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Homeland: 2.09 Two Hats

Tanto di cappello, anzi, di due cappelli, per Homeland, che sta davvero proponendo una narrazione di eccellenza, di settimana in settimana, portando avanti quelle tematiche sul terrorismo islamico in territorio americano che ancora rappresentano una ferita aperta sul corpo degli statunitensi. Del resto Homeland assolve egregiamente allo scopo.

Perché, aldilà delle caratteristiche degli episodi singoli, comunque degne di massima nota, come del resto quelle della puntata oggetto di questa recensione, ci sono delle costanti che riescono a mantenere alta quella sensazione di “confine sfumato” tipica di questo tipo di argomento. E questo senza fare ricorso alle torture continue in stile Jack Bauer.

L’origine del male è nell’Islam, che spinge questi terroristi a fare agli americani del male? Oppure è nei politici americani che sono presuntuosi e arroganti e provocano ingiustizia e disparità globale? Oppure è la follia di pochi che si scontra con la miopia di altri? Brody è colpevole? Dobbiamo condannarlo, biasimarlo o sostenerlo? La moglie di Brody è una cattiva persona oppure ha il diritto di vivere una vita? E Mike, l’amico di Brody, è un gran pezzo di cattivo ragazzo oppure è vittima della situazione? Carrie è pazza o lucida? Fa quello che fa per amore o per competenza? Il quadrangolo Brody-Carrie-Jessica-Mike è indecifrabile.

Questa mia sequenza di domande retoriche non sarebbero segno di una buona scrittura redazionale, ma sono in realtà il risultato dell’effetto che questo show ha sullo spettatore. Questa è una serie di chiari e scuri. Di contorni non definiti. Nel suo incedere propone il più classico (e mai come in questo caso efficace) meccanismo del colpo di scena, applicando costanti ribaltamenti, che rendono difficile prendere una posizione o che per lo meno la fanno cambiare via via.

Un esempio perfetto è il personaggio di Quinn. Entrato nella serie come un personaggio invasivo, diventa vittima quando ci sta per rimettere la pelle a Gettysburg. E dopo quell’episodio siamo quasi dalla sua parte nel nervosismo verso Carrie che rischia davvero di superare il limite e mandare in aria l’operazione per amore di Brody. Fino ad arrivare a questo episodio dove c’è un ribaltamento totale quando vediamo che vuole uccidere l’ex marine.

E questo allo spettatore può o piacere o non piacere, ma sicuramente spiazza. Saul, che è un gran pezzo di vecchia spia, ci ha visto lungo e ha capito che c’era qualcosa che non andava, fino a scoprire che alla fine della fiera lo stesso Estes è controllato più dall’alto. E mentre Saul esprime il suo disorientamento, incarnando lo stato dello spettatore, Estes risponde con una piccola frase lapidaria “è qui per uccidere i terroristi”. Una frase che dovrebbe metterci a sedere, placare il nostro disorientamento, perché, diavolo, quelli sono terroristi. E invece risulta, ancora una volta, un elemento chiaro scuro, che riesce addirittura a metterci in agitazione.

La recitazione resta di ottimo livello seppure il punto forte di questa Two Hats sia l’azione. Questo è un episodio di azione, dove si fanno cose e si vede gente. L’operazione prosegue, la famiglia di Brody messa in sicurezza, la giornalista (davvero azzeccata, nel suo essere odiosa a pelle) viene beccata, viene sventato un attacco. E poi c’è quell’effetto 24 nella scena finale che mi ha fatto davvero godere. Questa è ottima televisione gente, una serie che non ha paura di metterti in una posizione scomoda e farti dubitare delle tue certezze morali ed etiche, parteggiando ora per una ex bipolare, ora per un semi terrorista, ora per agenti senza scrupoli.

E occhio, gli autori sono molto molto bravi nel prendere lo spettatore per il verso giusto. I “buoni agenti” della CIA non risultano mai cattivi. E i terroristi vari non risultano mai buoni. Non c’è possibilità di sbagliarsi con le figure di contorno. Sono i personaggi centrali della scacchiera che si illuminano di colore diverso in base al riflesso di quella o quell’altra situazione, ma soprattutto delle informazioni a disposizione dello spettatore, che si rivelano essere incomplete di volta in volta.

Homeland è un gran pezzo di tv, un drama serio, impegnato, attuale. Two Hats è un altro tassello di grande pregio in questa composizione assolutamente esaltante, al punto a mio avviso da meritarsi 5 stelle, proprio in virtù di quell’azione di cui ho scritto poco sopra.

Alessandro

Pianoforte a 9 anni, canto a 14, danza a 16 anni. Poi recitazione. Poi la scuola professionale di Regia Cinematografica. Poi l'Accademia di teatro di prosa. Anche grafica, comunicazione, eventi di spettacolo. Ma qui soprattutto un amore sconfinato per le serie tv americane e inglesi, con la loro capacità di essere le vere depositarie moderne della scrittura teatrale antica anglosassone.

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