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Home Game: quando lo sport è anche altro – Recensione della docuserie di Netflix

Home Game: la recensione
Netflix

Il calcio, ovviamente. E poi il basket e la pallavolo.  Con il rugby e il tennis giusto per le grandi occasioni. E l’atletica leggera e tutto il resto solo alle Olimpiadi. Questi sono gli sport che conosce l’italiano medio. Non che vada meglio nel resto d’Europa o negli Stati Uniti. Cambia l’ordine dei fattori, ma il risultato non cambia. Sono davvero pochi gli sport che riescono ad attirare l’attenzione dello spettatore appassionato. Ma ne esistono tantissimi altri che di quel clamore non ne hanno bisogno perché sono felici di essere conosciuti e apprezzati da chi li ama perché sono il proprio personale gioco di casa. Home Game, come il titolo della docuserie Netflix.

Home Game: la recensione - Credits: Netflix
Home Game: la recensione – Credits: Netflix

Sport non covenzionali fatti in casa

Home Game va ad arricchire il catalogo delle docuserie Netflix, occupando una casella finora vuota. Non quella degli sport più famosi perché raccontare quelli è semplice. Al contrario, gli otto episodi di questa insolita serie sono dedicati ognuno ad uno sport talmente poco conosciuto che anche solo il nome fatica ad uscire dalla regione dove è praticato. Il nostro orgoglio patrio è soddisfatto nel primo episodio dedicato al calcio storico fiorentino che è tra i più conosciuti tra quelli trattati. Gli fa compagnia in questo senso l’apnea profonda, che non è di certo uno sport tipico delle sole Filippine. Magari il Pehlwani indiano ha molti punti in comune con la lotta greco – romana quando ci si dimentichi del suo significato mistico – religioso.

Ma difficile che qualcuno abbia mai assistito ad una partita di Kok Boru se non vive in Kyrgyzstan (o se non ha visto Rambo III). O ad un incontro di Catch Fétiche se non è stato nelle piazze polverose di un quartiere popolare di Kinshasa in Congo. Potrà capitare di essere stati ad Austin in Texas, ma una gara di Texas Roller Derby con le sue ragazze che si menano sui pattini non è certo il primo spettacolo che si cerca. Né lo sono i giochi delle Highlands se si va a farsi un giro in Scozia. E nessuno penserebbe di andare a Bali non per le spiagge, ma piuttosto per perdersi nel fango onde assistere al Makepung Lampit dove fantini si tengono in equilibrio sul vomere di un aratro trainato da bufali lanciati a tutta velocità nell’acqua delle risaie allagate.

Home Game è una docuserie riuscita perché fa quello che i documentari dovrebbero fare sempre: aprire finestre su mondi sconosciuti. Parlare di argomenti comuni per sviscerarne gli aspetti meno noti. Descrivere l’insolito e spiegarne l’essenza. Dimostrare che il mondo, banalmente, è bello perché è vario e in quel vario ci può essere anche lo sport inteso nel suo significato più profondo. Una competizione dove si mette alla prova prima di tutto sé stessi e dove l’altro è uguale a te. Non un avversario da abbattere per ottenere un premio, ma qualcuno che sta vivendo la tua stessa esperienza. E che, perciò, alla fine non può che essere un tuo amico.

Intelligentemente Home Game, infatti, segue i diversi contendenti prima della gara per sottolineare quanto siano uguali nella loro diversità. E per mostrare quanto dopo ogni sfida finiscano sempre per sorridere insieme perché ad entrambi interessava non tanto vincere quanto tener vivo quello sport così inusuale di cui sono protagonisti.

Home Game è il ritratto dello sport come dovrebbe essere sempre: una festa.

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Home Game: la recensione
Home Game: la recensione – Credits: Netflix

Lo sport come messaggio

Una festa che può caricarsi anche di altri significati diventando un’opportunità per consegnare un messaggio importante nascondendolo in bella vista tra le pieghe di un regolamento più o meno strano. Non è, quindi, casuale la scelta degli sport che Home Game decide di proporre allo spettatore alternando il piacere della curiosità all’importanza del significato. Come ben si comprende dalle parole dei protagonisti, alle volte anche il più strano degli sport può essere molto più di un gioco.

Il Catch Fétiche può apparire solo una versione ancora più teatrale del wrestling americano con il suo mischiare gli incontri coreografati con l’imitazione di riti voodoo. Ma questa commistione nasce, in realtà, dall’esigenza di continuare ad offrire ad un popolo oppresso da una dittatura un tipo di spettacolo che amava, mascherandolo da tradizione locale. Fornire una valvola di sfogo è poi lo stesso motivo per cui nasce il Texas Roller Derby. Una strana gara di pattinaggio che offre alle ragazze che partecipano la possibilità di evadere dalle convenzioni sociali che le incatenano ai ruoli che hanno deciso di svolgere nella vita di tutti i giorni.

Necessità che diventa ancora più pressante nel caso del Pehlwani, la versione indiana della lotta greco – romana. Ammantato di una serie di rituali mistici che lo elevano al livello di un’offerta religiosa che solo i più puri possono compiere. E perciò vietato in passato alle donne. Vederle ora partecipare agli stessi tornei degli uomini, accedere agli stessi templi, sfidarsi in combattimenti misti diventa allora l’occasione per cambiare una mentalità millenaria che vuole le donne essere inferiori agli uomini. Uno sport, quindi, che diventa una cassa di risonanza per far arrivare più in fretta un messaggio di uguaglianza. Come lo è anche quello del campione di apnea che intende in questo modo perorare la causa della propria etnia malvista dal resto degli abitanti delle Filippine.

Home Game riesce, in questo modo, ad intrattenere insegnando. Perché lo sport è anche dimostrare di essere tutti uguali e liberi.

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Home Game: la recensione
Home Game: la recensione – Credits: Netflix

Lo sport come tradizione e orgoglio

La bellezza dello sport è anche la varietà dei motivi per cui può essere interessante. Veicolare un messaggio come mostrato prima, ma anche semplicemente perpetuare una tradizione. Appassionarsi ad un gioco può allora diventare anche un modo di mostrarsi orgogliosi della propria storia. Ricca e gloriosa o povera e umile che sia. Perché non importa come e perché uno sport sia nato, ma quel che conta è che esiste ancora nonostante tutto.

Nonostante siano passati secoli dalla prima partita e giocarci sia una sfida fisica tanto impegnativa e pericolosa da far sembrare pazzo furioso chi ci partecipa. Come nel caso del calcio storico fiorentino i cui giocatori collezionano con malcelato orgoglio fratture e ricoveri in ospedale. Eppure, la tenzone tra Bianchi, Rossi, Verdi e Azzurri si ripete ogni anno perché è in essa è un pezzo dell’anima di Firenze e rinunciarvi non è possibile e neanche pensabile. Come non lo è rinunciare ai giochi delle Highlands che con la loro versione particolare del decathlon olimpico intende rimarcare la diversità della Scozia.

Impossibile sarebbe anche immaginare le steppe del Kyrgyzstan senza le squadre di cavalieri che si rincorrono per prendere una capra morta e gettarla nel recinto per vedere chi riesce a farlo più volte. Un gioco arcaico che diventa un modo di omaggiare quel legame tra cavallo e cavaliere  che è stato a lungo la base del modus vivendi di un popolo sopravvissuto nel proprio faticoso isolamento. Un legame tra uomo e animale che vive anche nel Makepung Lampit nato dalla povertà di contadini che non avevano nulla più che i loro bufali. Per lavorare, ma anche per divertirsi in gare che ancora oggi esistono nonostante a partecipare possano essere ragazze che tornano da scuola o meccanici in pausa.  

Home Game è una storia fatta di tante storie diverse, nate per motivi differenti, portate avanti per orgoglio, trasformate in araldi di messaggi. Ma unite da un fattore comune: essere sport nel senso più puro del termine.

Home Game: la recensione
4

Giudizio complessivo

Un modo intelligente di mostrare come lo sport esista in mille modi diversi e possa essere spesso più di un gioco per chi lo vive come aspetto della propria cultura e tradizione

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