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Il Giovane Wallander: un’incarnazione incolore del detective svedese – Recensione della serie Netflix

il giovane wallander netflix

In un periodo in cui numerosi difensori della legge hanno visto sviscerate in TV le loro origini (da noi è toccato a Montalbano, recentemente è successo a Perry Mason), è arrivato anche il turno di Wallander, il famosissimo detective svedese nato dalla penna di Henning Mankell.

Non nuovo agli schermi TV, Wallander era stato già interpretato in passato da Rolf Lassgård, Krister Henriksson e Kenneth Branagh. Così, per variare un po’ il menù, la casa di produzione Yellow Bird UK decide di presentarci un Wallander giovane, ancora ventenne e fresco di accademia.

Seguendo la linea temporale narrata dai romanzi, la nuova serie avrebbe dovuto quindi essere ambientata in una Svezia degli anni ’70, ma per scelta degli autori questa origin story si svolge ai giorni nostri, in una Svezia moderna.

Decisione ragionata o di comodo?

Probabilmente l’intento degli autori è anche quello di attirare un pubblico nuovo e giovane, che difficilmente si sarebbe avvicinato al classico Wallander. Eppure la scelta appare più che altro pigra visto che gli scenari politici e sociali moderni ai quali si sarebbe potuto attingere a piene mani, vengono affrontati solo superficialmente.

Giovani sbandati e senza futuro, gang rivali, vecchi e scafati trafficanti con le mani in pasta ovunque, ricconi sociopatici dediti alla tortura e all’umiliazione che credono di potere tutto.

Non aiuta il fatto che l’ambientazione sia assolutamente generica. Quella che appare sui nostri schermi è una Malmö che assomiglia tanto a Londra (perchè è lì che la serie è girata e in parte a Vilnius) con i suoi quartieri poveri e degradati, il clima inclemente, i club underground dai neon sgargianti. Ingredienti classici che presto invadono la scena senza portare alcuno spunto originale. Tanto che dopo un po’ la sensazione di deja-vu diventa difficile da ignorare.

Il giovane Wallander recensione

Avremmo potuto chiamarlo il giovane Sven. O Gustaf. O qualsiasi altro nome svedese considerato quanto poco questo Wallander richiama quello dei libri di Mankell. C’è un accenno all’opera, un principio di alcolismo e i primi tratti di un animo tormentato. Ma poco altro ci riporta al navigato, sdrucito e disilluso detective delle precedenti incarnazioni.

E questo ci può anche stare. Lunga è la strada che porterà questo giovane poliziotto a quel detective apparentemente sconfitto dalla vita che così bene era stato impersonato dai suoi predecessori (Kenneth Branagh era stato stratosferico nella sua interpretazione). Ma il giovane Adam Pålsson, nonostante l’impegno, non sembra avere l’esperienza sufficiente per quella complessità emotiva richiesta dal ruolo. Porta bene sulle spalle la figura dello spigoloso nordico, ma la sua interpretazione risulta un po’ troppo granitica, lasciandolo spesso a sussurrare con un sopracciglio inarcato e lo sguardo un po’ perso.

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Parte bene, ma poi si rivela una corsa tranquilla

Questa mini serie da sei episodi si apre subito con un gran botto. La scena del crimine iniziale (che non vogliamo spoilerare) è perfetta per afferrare lo spettatore e gettarlo nella storia, ma tutto l’entusiasmo si esaurisce lì.

Un giovane protagonista tormentato da rimorso e sensi di colpa, un crimine efferato avvenuto in un quartiere difficile di Malmö, la giusta cupezza e la cornice dalle tensioni razziali non riescono mai a prendere veramente vita. Forse non aiutati da una sceneggiatura modesta e dei dialoghi tutt’altro che brillanti.

Presto l’azione si incanala su binari canonici che ci regalano semplicemente un compitino ben fatto. I twist e i momenti di tensione, messi al punto giusto, non offrono mai uno spunto davvero originale o anche solo nuovo, ma lasciano che la serie si segua senza grossi scossoni.

Le tensioni sociali legate all’immigrazione, che fanno da sfondo alle indagini, non vengono davvero sviscerate e presto sono messe da parte per terreni più sicuri. L’ambientazione (visto che la vera Svezia la si intravede soltanto), a parte il grigiore e la scelta delle luci fredde, non riesce mai a trasportarci altrove e gli stessi personaggi rimangono poco approfonditi e mossi semplicemente come pedine utili alla storia.

Anche dal punto di vista della rappresentazione femminile la situazione non è particolarmente esaltante. Il detective Rask appare solo sporadicamente, utilizzata più che altro come voce morale e a volte quasi materna per il protagonista. Mentre l’interesse amoroso di Wallander, la Mona interpretato da Ellise Chappell, è assolutamente trascurabile e ha davvero poca chimica con il protagonista.

Il Giovane Wallander recensione

Il giovane Wallander insomma non brilla

In un catalogo Netflix che ci offre un ampio numero di serie crime davvero ben fatte (Broadchurch, Luther e Sherlock gli esempi inglesi più famosi), Il Giovane Wallander si limita a svolgere il suo compito diligentemente ma senza mai brillare. Lascerà profondamente indifferenti i veri fan del detective svedese e riuscirà a farsi guardare senza regalare durature impressioni dai fan del genere.

Ci lascia con un finale aperto ma non troppo. Incerto se voler semplicemente regalare al pubblico un finale disilluso o proporre un trampolino di lancio per una possibile seconda stagione.

Un peccato. Forse un’ambientazione storica nel periodo politico e culturale in pieno fermento degli anni ’70 avrebbe davvero potuto offrire quel qualcosa in più a questa storia.

Il giovane Wallander
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