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Alice nella Città

I Am Not a Serial Killer: la recensione del film ad Alice nella Città

I Am Not a Serial Killer
Indiewire

Titolo: I Am Not a Serial Killer

Genere: horror/thriller

Anno: 2016

Regia: Billy O’Brien

Sceneggiatura: Christopher Hyde, Billy O’Brien, Dan Wells

Cast: Max Records, Christopher Lloyd, Laura Fraser, Karl Geary, Dee Noah

Diciotto milioni e seicentomila. Una cifra così alta si raggiunge poche volte quando si controlla il numero di risultati che Google fornisce come risposta ad una data ricerca. Diciotto milioni e seicentomila pagine web che, in un modo o nell’altro, fanno riferimento allo stesso truce argomento: i serial killer. Che sia un inconfessato e inconfessabile gusto per il macabro e la morte o il sincero desiderio di capire come un male assoluto possa spesso nascondersi in bella mostra sotto una banale e rispettabile quotidianità, quei diciotto milioni e seicentomila risultati sono solo una prova quantitativa del fascino di questo argomento. E la ragione più immediata del perché molto più che spesso cinema e serie tv hanno messo questa affascinante creatura al centro di narrazioni più o meno indimenticabili (chi ha detto Hannibal?).

I am not a serial killer

Anche Alice va in città, la sezione dedicata al cinema Y/A parallela alla Festa del Cinema di Roma, subisce questo fascino e porta in sala il sorprendente I Am Not a Serial Killer, tratto dal romanzo omonimo di Dan Wells (primo di una trilogia destinato ad un pubblico young adult).

John Wayne Cleaver è un quindicenne perso in una anonima cittadina del Midwest fatta di case tutte uguali, strade innevate, boschi spogliati dall’inverno gelato, balli scolastici, serate di Halloween trascorse a chiedere dolcetto o scherzetto, bulli di periferia, abitanti che si conoscono tutti tra di loro, voci che girano di bocca in bocca. Lo scenario tipico di tanti horror e thriller del cinema degli anni Settanta e Ottanta e, se non fosse per smartphone e videogiochi, sembrerebbe davvero di trovarsi in  quel periodo in una riedizione su grande schermo di quanto recentemente fatto dai fratelli Duffer con la serie rivelazione Stranger Things.

E, d’altra parte, la scelta controcorrente del regista Billy O’Brien di girare il film nel desueto 16mm, ottenendo quindi una fotografia volutamente sgranata come se si stesse guardando un film di anni fa, è di per sé stessa un manifesto esplicito che rivendica orgogliosamente il desiderio di ricreare quel tipo di ambientazione.

Proprio quel cinema ci ha anche insegnato che i sonnecchianti paesi della provincia americana sono il set ideale per un serial killer, per cui non sorprende che la monotona quiete del luogo sia sconvolta da una serie di efferati delitti con corpi lasciati in bella mostra dopo essere stati mutilati e sventrati per rimuovere il cuore e altri organi.

Come si conviene ad un romanzo destinato in un modo tutto suo ad un lettore young adult, sarà proprio John (un Max Records cresciuto non solo fisicamente dal bambino protagonista dell’insolito Nel paese delle creature selvagge di Spike Jonze) a mettersi ad indagare, iniziando a sospettare del suo innocuo e rispettabile vicino Crowley (interpretato da un Christopher Lloyd in un ruolo da villain mai così lontano dallo stralunato Doc che ha reso indimenticabile la trilogia di Ritorno al futuro).

Una trama, quindi, piuttosto scontata che ripete i cliché usuali con il più improbabile degli eroi che si dimostra subito più sveglio e coraggioso della polizia locale e che in gran parte da solo riesce a stanare la belva sanguinaria che era stata abile a nascondersi indisturbata fino a quel momento. Un plot dopotutto visto e rivisto che una conclusione inattesa ravviva solo in parte.

I am not a serial killer

E quindi I Am Not a Serial Killer è un film privo di originalità e meritevole di un giudizio poco più che mediocre? Mai risposta potrebbe essere più sbagliata. Anzi, diciamolo subito e senza mezzi termini: I Am Not a Serial Killer è un film promosso senza se e senza ma. Perché è capace di riprendere i canoni del genere rileggendoli in modo innovativo. Perché sa offrire uno sguardo completamente alternativo ad una tematica abusata quale quella dei serial killer. Perché protagonista e antagonista sono due facce uguali e contrarie della stessa medaglia. Perché i buoni non sono i buoni da operetta e i cattivi non sono i mostri da odiare sempre e comunque. Merito di una sceneggiatura che fa di John e Crowley due personaggi raramente visti sul grande schermo. John non è il classico bravo ragazzo tutto casa e scuola, innamorato della liceale carina, inseparabile dall’amico fidato, vittima innocente del bullo di paese.

Perché a casa John aiuta la madre e la zia ad imbalsamare cadaveri e sono quelli i momenti familiari che più ama al punto che, quando è in cerca di sicurezza, va a dormire sul tavolo nella cella mortuaria. Perché a scuola John scrive dettagliatissimi temi che richiamano l’attenzione preoccupata del preside per la passione che mostrano nei confronti degli omicidi più efferati. Perché della liceale carina che timidamente gli gira intorno a John interessa poco o nulla e scambia chiacchiere con lei quasi solo per una imbarazzata e forzata forma di cortesia. Perché il suo supposto migliore amico è per John solo uno strumento utile ad avere una parvenza di normalità. Perché dei bulli John si costringe ad essere vittima altrimenti l’alternativa sarebbe troppo inquietante non per lui, ma per loro (che infatti fuggono via terrorizzati non appena scoprono il motivo delle reazioni incomprensibilmente sorridenti della loro vittima).

John Wayne Cleaver non è l’adolescente in crisi di identità, perché invece sa benissimo chi è: un futuro serial killer. Come profusamente spiegato a se stesso e allo psichiatra che lo segue con affetto, John è un sociopatico che vede gli altri come scatole di cartone che sono interessanti solo perché possono essere aperte in due, è un ragazzo privo di ogni empatia verso gli altri che non conosce né amicizia né alcun interesse amoroso, è un malato che deve attenersi scrupolosamente ad una cura che si è autoimposto, fatta di quotidianità banali (giocare ai videogame, truccarsi ad Halloween, andare al ballo della scuola) che non lo affascinano per nulla ma che segue con la stessa tenacia e rassegnazione di chi deve mandare giù troppe medicine per non peggiorare. Perché, alla fine, John non vuole diventare un serial killer. A quel futuro di morte e omicidi John vuole sfuggire per fare in modo che la frase I am not a serial killer non sia una pietosa bugia.

I am not a serial killerLa caccia ad un vero serial killer è allora non un servizio reso alla comunità per amore del bene, ma piuttosto una terapia d’urto per dimostrare a se stesso che avere un esempio vicino casa non sia l’occasione giusta per passare il confine ultimo verso quel che potrebbe diventare e non vorrebbe essere. Un modo per dimostrare a se stesso che il mostro della porta accanto può restare un avversario da sconfiggere e non un maestro da adorare.

Ma è poi davvero completamente un mostro il vecchio Crowley? L’andatura barcollante, il rispetto della comunità, l’amicizia con tutti, l’amore incondizionato per la moglie sono solo maschere innocue dietro cui nascondere la propria natura sanguinaria? Ed è qui che la risposta diventa insolitamente difficile. Perché Crowley (superbamente impersonato da un Christopher Lloyd che eccelle nel tratteggiarne la decadenza fisica e la ferocia indomita) è davvero il marito ideale e gli affetti che John non riesce a provare lui conosce benissimo cosa sono e non ha mai dovuto fingere di provarli. Anzi, a modo suo e per un motivo che il divieto di spoiler ci impedisce di svelare, l’essere un serial killer è stata una tremenda necessità per salvare quell’amore che emergerà nelle scene finali.

I Am Not a Serial Killer è lontano dall’essere un film perfetto, perché non riesce a creare la tensione che un thriller dovrebbe avere e pecca a volte di credibilità nei momenti topici, rischiando invece di cappottarsi in cambi di direzione inattesi. Eppure, è un film che sa fare scelte intelligenti di regia e sceneggiatura e che riesce a dare un contributo originale ad un tema su cui si poteva credere che tutto fosse stato già detto. Serve altro per alzare il voto?

I Am Not a Serial Killer
  • Regia e fotografia
  • Sceneggiatura
  • Recitazione
  • Coinvolgimento emotivo
3.6

Riassunto

Un film che magari non è perfetto e non fa troppa paura, ma che è capace di dire qualcosa di nuovo su un argomento che sembrava chiuso e impossibile da innovare.

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