Hannibal

Hannibal: Recensione dell’episodio 3.09 – … and the woman clothed with the Sun

Metamorfosi. In biologia, il termine indica tutte le trasformazioni di forma e struttura che subiscono molti animali alla fine del loro sviluppo embrionale e attraverso le quali raggiungono il loro stato adulto. Un cambiamento fisico, quindi, che si presta però facilmente ad essere allegorizzato facendo di questa parola un’efficace descrizione di mutamenti radicali nella personalità di un essere umano in seguito ad un qualche tormento interiore. Metamorfosi come metafora di un passaggio netto da un prima a un dopo.

Hannibal - Season 3Da un prima fatto di tormentato isolamento ad un dopo che può diventare ricco di una sola ma agognata compagnia. Da un prima intessuto di doloroso freno agli istinti più brutali ad un dopo selvaggiamente ordito di una incontenibile violenza. Da un prima avvolto nel monotono brusio di un proiettore che gira ad un dopo squarciato da urla opprimenti che forano orecchie inutilmente tappate. Da un prima illuminato dalla fioca luce di pellicole mute che raccontano colpe indicibili ad un dopo candidamente immerso in una luna che dipinge di nero il sangue che bagna corpi nudi. È questa la metamorfosi a cui sta andando incontro Francis Dolarhyde. Se al suo primo apparire il personaggio interpretato superbamente da Richard Armitage aveva colpito per la ieratica e sofferta lentezza di movimenti controllati studiati come passi precisi di una danza di morte, stavolta è la voce spezzata a colpire lo spettatore con la stessa cupa veemenza di una onda distruttrice che lenta ma inesorabile si abbatte su coste indifese.

Quello di Francis non è un parlare, ma piuttosto uno scendere in una buia miniera per estrarre con immane fatica pesantissimi macigni sperando che altri sappiano cogliere quelle poche preziose pepite che vi sono nascoste. A tratti sembra che Francis sia costretto quasi a sillabare frasi smozzicate come i malati di ictus che tornano a vocalizzare i propri pensieri dopo il silenzio imposto dalla malattia lasciandosi aiutare dai sapienti consigli di un paziente logopedista. Ma, in realtà, Francis è più un bambino abbandonato in una giungla perigliosa che deve accettare che un dialogo è ancora possibile con chi disinteressatamente gli si rivolge. E non è un caso che questo per lui scioccante rapporto avvenga con un personaggio che, come lui, vive in una condizione di incolpevole isolamento.

A differenza di Francis, però, Reba non soffre il distacco da una presunta normalità fatta anche di pietosa compassione e superiore pietismo. Al contrario, quel separarsi è stato per lei solo una inevitabile conseguenza di una scelta altruista a cui può e vuole sottrarsi per immergersi con naturalezza in un mondo che non percepisce come ostile. Se la bravura di Armitage era già nota e in questo episodio non fa altro che bissare lo spettacolo del debutto, è invece una lieta sorpresa la freschezza e la serenità con cui Rutina Wesley (dopo anni di un prodotto ai limiti del trash come “True Blood” e comunque nettamente agli antipodi dell’eleganza di “Hannibal”) si confronta con un personaggio solare che tanta importanza avrà per l’arco narrativo che ci porterà al finale della serie.

Hannibal3x09WillUn episodio dove una qualche forma di metamorfosi sembra toccare tutti i protagonisti. Da Alana che, felicemente madre dell’erede di Mason Verger e compagna fedele di Margot, sente di poter guardare con compiaciuto distacco e malcelata soddisfazione entrambi gli uomini (sottilmente derisi o stupidamente minacciati) da cui era stata attratta ondeggiando agli umori di una risacca incontrollata.

A Jack che, sicuro nei suoi abiti nuovi figli di una relazione amorosa che ha sanato le ferite del lutto, non ha vergogna di giocare perversamente sporco con la mente di Will sfruttando colpi bassi come le foto delle famiglie uccise o lasciando che la lettera di Hannibal gli giunga certo dell’effetto stimolante che essa avrebbe avuto.

Allo stesso Will che, immancabilmente memore di un passato incancellabile, prova a credere che basti non usare nomi propri per mantenere una rassicurante separazione dal suo “marito assassino” (come con goliardica ma efficace scelta di termini la rediviva Freddie Lounds ha definito l’alter ego di Will). E a questa illusione Will vuole davvero abbandonarsi e quasi ci riesce sinceramente come dimostra la divertita telefonata a Molly condita da battutine a sfondo sessuale e progetti di tenere altri cani e coronata da un insolito ridere (si è mai visto Will ridere in queste tre stagioni ?). Ma appunto quello squillante suono è solo una maschera di vetro dietro cui si possono leggere i veri pensieri del brillante profiler. Una finzione che regge solo fino a che Jack prima, Hannibal poi non riescono con pochi magistrali passi a far riprecipitare Will nella sua empatica identificazione con il mostro fuori di lui e il demone dentro di lui.

Il sogno di sangue di Will è la prova inequivocabile che mille tazzine potranno rompersi senza mai ricomporsi, ma il legame che incatena la mente di Will a quella del suo sofisticato amico è troppo profondo per essere anche solo scalfito da una tenace fede in un diverso presente.

Hannibal - Season 3Un presente dove Hannibal è l’unico a non affrontare alcuna metamorfosi. Anzi, con piacere lo vediamo rievocare i primi passi della rieducazione sentimentale (se così possiamo chiamarla) della pover Abigail. Perché Lecter non ha bisogno di mutare, ma ha un irrinunciabile desiderio di mutare gli altri. Di guidare la loro metamorfosi. Di trasformare una ragazzina impaurita in una figlia adottiva che sappia apprezzare sé stessa e riconoscere con onesta sincerità il suo amore per quello che era un mostro.

Di plasmare dalla creta eccelsa di un tormentato ma onesto criminologo un amico sincero capace di leggere senza giudicare, di vedere senza fuggire, di capire senza condannare. Soprattutto, di entrare in quel palazzo incantato dove la morte è solo un innocente passatempo che non può cancellare la profonda magia di dialoghi mai dissonanti ma sempre simili ad armoniosi controcanti di due voci che giocano a rincorrersi. Hannibal non potrà mai essere un ospite scostumato che si invita ad una cena privata come disonestamente sta facendo Jack. Perché di quel luculliano banchetto Hannibal è il maitre e lo chef e Will il padrone di casa che orgogliosamente accoglie gli invitati stupefatti. Ma non ci sono altri commensali che loro due ed è questa certezza che permette ad Hannibal di non mutare il suo atteggiamento sicuro neanche di fronte alla freddezza apparente del suo indimenticato amico.

Franz Kafka ne “La metamorfosi” aveva raccontato la disgustosa trasformazione di Gregor Samsa in un orrendo scarafaggio e il dolore che al timido commesso viaggiatore questa aveva causato. “Hannibal” ci mostra come una metamorfosi possa anche essere una mutazione ricercata da esibire con incontenibile orgoglio fino ad arrivare a descriverla all’unica persona che potrebbe apprezzarla. Per questo Francis (che vede una coda di drago agitarsi alle sue spalle) deve chiamare Hannibal (con tanti complimenti alla sicurezza delle cinque porte vigilate da Alana). Per questo non possiamo staccarci ancora da questa serie.

3.09 – … and the woman clothed with the Sun - Il nostro giudizio
  • Metamorfosi
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