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How to get away with Murder

How to get away with murder: Recensione dell’Episodio 1.10 – Hello, Raskolnikov

Con “Hello, Raskolnikov”, How to get away with murder riallaccia la corrente dopo il black out del winter midseason. Per I 5 Keating gli esami di fine semestre non sono l’unica costante preoccupazione: tra relazioni adulterine e scorrette, tradimenti di letto, preparazioni di matrimonio in corso e competizione sfrenata per il successo – tipici di Shondaland – si innesta, con una trama forse un po’ troppo banale e scontata, ma ricamata nei minimi dettagli in modo da concatenare tra di loro tutti i protagonisti, l’omicidio di Sam, il marito di Annalise.

“Kill me, kill me, kill me”, una corsa sfrenata contro il tempo di quella fatidica notte, ci aveva lasciato con un ultimo amletico dubbio: Wes, che ritorna sulla scena per recuperare l’arma del delitto, si accorge che Annalise, impassibile e quasi malignamente disinteressata, nel buio della casa osserva, inerte, il marito che giace esanime sul pavimento. Quale sarà, in questo caso specifico, la reazione di Annalise? VIOLA DAVIS, LIZA WEILAnnalise Keating, prima ancora di essere trasposta sullo schermo tv, prima ancora che il suo personaggio si concretizzasse nella splendida performance di Viola Davis, era stata pensata come un connubio di lucidità quasi alienante ed un coinvolgimento ossessivo nel fare, sempre, la cosa giusta. Annalise Keating non fa il suo lavoro, Keating è il suo lavoro. E questo assordante reclamo alla rettitudine la porta persino ad accantonare i suoi sentimenti personali. Dinanzi al marito privo di vita, vengono versate lacrime di vero dispiacere, eppure tra lo scegliere la giustizia per un uomo che l’ha accompagnata per vent’anni ma colpevole di numerosi peccati e quella di cinque indifesi ragazzi colpevoli esclusivamente di essere stati risucchiati, senza nemmeno volerlo, in un meccanismo che ormai ha messo in funzione così tanti motori, Annalise sceglie di preservare l’integrità dei suoi assistenti.

 

Questi quaranta minuti, tra alti e bassi anche forse troppo ridondanti e ripetitivi (come, ad esempio, la vittoria di Annalise che arriva sempre per il rotto della cuffia) si diramano principalmente sulle frequenze di due tematiche fondamentali: murder3da un lato, come lo stesso titolo ci richiama citando Dostoevskij, il pressante senso di colpa dei ragazzi che non sanno ormai fingere una normalità che calza troppo stretta per la situazione in cui si sono cacciati. Iniziano le confabulazioni, le minacce, le paranoie, i deliri: chiunque può diventare, in un attimo, un’altra preoccupazione, un nemico di cui sbarazzarsi per preservare la propria sicurezza. Il leitmotiv della diffidenza, persino tra partner – che aveva accompagnato già i primi episodi, talvolta simulata da alcuni anche in maniera tragicomica ed ossessiva, oggi si amplia al massimo livello, investendo come una bomba atomica non più esclusivamente l’ambito lavorativo, no: qui c’è qualcosa di personale, un legame che ha unito paradossalmente, pur non volendolo, cinque persone che a mala pena riuscivano a sopportarsi, e che avrebbero fatto di tutto pur di non essere legate tra di loro da un segreto in comune. Shonda ci lancia il sassolino, a mio avviso, per riflettere sulla naturale paura dell’uomo ad essere nudo e vulnerabile dinanzi ad un altro essere umano che ne conosce i lati più disturbati ed intimi. In questa storia la teoria della catena alimentare piramidale si ripresenta, e laddove il più debole soccombe, per il più forte non può essere che un vantaggio per proseguire a salvaguardare il proprio io.

1977397_946567358696573_8776536595382111380_nDall’altro lato, invece, la dicotomia tra giustizia ed interesse personale, tematica che, anche in questo caso, aveva investito in maniera più generica e superficiale l’intera prima parte di stagione, ricade come una piaga su colei che ha sempre visto giocare a questo gioco senza mai impararne le regole. Dinanzi alla viscerale necessità dei suoi clienti, così anche come dei testimoni o dell’accusa stessa, tutti alla ricerca sempre della stessa cosa, la salvaguardia del proprio interesse, per Annalise non c’è mai stato imperativo più forte se non quello di perseguire esclusivamente la giustizia. Eppure, dinanzi alla possibilità di fare giustizia per Sam – influenzata, soprattutto, dalle ultime cose che i due si sono detti prima che lui morisse – Sam diventa un ricordo perduto nel tempo, un marito fuggito per paura d’essere incarcerato, un insieme di ceneri in dei cassonetti della spazzatura. Agli occhi del mondo, Annalise è una brutale macchina da guerra incapace ormai, dopo tutti questi anni di presa di posizione, di staccare la spina e concedersi una meritata reazione dinanzi alla possibilità che suo marito possa essere il responsabile della morte di Lyla. Anzi, è proprio Annalise che spinge il giudice a percorrere tale via, per poter finalmente scagionare Rebecca ed indirettamente se stessa ed i ragazzi.

E’ lei la mente freddamente diabolica dietro gli steps che si sono susseguiti per sbarazzarsi del corpo di Sam. Perché per quanto Sam avesse commesso un omicidio, per quanto avesse tentato di uccidere anche Rebecca e per quanto la sua morte sia stata solo il frutto di una serie di coincidenze involontarie, si parla pur sempre di omicidio. E Annalise sa bene quanto possa essere spietato il mondo della legge non appena si ode, da lontano, la parola omicidio. Preservare i suoi assistenti significa fare un passo indietro sulle proprie convinzioni. Un avvocato che si premura accuratamente di nascondere un omicidio-per di più quello del marito: sono questi i paradossi che vogliamo vedere diluiti sullo schermo.

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