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Homeland: Recensione dell’episodio 2.10 – Broken Hearts

Siamo agli sgoccioli di questa stagione mozzafiato di Homeland e la caratteristica principale di questo secondo capitolo è stato senza dubbio il ritmo furioso con il quale i narratori di questa serie hanno voluto raccontarci le varie storie, precedendoci sempre un passo nei vari colpi di scena.

Lo stesso ritmo non manca in questo decimo episodio.  Il cuore pulsante di 2.10 Broken Hearts è il rapimento di Carrie per mano di Abu Nazir che la usa come arma per ricattare Brody. Il deputato sull’orlo di una crisi di nervi, s’introduce furtivamente nell’ufficio di Walden e recupera il numero seriale del peacemaker in modo che Abu Nazir possa provocare un infarto al vicepresidente.
E’ soprattutto questo momento nello svolgimento degli eventi che ho trovato abbastanza forzato e molto irrealistico. Brody resta lì in quella stanza, invece di uscire, a contrattare la vita di Carrie in cambio del numero del peacemaker, rischiando per diversi minuti di essere sorpreso e di mandare tutto all’aria compresa Carrie. D’altro canto Brody è passato al lato oscuro della forza solo ed esclusivamente per uccidere il vicepresidente Walden e la sua presenza nell’ufficio appare poi decisivo per la sua morte, quando mentre si sfoga e confessa la verità all’infartuato gli impedisce di chiedere aiuto.
Di contro il momento più bello è d’impatto dell’intero episodio è proprio il faccia a faccia tra Carrie e Nazir. Come un terrorista da manuale, Nazir crede che le sue azioni siano moralmente giuste e che la socializzazione alla sofferenza – così i terroristi definiscono le morti dei civili innocenti – siano necessarie. A dir poco agghiacciante la promessa del terrorista di sterminare gli occidentali.  Questa, tra l’altro, è una delle paure più grandi che sta alla base della xenofobia e islamofobia più marcata dopo l’11 settembre.
Nel corso dell’episodio ci viene anche confermato che Quinn risponde agli ordini di Dar Adul. Il collega spiega a Saul senza mezzi termini che David Estes ritiene di non potersi fidare di Saul e di Carrie nel caso ci fosse bisogno di sporcarsi le mani, definendo Saul ‘troppo sensibile’ per quel lavoro. Ma il dubbio che oltre a Brody ci sia qualcun altro di scomodo da eliminare s’insinua prepotentemente a questo punto. Come diventa quasi certezza la presenza di una spia all’interno della CIA, quando, infatti, Carrie viene liberata e avvisa il quartier generale per poi tornare sul posto, Abu Nazir si è dileguato. Ovviamente qualcuno l’ha avvisato, ma chi? Il primo che ci viene in mente, ma sarebbe un po’ scontato, è Galvez, tornato di corsa a lavoro alla notizia del rapimento di Carrie.
E’ della spia che deve occuparsi Quinn, oppure è Carrie a essere diventata scomoda?
Le domande in questa stagione di Homeland tendono a porsi sempre di nuove quando le precedenti vengono chiuse e questo è una bella dimostrazione di scrittura ben amalgamata, dopo il narratore ha bene in mente cosa fare e dove dirigere le varie storie.
Ultima perplessità di questo episodio è l’assenza di persone intorno a Abu Nazir, che dopo la poca chiarezza con cui è riuscito a entrare nel paese- siamo nell’America post 2001- ora appare un pesce piccolo che deve rapire e ricattare personalmente, senza la presenza di galoppini. Mi vogliono forse dire che tutto il gruppo catturato con Roya Hammad era il gruppo terroristico al completo?

Maura Pistello

Fondatore/ Admin Giornalista pubblicista Serie tv dipendente, accanita lettrice, amante del cinema e dell'arte

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