Homeland

Homeland: la sesta stagione si interrogherà sui limiti della prevenzione antiterrorismo

Homeland torna a casa. La sesta stagione della serie prodotta da Showtime sarà ambientata a New York tornando quindi sul suolo americano dove tutto era iniziato. Ma stavolta non ci saranno complotti in grande stile e nemmeno minacce su grande scala come l’indimenticabile attacco alle Torri Gemelle. Al contrario, sebbene la minaccia terrorista sarà ancora presente nello show, il livello di pericolo del nemico sarà più basso del solito.

Scelta quasi obbligata dopo che la quinta stagione era stata pericolosamente premonitrice degli eventi reali con la storyline del tentato attacco a Berlino con armi provenienti dalla Siria che è stata fin troppo simile a quella che è poi diventata la reale minaccia dell’ISIS. Forse scottato da questa spiacevole esperienza, lo showrunner Alex Gansa ci ha tenuto a precisare, in una intervista a Entertainment Weekly, che, con il ritorno a New York, nessuno intende “enfatizzare nessuna minaccia per gli Stati Uniti e specialmente per New York dal momento che non c’è nulla di concreto”. Di questa regola, gli autori ne hanno fatto quasi un principio guida al punto di ribadire che “non vogliamo far capire che ci siano cellule dell’ISIS o di Al Qaeda negli Stati Uniti come quelle che ci sono in Europa perchè, stando alla nostra intelligence, non ce ne sono affatto”.

HomelandProprio questa frase aiuta a capire la necessità di Gansa e soci di essere così chiari su questo punto. Il team di autori di Homeland si avvale, infatti, della consulenza di vari personaggi legati alle diverse agenzie di sicurezza attive negli Stati Uniti per costruire storyline che siano quanto più simili è possibile alle reali missioni che veri agenti della CIA si trovano ad affrontare. Non è perciò completamente sorprendente che Carrie Mathison e gli altri protagonisti possano finire per essere coinvolti in storie inventate che finiscono per precedere eventi reali dannatamente simili. Meglio, quindi, specificare e ripetere che nulla del genere potrebbe accadere con una sesta stagione ambientata in una nazione già tanto turbata da una comprensibile paura del terrorismo islamico che troppo spessa sfocia in una inaccettabile islamofobia.

Via, quindi, dallo show quest’anno minacce concrete, come sarebbe potuta essere una storyline su una New York minacciata da una bomba nucleare sporca, e spazio, invece, a quello che Gansa definisce “un thriller psicologico” legato alla attuale paura di “individui che si radicalizzano in maniera autonoma”.  All’inizio della stagione, vedremo Carrie impiegata in uno studio legale che fornisce assistenza a musulmani che sono stati ingiustamente perseguiti dalla legge. In particolare, il personaggio interpretato da Claire Danes dovrà occuparsi di un ragazzo preso di mira dall’FBI per essersi spinto fin troppo vicino ai limiti della libertà di parola.

“Sarebbe stato semplice raccontare la storia di un giovane musulmano accusato ingiustamente di terrorismo e incastrato sebbene innocente”  ha premesso Gansa per poi aggiungere che “abbiamo preferito una tattica diversa; questo è un ragazzo che ha espresso esplicitamente online la sua opposizione alla politica americana, ha caricato video, ha messo link alle pagine dove si mostrano attentatori suicidi”. Un ragazzo che sta effettivamente spingendosi ai limiti di quella libertà di parola garantita dal Primo Emendamento. La domanda a cui le forze dell’ordine devono rispondere diventa quindi, secondo Gansa, “quando iniziare a considerarlo una minaccia pericolosa? quello che dice è sufficiente per condannarlo a 15 anni di carcere? a che punto prevenire il terrore giustifica l’arresto di persone che non hanno mai commesso alcun atto terroristico?”

Domande che la serie proverà ad affrontare cercando risposte a partire dalla premiere del prossimo 15 Gennaio. Nell’attesa vi consigliamo di guardare il trailer in apertura d’articolo.

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