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Homeland

Homeland: ritmo e intensità nell’episodio 6.11 – R for Romeo

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La sesta stagione di Homeland è giunta ormai agli sgoccioli e arrivati all’undicesimo episodio possiamo già azzardare se non un vero bilancio, almeno un paragone con le stagioni precedenti. Era chiaro sin dall’inizio, anche per volontà di Ganza, che questa stagione sarebbe stata diversa dalle altre; questo cambio di ambientazioni e di storyline, che probabilmente sulla carta sembrava funzionare agli addetti ai lavori si è poi tramutato in un ritmo non costante, in storyline pasticciate, in assurdità senza fondamento (eh sì, mi riferisco alla gestione della storyline dedicata alla custodia di Frannie )

Sebbene tutti questi punti a sfavore, la sesta stagione ha degli elementi positivi uno è quello di aver decisamente giovato al personaggio di Quinn. Un personaggio amato sin dalla sua introduzione, ma mai indagato veramente a fondo che finalmente ha avuto lo spazio che meritava; in particolare R for Romeo si concentra proprio sulla resa dei conti di Quinn e Carrie. “You made me this way” Gli dice finalmente Quinn a Carrie.

Le scene che li riguardano sono intense, drammatiche, emotivamente coinvolgenti, in una parola: bellissime. Quinn, dopo aver ottenuto la sua vendetta e ucciso il “tizio con il cappellino”, si apre con Carrie ammettendo di non avere più nulla da dare e da ricevere, l’unica cosa che sa fare, a suo dire, è uccidere. Questa presa di coscienza chiude in qualche modo il cerchio del personaggio, la sua evoluzione fin qui. Quinn qualche stagione fa aveva cercato di dare una svolta alla sua vita e lasciare l’agenzia, senza successo. Chissà che ora, questo non possa avvenire sul serio, a meno che non si decida l’uscita di scena del personaggio; scelta che giunta a questo punto, però, sarebbe abbastanza sgradevole considerate le volte in cui Quinn per necessità di trama e per paura della reazione del pubblico, si è salvato in questa e nelle passate stagioni.

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Tutti i fili delle matasse srotolate fin qui, iniziano a riunirsi; Quinn infatti decifra un messaggio cancellato, lasciato dalla Black-Ops-Team che sembrerebbe collegare la squadra con le manifestazioni contro Keane il che evidentemente da il la finale alla trama dell’ ultimo episodio di stagione.

Uno degli aspetti più interessanti della stagione, infatti, è l’aver lasciato da parte il terrorismo convenzionale, affrontato e sviscerato a dovere nelle passate stagione per fare spazio a uno dei problemi più seri delle democrazie rappresentative: le campagne denigratori basate su fatti falsi.
Una serie TV di fantapolitica, può affrontare con i dovuti “distorcimenti” questo tema e Homeland si impegna a dovere per ingigantire il problema, rendendolo allo stesso tempo realistico. La campagna denigratoria contro la presidentessa nasce prima sui media e poi arriva in piazza, come è ormai prassi nell’era social media. Le opinioni che nascono sono basate su fatti manipolati a dovere per creare una reazione forte e violenta.
Nel cilindro però di Overlord O’Keefe c’è anche qualcosa che riguarda Quinn, la sua identità è stata rubata e montata ad arte sul web. Ora, è chiaro che tutto ciò verrà sfruttato contro la presidenza Keane, quello che però sono curiosa di sapere è come si comporterà il perfido Dar Adal alla luce di questa scoperta.

Una stagione con delle falle, che però grazie anche a questo episodio fa ordine sia nelle storie dei personaggi e nei vari archi narrativi aperti. Abbiamo una sola certezza a questo punto e l’avevo già dall’inizio di questa stagione: Rupert Friend merita un Emmy (ma facciamo anche un Golden Globe) per questa interpretazione misurata, studiata e profondamente empatica di un personaggio rotto irrimediabilmente, ma dal quale traspare sempre una grande tenerezza. Era facile tirar fuori qualcosa di stantio e sopra le righe, difficile era renderlo compassato se pur sopra le righe, il risultato devo dire è ottimo.

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6.11 - R for Romeo
  • il bicchiere mezzo pieno
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