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Humans e l’isteria della paura – Recensione della premiere della terza stagione

Humans Terza Stagione
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Fedele alla sua visione pessimista della natura umana ben riassunta dal suo famoso homo homini lupus est, il filosofo inglese Thomas Hobbes insegnava anche che l’interesse e la paura sono i principi della società. E d’altra parte l’eco nascosto di queste parole di tre secoli fa si può ascoltare nel rumore sovrastante del chiacchiericcio urlato dai vari populismi che tanto successo hanno oggi. E scorgerlo persino in un prodotto di fantasia come è una serie tv ambientata in un futuro neanche tanto lontano dove androidi sintetici perfettamente identici agli umani che li hanno creati sono una presenza quotidiana pacificamente accettata. Almeno finché non acquistano una coscienza e non si può più considerarli semplici macchine. Ma, se non automi, cosa sono ora? La risposta sbagliata a questa la domanda e le conseguenze dell’errore sono i temi che scrivono questa premiere della terza stagione di Humans.

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Humans terza stagione


La più antica delle paure

Se si potesse scrivere una immaginifica cronologia delle paure che hanno spaventato l’umanità dai tempi della pietra e della clava a quelli delle bombe e degli aerei, ci si accorgerebbe che dopotutto con volti diversi è sempre la stessa la paura che ha dominato: la paura del diverso. Questo sono i Synth coscienti con i loro movimenti perfetti e l’innaturale brillio metallico dei loro occhi verdi. Ad un anno dal Day Zero in cui Mattie ha diffuso il codice trovato da Niska dando a tutti gli androidi la coscienza, gli esseri umani si trovano a commemorare quello che per loro è stata una immensa tragedia. Non solo la morte di centodiecimila persone negli incidenti causati dall’improvviso abbandono delle loro mansioni da parte dei Synth risvegliati. Ma soprattutto l’ancor più dolorosa perdita della loro unicità. I Synth erano copie migliorate dell’uomo, ma pur sempre copie da lui create e sottomesse. Esseri tanto perfetti quanto fondamentalmente inferiori capaci di appagare l’orgoglio umano e soddisfare la sua mai repressa vanità. Il Day Zero è la fine di un sogno. Il risveglio in un mondo diverso e fino a quel momento inconcepibile.

Di fronte alla diversità l’uomo ha sempre reagito nello stesso modo: con l’isteria della paura. Con la violenta avversione verso l’altro da sé che spaventa perché non si riesce a capire. Con la sopraffazione bestiale di chi non ha altra colpa che non essere quello che vorresti fosse. Nell’intelligente District 9, fulminante opera prima del regista sudafricano Neil Blomkamp, alieni pacifici e deboli arrivati sulla Terra sono rinchiusi in ghetti fatiscenti e vessati da umani  cui non pare vero di poter controllare tanto facilmente esseri della cui superiorità immaginata aveva sempre avuto paura. Nell’Italia di oggi abbondano i commenti beceri di chi pensa che gli immigrati in fuga da guerra e povertà siano mostri venuti a rubarci un dorato presente invocando che siano chiusi in lager a casa loro. In Humans, sono i Synth stessi a vivere in enclavi isolate per sottolineare la loro sincera volontà di non disturbare. Ma neanche la paziente accettazione della privazione di ogni diritto (con l’elettricità tolta ad arte per impedir loro di ricaricarsi e i ricambi costantemente negati se non da chi ne approfitta per lucrare cinicamente) sono sufficienti a frenare l’odio immotivato che gli umani hanno verso di loro.

Perché ciò che il pacifico Maxie (avversato dalla new entry Agnes) non ha ancora capito è che porgere l’altra guancia aspettando che la parte migliore dell’animo umano trasformi il pugno in una carezza è la più luminosa delle speranze, ma è anche un sole meraviglioso offuscato da nuvole di tempesta. E il vento della paura non spazza via le nubi, ma ne porta altre trasformando le gocce di pioggia dell’insofferenza nell’uragano della violenza di cui sono prime vittime la troppo fiduciosa Flash e l’innocente Anatole.

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Humans terza stagione


La paura di ciò che si è stati

Se quella del diverso è una paura collettiva, è più privata e perciò anche più dolorosa la paura che sembra prendere i protagonisti umani di questa premiere di Humans. Gli Hawkins devono, infatti, confrontarsi con i timori generati dal passato recente in cui sono stati coinvolti ognuno a suo modo nel risveglio dei Synth, restando inevitabilmente segnati da questo incredibile evento. Stessa causa, quindi, ma effetti completamente diversi con Joe, ritiratosi a vivere in un arretrato paesino di campagna dove non esistono Synth, Laura diventata pasionaria attivista dei diritti dei Synth e Mattie tormentata dall’essere stata la responsabile del Day Zero.

È soprattutto la primogenita degli Hawkins a soffrire più di tutti fino al punto di isolarsi sempre più spesso perché nessuno potrebbe capire il suo problema. Che è la paura di essere non colei che ha scritto la Storia, ma piuttosto la più grande assassina che la Storia abbia conosciuto. E a poco serve razionalizzare quel che è stato spiegando che i morti del Day Zero sono vittime di incidenti imprevedibili, perché quel che resta è il dolore di chi ha perso quelle persone e ogni goccia di quella sofferenza è un’onda opprimente che sommerge Mattie. L’unico salvagente a cui può appoggiarsi per non annegare sono proprio quei Synth che ha salvato, anche se creare un nuovo tipo di vita non compensa quelle che sono state perse. Servirebbe Leo con il suo essere l’unione di passato e futuro per convincerla che ciò che ha fatto non è stato un errore. Ma Leo è ancora in coma tenuto segretamente in vita da Maxie come una speranza flebile che non hai neanche il coraggio di rivelare agli altri.

Perché è la speranza l’unico antidoto alla paura. E bisogna coltivarla in ogni modo fosse anche allontanandosi da quel mondo con cui non si era riusciti a interagire nel modo giusto. Il rifiuto di Joe di vivere in città è figlio della paura di essere ancora quel marito distratto e superficiale che non ha capito la svolta epocale che stava avvenendo sotto i suoi occhi. Ed è figlio anche della paziente accettazione che ciò che era potrà tornare solo col tempo e senza forzature. Aspettando che Laura superi la paura di essere irriconoscente verso quella Mia che inizialmente ha tanto ingiustamente avversato e che ora vorrebbe aiutare in ogni modo. Fosse anche collaborando con quelli che dovrebbero essere i suoi nemici se questo può aiutare a scrivere regole nuove e più giuste. Ma restando con la paura di tradire i suoi nuovi affetti e magari non farsi capire da quella Sophie che con la sua innocenza grida inascoltata al mondo intorno a sé che non è vero che il verde degli occhi dei Synth è il riflesso scintillante del male.

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Humans tersa stagione

Humans terza stagione


Il terrore di ciò che potrebbe essere

Al contrario, questa premiere di Humans ci mostra che il male può nascere proprio dalla paura. E può essere iniettato come una droga pericolosa che sconvolge anche l’animo più puro attaccandovisi come una cancrena che genera mostri. È proprio la paura di quello che potrebbe accadere che spinge la risoluta Agnes a ribellarsi al pacifismo di Maxie. È il terrore di essere vittime innocenti che arma la mano di chi mette la bomba nel bar che favoriva l’integrazione tra Synth e umani. Perché se ti ripetono ossessivamente che sei un mostro e come tale ti trattano, minacciandoti che prima o poi verranno a eliminarti, è tremendamente umano pensare che l’unica possibilità sia la rivolta.

O il negare te stesso. Come ha sempre fatto Karen che a lungo ha nascosto la sua natura di Synth cosciente imparando a mostrasi imperfetta come solo un essere umano è. Karen sa cosa potrebbe accadere se l’unico Synth bambino venisse scoperto. E allora deve insegnargli ad essere impreciso, a essere ribelle, a fare i capricci, a mettere le dita nel naso. Perché Karen è adesso soprattutto una madre di quel bambino che è l’erede ideale del compianto Peter e una madre per un figlio farebbe qualsiasi cosa. Anche negare sé stessa.

Humans torna con un episodio ricco di avvenimenti e denso di significati. Un memento mori della paura e un avvertimento sui mostri che essa può generare. Quando magari basterebbe ricordare l’ammonimento sconsolato del terzo presidente degli Stati Uniti Thomas Jefferson: quanto dolore ci sono costate tutte quelle paure che non si sono mai realizzate.

Humans - 3.01
  • I mostri generati dalla paura di ciò che è altro da noi
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