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Heroes Reborn

Heroes Reborn: recensione episodio 1.13 – Project Reborn

E’ finita. E non ci mancherà. Questo ultimo volume di Heroes, ironicamente rinominato Heroes Reborn, penso che abbia definitivamente sepolto la voglia di mandare in onda ulteriori episodi, nonostante la voglia di rilanciare l’avventura con una vigliaccata finale (ma ne riparleremo più tardi). Tuttavia, questo Project Reborn non è stato uno dei peggiori episodi messi in onda quest’anno, anzi, aveva quel che di complessità narrativa che, a tratti, piccoli, l’ha fatto apparire una serie con un verso (la camera di Tommy nel laboratorio segreto, la stessa dove erano stati teletrasportati Luke e consorte; il viaggio di Noah).

Senza molto senso, invece, la scelta finale di uccidere Noah, anchevlcsnap-2016-01-25-00h27m27s765 se magari lo stesso Jack Coleman non ne poteva più. Di modi per ammazzarlo comunque ce ne sarebbero stati tanti, questo è uno di quelli che ha meno senso. Onestamente, al posto di Tommy, a far da catalizzatore avrei messo, a tradimento, Angela Petrelli (e di motivi per arrostirla ce ne sarebbero stati tanti) o la stessa Erica Kravid. Ancora meno sensato il bisogno di Tommy di essere contemporaneamente nel presente e nel futuro. Questo ha il potere di teletrasportarsi quando vuole, basta che si teletrasporti nello stesso secondo nel quale scompare da un universo e il gioco è fatto. Tanto è vero che, ad essere pignoli, il secondo Tommy non si sa bene che fine faccia, ma aprendo questa parentesi si finirebbe solo in menate ancora più infinite di quelle dell’universo alternativo di Ritorno al Futuro II. Detto questo, una volta che hai tagliato il braccialetto ad Erica, sei già a posto. A che serve la contemporaneità d’azione? Boh.

Purtroppo per Kring questo Heroes Reborn è stato troppo condizionato dalla rinuncia di quasi tutto il cast principale della serie originale, che dopo la quarta stagione (nella lista delle stagioni più brutte è una gara dura fra la quarta stagione e quest’ultima)  ha urlato in coro “emòbasta!“. Ritrovandosi senza protagonisti, Kring ha dato vita ad una storia troppo figlia delle snervanti saghe di questi tempi con protagonisti bimbiminkia, scimmiottando sostanzialmente sé stesso, creando una nuova generazione dove la metà dei nuovi troppi personaggi è risultata vlcsnap-2016-01-25-00h29m38s625pressoché inutile, come, ad esempio, i messicani o Parkman, talmente inutile da non avere nemmeno un finale come personaggio (probabilmente è ancora là ribaltato con l’auto), sorte condivisa anche da Taylor, forse la più inutile, e l’imperdonabile colpa di aver creato un cattivo poco credibile con una motivazione che, per non offendere il politically correct, definirei semplicemente oscena. Anche perché nella stessa serie sono stati creati due personaggi, Luke e Joanne, inizialmente con l’identico obiettivo di Erica, ma con motivazioni ben più forti e solenni. Ma andiamo a vederli questi personaggi:

Tommy (Nathan) Clark: Tommy l’accigliato, da sfigato del paese, si sente in pochi secondi il salvatore del mondo, sbruffoncello, credulone, a tratti odioso, ti viene solo voglia di dargli due coppini per quanto ogni volta non capisca una mazza o per fargli cambiare, una volta tanto, espressione.

Malina Bennet: estinto il mistero della “madre” (la ragazza col fisico di un tavolino, ma nonostante questo a capo delle cheerleader), ci pensa la pessima Malina a crearne immediatamente un altro: la sua perenne espressione con gli occhi strizzati deriva da incurabili problemi di stomaco, una vista non proprio perfetta o qualcuno le tira costantemente la sabbia negli occhi ?
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Noah Bennet: da “007 mi fa una pippa” a “ti incasino l’universo in 2 secondi perché ho i miei 5 minuti“. Non poteva che morire.

Luke Collins: in una storia di bimbiminkia, lui sforna la capigliatura più bimbominkia di tutte. Non è chiaro se in tutta la sua vita abbia mentito alla moglie, se i suoi poteri abbiano mentito a lui o se la lampadina gli si sia accesa di colpo, fatto sta che il suo arco narrativo, seppur più veloce ed effimero di una velocità smodata, è forse il migliore della serie e quando va a farsi un barbecue nell’eruzione solare, un po’ ci piange l’occhio.

Miko Otomo: decisamente la peggiore, non si capisce perché l’abbiano messa a fare coreografie di combattimento se non è nemmeno in grado di alzare una gamba. In confronto, la sua elaborazione nel videogioco recita da Oscar.

Carlo Gutierrez: mentre Tommy non capisce mai una mazza, lui è decisamente il più stupido.

Erica Kravid: ma veramente hai deciso di sterminare il 98% della razza umana perché uno ti ha chiesto una sveltina in cambio della terapia per il padre ?

Emily Duval: in una storia di bimbiminkia, la sua collanina con il nome risulta ugualmente brutta come nell’universo reale. Dopo le puntate iniziali, è il primo personaggio di cui Kring si scorda di portare avanti la storia, ma nessuno ne ha sentito la mancanza.

Quentin Frady: forse il personaggio migliore, decisamente il più sfigato. Colpo di sfiga su colpo di sfiga, gli tocca purevlcsnap-2016-01-25-00h35m28s125 il pippone finale del “tiriamo fuori il meglio di noi” e “comportiamoci sempre come nei nostri giorni migliori“. Un santo.

Joanne Collins: ardore cocente, in tutti i sensi.

Ren Shimosawa: doveva sostanzialmente ricoprire il ruolo che in Heroes fu di Ando, ma riesce unicamente ad apparire troppo nerd e troppo scemo. Proverbiale come, nel pieno salvataggio della sua “amata“, si blocchi per soccorrere il suo computer lanciato poco prima per bloccare una porta. Geniale a modo suo, ma fuori contesto.

Phoebe Frady: ah credulona?! Prrrrrrr!!!

Harris Prime: se Miko è la peggiore, lui le fa compagnia. D’altronde, da un cattivo poco credibile non ci si poteva attendere che un tirapiedi ancora meno credibile, nonostante il suo fosse uno dei poteri più stilosi del mondo di Heroes.

vlcsnap-2016-01-25-00h39m09s765Per tutti gli altri non vale la pena spendere più di due parole. Già detto più volte degli occhi di Molly, Casper Abraham era forse il personaggio maggiormente inserito nel contesto di Heroes Reborn (in perfetto stile congiura del primo volume), dove i personaggi dei capitoli passati interpretano sé stessi, solo più ebeti perché così richiede la storia. Poche parole solo per Hachiro Otomo: mentre il suo Evernow si presenta con una grafica peggiore della Playstation 1 (e son passati ben 22 anni!), ancora mi dovete spiegare perché la prigione virtuale che ha costruito deve essere connessa con la piattaforma online di un videogame. Ma che senso ha???

Ultime parole, infine, per l’epilogo della vicenda, dove quel simpaticone di Kring tira fuori il padre di Tommy e Malina, il cosiddetto “Hammer”, che le cronache definiscono non proprio stabile di mente, talmente instabile che ha deciso di prendersela coi figli, va mo’ là! Solo che la scelta costringe noi “stronzi” a leggerci tutta la saga costruita in eBook e balle varie per collegare l’universo di Heroes con l’universo di Heroes Reborn. Non so quante pagine siano, so solo che lì, una sera, sotto le stelle, Claire Bennet, decidendo di perdere l’innocenza, ci rimane al primo colpo (d’altronde, con uno che si chiama “Hammer”, eh!), per poi essere mollata come uno straccio bucato, da un tizio a cui le proverbiali scatole giravano a mille per colpa di Peter Petrelli e di Claude Rains. Ecco, la presenza di Claude mi ha quasi spinto a leggermi tutta quella prosopopea inutile di parole che acquista un senso solo perché c’è questo epilogo in Heroes Reborn. Ma dopo 10 secondi sono rinsavito.

Fine.

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1.13 - Project Reborn
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