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Homeland

Homeland: la creazione del Golem, recensione dell’episodio 6.12 – American First

Forse più complesso che mai, forse ancora difficile da decifrare è questo finale di stagione di Homeland che ci riserva il classico cliffhanger finale, premendo ancora di più sull’acceleratore sradicando completamente l’idea di buoni e cattivi che fino alla scorsa puntata avevano diviso i protagonisti della serie. E’ così quasi impossibile stilare una lista di vincitori e vinti e, tralasciando le vittime dell’ultimo episodio, sembra che i sopravvissuti principali siano quelli il cui ruolo è cambiato maggiormente negli ultimi istanti della puntata.

Dar Adal in primis si vede tradito e fregato proprio dal gioco che lui stesso aveva progettato, finendo travolto da il senso di colpa nella scoperta che dietro il suo piano per rovesciare la Keane, si nascondeva un piano più potente per eliminarla la presidente e far cadere la credibilità su Peter Quinn. Colpito dal senso di colpa e dall’amore segreto verso il soldato, Dar fa cadere il copione e, conscio della sua autocondanna, allerta Carrie dell’attentato verso la presidente. E mentre la folla urla “Not my president” la vita di Keane viene salvata proprio dalla persona che ha dedicato la sua vita per l’America; Peter Quinn. Non poteva esserci un’uscita di scena più azzeccata per questo personaggio che ha sempre fatto dell’America la sua bandiera e che decide di utilizzare gli ultimi istanti della sua vita dedicandola alla donna che ha amato e alla figura che incarnerà la nuova guida del paese che ha sempre servito.

Quinn è quindi la prima vittima chiara del telefilm, ma questa volta non sarà il pupazzo legato dietro una teca di vetro per minacciare il popolo americano, non sarà nemmeno un’estremista con l’odio verso la presidente come organizzato da Brett O’Keefe ma sarà “l’eroe dei fumetti” che ha deciso dopo anni di servizio di togliersi la maschera per un ultimo, eroico, atto di fedeltà.

Ed è dopo le sei settimane dalla morte di Quinn che inizia il cliffhanger della stagione. Non sono bastate le dimostrazioni contro il nuovo insediamento della presidente, non è bastato il video montato per sminuire l’eroismo del suo figlio, non sono bastati i moniti di avvertimento di Alex Jones, la nuova presidente è stata eletta.

E in un momento di smarrimento, dove la figura della Keane non si decide a rendere pubblica la situazione legata al suo attentato e dove Carrie sembra aver le redini sulle decisioni della presidente, il Frankestein si sveglia. American First sembra ricalcare il motto trumpiano “American First Again” e già il titolo doveva allertarci su quello che sarebbe accaduto in seguito. La figura della presidente vista fin qua che si vede boccheggiare smarrita in ascensore, che vede morire il suo Gabinetto e che si vede tradita dal ramo politico che dovrebbe proteggerla sembra svegliarsi dal torpore e dalla sua incertezza personale azzerando e pulendo il suo establishment, arrestando i personaggi coinvolti e non nel suo attacco e allontanando e mettendo all’angolo le persone che avevano troppa influenza su di lei.

Saul Berenson, scampato miracolosamente all’attentato terroristico è la prima vittima di questi e noi, ben consci della sua innocenza sappiamo bene che a Keane utilizzerà il suo tradimento a Berlino per allontanarlo dal tutto dalla sua carica nella CIA.
La porta sempre aperta a Carrie le viene chiusa improvvisamente in faccia lasciandola fuori dalle decisioni della presidente e dai suoi piani futuri. Forse è proprio la paura di un altro attacco interno risvegliano la nuova presidente che ha visto la sua carriera essere sempre decisa da altri.
Da vincitrice, Carrie si ritrova improvvisamente vinta e tutto quello per cui aveva combattuto, intaccando anche la sua vita personale le si ritorce contro ricadendo nel baratro dell’ingiustizia e del potere politico.

Carrie ha creato un mostro potente, forse il più potente e questo Frankestein sembra aver capito finalmente che può decidere e camminare da sé, senza essere costantemente controllato dal suo inventore. Fa sorridere il parallelismo a Trump e la lotta dal basso per evitare inevitabile, per cercare di far aprire gli occhi al popolo prima che questo mostro sieda nella Casa Bianca, prima che il destino dell’America sia condannato per quattro anni. E in questo ruolo di parti, proprio il personaggio che ha tenuto la bandiera di questa protesta si rivela ai nostri occhi come la voce della verità, come l’istigatore della realtà.

Alex Jones che è stato coinvolto nello sporco attacco alla Keane avrà un ruolo fondamentale nella prossima stagione. Homeland ci ha mostrato una stagione molto spezzettata, con varie trame che si sono allacciate per crearne una più complessa, che solo l’ultimo episodio è riuscito a spiegare.

Il prodotto finale forse è il più completo ma intricato in tutti questi anni anche se, guardando indietro nelle puntate, la trama è stata la più complicata da interpretare.

Carrie, che sembrava finalmente essere riuscita ad avere un finale di stagione dalla sua parte si vede schiaffeggiata come ogni anno all’ultimo episodio, rimandando l’happy ending che viene posticipato annualmente. L’urlo degli americani contro il presidente avrà quindi una voce in più, forse la più potente, forse la più coinvolta. “First America”, “American First Again” vediamo quale dei due motti sarà il primo a crollare, sperando finalmente che il potere torni al popolo e non agli assetati di potere che siedono nella Casa Bianca.

6.12 - American First
  • Cambio di ruoli
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Riassunto

Carrie e la creazione di un nuovo Frankestein

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