dei personaggi secondari è funzionale al percorso di Scott e alla sua maturazione.

Lo sono gli amici di Scott che danno un senso alle sue giornate a far nulla riempiendole di chiacchiere e progetti la cui vacuità è il porto rassicurante dove sentirsi protetti da ogni possibile tempesta. Lo è la madre Margie (interpretata da una credibile Marisa Tomei) che capisce quando smettere di difendere il suo bambino è il modo migliore per dimostragli che può essere altro. Fondamentali sono anche Ray (un insolitamente baffuto e serioso Bill Burr) che sarà la scossa che accenderà il motore di Scott. Ad alimentarlo poi saranno anche dalle parole degli altri pompieri tra cui spicca uno Steve Buscemi dispensatore di pillole di saggezza. Altrettanto importanti sono anche gli esempi della sorella Claire (una sempre convincente Maude Apatow) e della (non) fidanzata Kelsey (la sorprendente Bel Powley). Entrambe mostreranno a Scott come sia possibile restare sé stessi anche accettando di andare avanti.

Il Re di Staten Island è un piccolo film che sa dimostrare l’importanza catartica del ridere per andare avanti. Perché magari sarà proprio una risata a seppellire i dolori e le paure che troppo spesso impediscono di diventare ciò che potremmo essere.

Il Re di Staten Island: la recensione - Credits: Universal Pictures
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3.7

Giudizio complessivo

Una commedia autobiografica sull’importanza di saper ridere per guarire dai dolori che non ti fanno andare avanti

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