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House of Cards

House of Cards: Un romanzo di formazione dello spettatore. Recensione quinta stagione

Attenzione! La recensione contiene spoiler della quinta stagione.

Il romanzo di formazione è un genere letterario che racconta la crescita di un personaggio o di un gruppo di persone. Grandi classici quali Il giovane Holden, David Copperfield, Piccole donne o il più recente Norwiegan Wood hanno come scopo quello di raccontare l’evoluzione umana e i sentimenti che mutano con essa. House of Cards è un romanzo di formazione, ma non nel senso letterale del termine. La specificità della serie di Netflix è quella di raccontare non l’evoluzione del suo protagonista quanto dello spettatore. House of Cards ha preso per mano il suo pubblico cinque anni fa con la famosa frase “Welcome to Washington” e lo ha accompagnato in un viaggio nei gangli del potere politico americano. I fan della serie sono cresciuti con Underwood, hanno imparato come funziona il Congresso, la Presidenza, le elezioni, tutto secondo i suoi insegnamenti durante i vari sfondamenti della quarta parete. Ed è così che lo spettatore diviene parte della narrazione, non solo seguendo la serie stagione dopo stagione ma necessitando di spiegazioni e chiarimenti che lo fanno crescere e maturare.

Il romanzo di formazione si conclude con l’ingresso dei protagonisti nell’età adulta, che in teoria dovrebbe coincidere con l’indipendenza economica e soprattutto di pensiero. Lo spettatore di House of Cards, ormai prossimo a diventare adulto ha compreso che la parabola di Frank Underwood è prossima alla conclusione e che gli eventi che vengono mostrati in questa quinta stagione, non sono altro che il preludio della fine. Questo non solo perché ogni serie tv ha una data di scadenza, ma perché il racconto si sta facendo sempre più ansiogeno e pieno di adrenalina e Underwood è destinato a cadere dalla pila di cadaveri su cui si è arrampicato per arrivare dove è adesso.

LA MORTE DELL’ERA DELLA RAGIONE

La quinta stagione di House of Cards, in Italia distribuita da Sky, è indubbiamente quella con il maggior numero di twist narrativi e colpi di scena di sempre. In soli tredici episodi Frank e Claire risolvono il problema delle elezioni e dell’impitchment e regalano alcuni degli abbattimenti della quarta parete più belli di sempre, tra tutti il finale di Claire e il discorso di Underwood alla Commissione. In questo senso la serie perde in parte di credibilità, soprattutto nella seconda metà, ma House of Cards non è mai voluta essere un documentario sui meccanismi nascosti della politica americana, quanto piuttosto un’allegoria manieristica del concetto di potere. In questo modo quello che sembra fantascienza, come il ritiro tra i boschi stile massoneria, oppure Underwood che svela nel finale il suo piano di dimettersi dalla Casa Bianca, non è altro che l’esagerazione necessaria per rendere il racconto avvincente. In una serie in cui il protagonista parla allo spettatore davanti al Campidoglio nel momento dell’insediamento, non è la credibilità che importa quanto il messaggio che si vuole raccontare.

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Il potere. il vero amore di Underwood, un tesoro da custodire gelosamente ma anche da mettere in discussione. Ed è così che l’attenzione si sposta al di fiori della stanza ovale: nell’uso della paura, dei legami con chi non fa parte della politica, con uomini e donne che vengono attirati come mosche dalla luce degli Uderwood per rimanerne inevitabilmente bruciati. Se infatti Lee Ann e Yates vengono rimpiazzati da i senza dubbio più intriganti Usher e Davies, sono tutti gli altri personaggi a restare inevitabilmente schiacciati dal meraviglioso teatrino messo in scena dal protagonista. Conway viene spazzato via, l’inchiesta dell’Herald manipolata, Romero usato come un cottonfioc, l’ex presidente regge il gioco inconsapevolmente, e Kathy letteralmente defenestrata. Il potere resta nelle mani di Frank e Claire, impeccabili, uniti, due metà perfettamente in sincronia, fino alla fine, fino a quando Claire non oltrepassa il limite che l’ha sempre distinta dal marito: l’omicidio.

Claire Underwood, come lo spettatore, si è formata ed è cresciuta alla corte di Frank, imparando da lui, osservandolo gestire persone e problemi come coriandoli a carnevale e nell’ultimo episodio la maturazione è completa, il bozzolo si è rotto ed ora è tempo di spiegare le ali. Il finale della quinta stagione di House of Cards è imprevisto e avviene così velocemente da lasciare senza fiato. Un ultimo episodio meraviglioso, avvincente, intrigante e così oscuro da dare i brividi.

UN BILANCIO DI FINE STAGIONE.

House of Cards non è una serie per tutti, ha dei tempi, un ritmo e dei dialoghi complessi e difficili. Molto facile è trovarla noiosa oppure troppo esagerata e fastidiosa. La verità è che il racconto delle vicende di Underwood rimarrà nella storia della televisione come il miglior drama politico dei nostri giorni, sarà ricordato come narrazione del negativo in televisione e soprattutto come una delle serie con i dialoghi migliori. La recitazione di Spacey quest’anno, grazie a una sceneggiatura completamente piegata al suo talento, è oltre qualsiasi livello di perfezione e risulta complementare con quella algida della Wright che si riconferma attrice meravigliosa. I dialoghi sono memorabili e anche le nuove aggiunte al cast non comportano sbavature. Una serie che si riconferma di altissimo livello tecnico, recitativo e creativo, capace di citare per intero un meraviglioso film di Billy Wilder e renderlo moderno nuovamente, capace di dare un ritratto tristemente contemporaneo dei nostri giorni.

In molti hanno affermato che la serie abbia risentito troppo dell’avvento di Trump, in realtà il problema sta nel fatto che gli sceneggiatori sono stati da sempre molto bravi a intercettare i trend a loro contemporanei, tanto da aver anticipato il personaggio di Trump anni fa. Di conseguenza questa quinta stagione ha il pregio/difetto di voler essere fantasia ma risultare inconsapevolmente realtà.

Nel film “La fiamma del peccato” che Franke Claire guardano prima delle elezioni, c’è una scena in cui Billy Wilder fa aprire una porta di una casa verso l’esterno anche se normalmente non è così, consentendo alla protagonista di rimanere nascosta. Lo spettatore è ingannato dalla tensione e non si rende conto della non veridicità della scena, nello stesso modo House of Cards inganna lo spettatore facendogli credere di non essere importante, di essere un mero osservatore, per poi invece renderlo di colpo protagonista.

Siamo come Claire Underwood, perdoniamo Frank, vorremmo agire come lui, ne abbiamo timore ma lo stimiamo, ne siamo orgogliosi ma ormai abbiamo imparato abbastanza da poter essere indipendenti e provare a sfidarlo. E voi che fareste se fosse il vostro turno?

Welcome Back and Good Luck!

  • Senza tregua
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