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Cinema

Hunger Games – Il Canto della Rivolta Parte 2: la recensione

Hunger Games

Il pubblico di Hunger Games, saga che ha appassionato milioni di persone sin dal 2012, si può suddividere in tre categorie.

Nella prima troviamo i fan della prima ora che hanno letto e visto di tutto riguardo alla storia di Suzanne Collins. Sono talmente affezionati alla storia da non essere in grado di esprimere un giudizio oggettivo sul film. D’altronde, dopo aver trascorso ore e ore della propria esistenza a leggere e a vedere tutti i capitoli della saga, diventa una questione di orgoglio personale; insomma è la categoria di chi si fa piacere il film.

Hunger GamesPoi ci sono gli “sprovveduti”, coloro che sfidano le leggi della trama e si lanciano pur non avendo mai visto un episodio, fomentati dallo slogan: “Tanto ‘sti film so’ tutti uguali”. Caro sprovveduto, beata ignoranza! Come darti torto oggi più che mai.

La terza categoria è costituita dagli amanti della versione cinematografica del romanzo che però non hanno letto i libri, attratti dalla spettacolarità del primo e del secondo episodio, ma anche dalle tematiche sociologiche trattate.

Un film va visto e giudicato in quanto tale senza alcun alibi.

Katniss e il suo dream team di rivoluzionari cercano di portare a termine la loro missione: liberare Panem dal fascismo post-moderno di Capitol, un’oasi felice di prosperità tra i ruderi dei distretti, i quali rifiutano lo stile di vita di Panem e i soprusi subiti in passato e decidono di riprendersi la dignità che gli è stata tolta alleandosi e combattendo uniti contro Capitol.

Il parallelismo con gli ultimi fatti di cronaca è più che immediato, lascerò che siate voi ad accorgervi di questo aspetto che vi obbligherà a porvi delle domande.

Autodeterminazione dei popoli, ambientazione orwelliana, i massmedia che dominano la vita dei liberi cittadini, lo sfruttamento dei distretti, lo spirito rivoluzionario e la sagacia dei protagonisti; un mix di elementi interessanti che tuttavia non è stato sfruttato a dovere. Un enorme potenziale espresso a metà, contrastato dalla melensa storia d’amore tra la Ghiandaia Twittatrice e il suo fragile Peeta.

Hunger Games“Ammanettami, Katniss” implorerà lui in una scena facendo presagire una svolta fetish che avrebbe sicuramente giovato al benessere psichico del pubblico nauseato dall’alto tasso glicemico dei dialoghi.

Per rappresentare una rivoluzione sul grande schermo non bastano mica gli scarponi, le armi, la camminata alla Terminator, i finali in stile “Casa Della Prateria” e soprattutto non occorrono social media manager. Ebbene sì, l’immagine della Ghiandaia, ridottasi ormai a trend setter delle masse, verrà maniacalmente gestita e strumentalizzata attraverso guerriglie girate ad arte sul set per aizzare i ribelli; come se per vincere una guerra bastassero Facebook o Twitter. Il risultato che si ottiene è una valanga di banalità fatta di da dialoghi inconcludenti e da attori mediocri che ti travolge di nulla durante 137 interminabili minuti.

Manca una colonna sonora necessaria, mancano i colori, manca il pathos. Allo spettatore risulta difficile entrare in empatia con un film troppo chiuso in se stesso e troppo freddo per poter regalare emozioni.

  • Chiuso e freddo
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