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Homeland: Recensione dell’episodio 2.11 – In Memoriam

Non è la prima volta che Homeland corregge il tiro prima della messa in onda di un suo episodio per non incorrere in polemiche (e crisi diplomatiche tra paesi) che distoglierebbero l’attenzione dall’imminente episodio finale. Lo aveva fatto qualche settimana fa tagliando dal montaggio finale una scena poco tenera nei confronti dell’Islam e lo fa adesso cambiando il titolo dell’episodio da The Mother Fu***r with a Turban a In Memoriam.

L’episodio inizia dove il precedente si era concluso. Carrie ritorna nella fabbrica abbandonata dove Abu Nazir l’aveva tenuta in ostaggio. Ma qualcosa però va storto. Carrie è ad un passo dall’acciuffarlo quando improvvisamente cade e, rialzandosi, trova davanti a lei una porta d’emergenza. La apre e si trova davanti un’intera pattuglia armata fino ai denti capitanata da Peter Quinn e Danny Galvez. Carrie si chiede come diavolo sia possibile che Nazir sia riuscito a fuggire davanti ad un plotone schierato. C’è qualcosa che non va e l’intuito di Carrie – di nuovo essenziale e decisivo in questo episodio ma non in questo caso – la porta a pensare (solo adesso?) che ci sia una talpa all’interno della CIA e che questa possa essere Danny Galvez per il semplice motivo che è musulmano, pur essendosi preso un proiettile nella sparatoria alla sartoria di qualche episodio fa (poi dice perché in Islam sono risentiti nei confronti di questa serie). Al di là della motivazione grossolana, scopriamo in seguito che Danny Galvez non c’entra niente e che forse gli autori hanno voluto dare un contentino di cinque minuti ai titolisti italiani che hanno sottotitolato la serie in “caccia alla spia”.

L’azione si sposta a Langley dove due persone stanno per essere messe sotto torchio. La prima è il povero Saul. Ha ficcato troppo il naso in affari che non gli competevano. E’ riuscito a scoprire che Quinn e il direttore Estes si erano coalizzati, con l’aiuto di una vecchia conoscenza della CIA, per fare fuori Brody nel momento stesso in cui Abu Nazir sarebbe stato catturato. Saul viene sottoposto alla prova del poligrafo, una sorta di macchina della verità che ci riporta alla memoria alcune indimenticabili scene di 24, anche se lì la verità veniva estorta da Jack Bauer con metodi poco ortodossi. Estes vuole un pretesto per cacciare Saul dall’Agenzia prima che la verità venga a galla e allora ecco che si inventa una motivazione per farlo: Saul ha fornito l’arma che è servita ad Aileen Green per suicidarsi, facendo invece passare per “anomalia” la verità. La seconda è Roya, la giornalista complice di Abu Nazir. Carrie, nonostante Estes preferisca che sia Quinn ad interrogarla, riesce (troppo) tranquillamente ad entrare nella stanza dell’interrogatorio. Più che un interrogatorio comincia una conversazione tra le due dove Roya ad un certo punto pone la seguente domanda a Carrie: “Hai mai avuto qualcuno o qualcosa che si è preso la tua vita, ti tira dentro e ti porta a fare cose che non avresti mai fatto?”. Sì, Carrie ce l’ha e quella persona si chiama Nicholas Brody, ed è sicuramente a lui che sta pensando quando una lacrima gli cade dagli occhi. Roya però comincia a sbraitare frasi in arabo, frasi che a Carrie tornano alla mente quando si trova in auto (molto simile a quella sfasciata nello scorso episodio) e che gli fanno accendere una lampadina nel cervello: è sicura che Abu Nazir sia ancora nascosto all’interno della fabbrica abbandonata.

E’ proprio quando Carrie sembra più instabile e in preda ad una crisi di nervi che fa centro. Anche questa volta il suo tanto bistrattato intuito ha avuto la meglio. Abu Nazir si nascondeva realmente dietro ad alcune condutture di tubi ed è proprio nel suo ultimo rifugio, braccato dall’FBI, che Abu Nazir, mentre sta per prendere dal taschino della giacca la pistola con cui probabilmente si sarebbe suicidato, viene fatto fuori con un paio di colpi d’arma da fuoco. 

La notizia della morte di Abu Nazir giunge immediatamente anche nel lussuoso rifugio segreto della famiglia Brody dove ultimamente la situazione, complice una Dana sempre più insofferente della situazione e sufficientemente matura da capire che il padre non la racconta giusta, si era fatta molto tesa. Per tutti la notizia giunge come una liberazione. Si può fare ritorno alla vita di tutti i giorni, o forse no. Almeno non per Brody che decide di dire basta al ritorno ad una vita fatta di bugie, inganni e tradimenti. In Brody il sentimento per Carrie è più vivo che mai tanto che, in un’intensa e bellissima scena nella parte finale dell’episodio, Jessica riesce ad avvertirlo e per questo anche lei si dice stanca di combattere per conoscere sempre la verità. Carrie conosce il vero Brody e lo accetta così com’è. Ma la battuta più intensa e significativa viene fuori dalla bocca di Brody quando dice che tutto quanto si è fottuto dal momento in cui è partito per l’Iraq. E’ così che il tema della guerra come metafora di disgregazione, alienazione e annichilimento rientra in scena con prepotenza riportando la serie ad uno dei suoi principi cardine: le conseguenze che la guerra provoca sulle persone, siano essi militari di ritorno dalla missione, siano le ambiguità morali affrontate da chi combatte la guerra seduto dietro ad una scrivania (CIA), sia chi subisce indirettamente le ferite psicologiche mai del tutto risanate (la famiglia Brody).

Dopo un altro episodio del genere non prendo neanche in considerazione gli accorgimenti che molti critici avevano fatto ultimamente ad Homeland, accusata con molta superficialità di essere passata da serie politica a serie d’azione. La prova che quest’osservazione lascia il tempo che trova la da in maniera esemplare questo episodio e attaccarsi a piccole incongruenze e facilonerie (che ci sono state, questo è vero) mi sembra un voler concentrarsi solo sul dito quando la serie ci sta indicando la luna.

L’inquadratura finale su Quinn ci ricorda che Brody è tutt’altro che al sicuro. Ma dall’espressione di Quinn ho avuto come l’impressione che si trovi davanti ad un dilemma: ucciderlo o no? Solo l’ultimo episodio della seconda stagione risponderà a questa e ad altre domande lasciate in sospeso. Dopodiché Homeland tornerà a farsi vivo tra circa un anno, e lì sarà davvero qualcosa di diverso.

Daniele Marseglia

Il cinema e le serie tv occupano gran parte della mia giornata. Nel tempo libero, vivo.

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