Homeland

Homeland: Recensione dell’episodio 6.01- Fair Game

Riparte dall’America questa sesta stagione di Homeland e riparte come da pronostico con tanti colpi di scena e con alcune risposte lasciate in sospeso sulla precedente stagione. Si lasciano quindi gli intrighi di Berlino per tornare a casa dei protagonisti, New York, toccando sempre il tasto dell’attualità, girando sempre il coltello in quelle che sono le piaghe più attuali che mai, ISIS e terrorismo. Ma quello che non si vede per questi primi cinquanta minuti è il vero nemico dell’America ma solo la scia di paura che fomenta il web e che fa scattare campanelli d’allarme inutili nella testa degli americani.

E’ per questo motivo che Sekou viene arrestato dall’FBI colpevole di fomentare azioni terroristiche pubblicando video sul uso sito web. E come c’era da aspettarselo a prendersi cura di queste cause perse c’è Carrie che ritorna in un contesto totalmente diverso da quello visto nei precedenti anni. Dopo aver visto il lato marcio della CIA e aver assistito ai vari giochetti di governo, Carrie decide di mettere la sua determinazione al servizio del popolo musulmano, fornendo supporto giudiziario e di consulenza a tutti quei cittadini musulmani che non possono permettersi assistenze giuridiche. Carrie volta completamente pagina lasciandosi persino Otto alle spalle e provando a pulire la sua coscienza facendosi carico delle cure di Peter Quinn che ricompare con grande sorpresa dopo averci lasciato morente sul letto d’ospedale.

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Quinn che però non accetta la sua condizione ed evade letteralmente da quella che è la sua prigionia indotta da Carrie lasciandosi andare a droghe e ai peggiori vizi, convinto che la sua vita non potrà più ristabilirsi e incolpando Carrie di questa sua condizione. Il materiale su cui potrà lavorare Peter sarà veramente tanto e so per certo che sarà il motivo per un rinnovo di una serie che non sa più quale nemico pigliare.

Nemico che ancora una volta non è visibile ma che si insidia dietro la diffidenza e il timore delle persone verso il prossimo e che spinge i governi a sguinzagliare i vari corpi di polizia per bloccare sul nascere possibili azioni terroristiche.

Il telefilm non poteva essere più attuale che mai aprendo il primo episodio nei 72 giorni prima dell’insediamento di un nuovo presidente che sembra però voler dare una svolta repentina a quella che è la politica interna legata al potere della CIA sul territorio americano. Nuovo presidente che ha un volto femminile e, quasi per ironia, legato al personaggio di Heather Dunbar sconfitto alle elezioni presidenziali da Frank Underwood in House of Cards. Elizabeth Marvel sarà quindi la spina al fianco per Dar Adal e Saul che dovranno spalleggiarsi l’un l’altro per far capire al presidente entrare l’importanza della CIA.
Le ultime scene fanno già capire però che i due stanno architettando qualcosa alle spalle dell’altro, chi ne uscirà vincitore e chi leso?

Homeland

Inizia con molte domande lasciate in sospeso questo primo episodio di Homeland che è solito tenere il profilo basso per i primi episodi per poi ingranare la marcia dopo il consueto colpo di scena a metà stagione. Il materiale su cui lavorare è tanto anche se non è facile non cadere sul banale e sul ripetitivo. A parer mio la scelta di non aver ancora evidenziato un nemico “tangibile e visibile” può essere la svolta per dare una dimensione diversa al telefilm che potrebbe soffermarsi a combattere l’indifferenza e il timore verso il prossimo più che il solito cattivone di turno.

I personaggi sono ben schierati e ognuno ha preso il proprio posto, rimescolando un po’ i ruoli e i vari compiti. Occhio di bue su Quinn che quest’anno sente profumo di Emmy per il copione così massiccio e complicato su ci ha da lavorare.
C’è meno impulsività anche nel carattere di Carrie, c’è una presa di coscienza che per combattere il male bisogna prima far ragionare il bene per non fargli compiere azioni affrettate. Ce la farà Carrie a rimanere nei suoi limiti ripulendo i casini Americani e quelli legati a Peter Quinn?

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6.01 - Fair Game
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