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Hannibal

Hannibal: recensione dell’episodio 1.07 – Sorbet

“Oh come scricchiola tra i denti, e sgretola
quindi dal l’ugola giù per l’esofago
freschetta sdrucciola fin nello stomaco”.

Oh come scricchiola tra i denti, e sgretola
quindi dal l’ugola giù per l’esofago
freschetta sdrucciola fin nello stomaco“.

Sul sorbetto, Francesco Redi – Bacco in Toscana (XVII secolo)

Ho deciso di iniziare la recensione di questo episodio – diciamolo subito, un tripudio di perfezione stilistica – proprio con questo passo del Redi che credo incarni perfettamente l’essenza di Sorbet ma anche di quello che Hannibal ha saputo creare fino a questo punto.  1Dispiacere a parte circa le difficoltà che la serie sta riscontrando in fatto di ascolti, continuo a ritenere che questo prodotto si distingua in modo sopraffino dagli altri crime in circolazione, non solo per una magnetica orizzontalità narrativa ma per il fatto che la serie arreca con sé una forza visiva potente e osata, così insolita per una rete broadcast. Il riferimento a quel fenomeno, checché criticato, che è stato Awake, a questo punto per il recensore giunge spontaneo perché già allora assistemmo a una novità importante e peculiare in questo senso. Non è un caso che la fotografia (ravvisata in particolare in questo delizioso Sorbet) si avvalga delle stesse tecniche e scelte di colore utilizzate per la creazione della realtà verde (mi rivolgo a chi ha seguito Awake e a chi voglia concedersi di recuperarlo). Non è un caso che alle due serie, purtroppo, sia probabilmente destinata la stessa sorte.

Ma l’intento di queste righe è lodare, ed è ciò che farò a partire proprio dall’incredibile incastro narrativo di quello che è l’indiscusso filone psicologico dell’episodio, vale a dire lo spostamento o – in parole più semplici – la sostituzione. L’immagine mortifera di Will si sostituisce a Miriam nella mente di Jack. Nel suo mondo interno (perfettamente reso a livello icastico), Will si sostituisce al padre di Abigail. Devon Silvestri si sostituisce, in questo caso anche nella realtà effettiva, a Chesapeake Ripper. È questo che personalmente credo sia il merito di un episodio come Sorbet, in cui la trama orizzontale non progredisce significativamente, ma – di contro – sono  approfondite le dinamiche relazionali dei personaggi che si identificano con l’altro e proiettano sull’altro, si con-fondono e si contaminano in un gioco di scrittura perfettamente congegnato.

Così veniamo a conoscenza che Hannibal è in cura a sua volta e che – come l’acuta dottoressa Bedelia Du Maurier ben comprende 2(sì, aspettavamo Gillian Anderson da un po’) – il colloquio clinico per lui non è altro che un teatro di affermazione narcisistica, uno spazio in cui indossare una maschera sulla maschera e permettere a se stesso di essere il paziente apparente della relazione terapeutica. Meraviglioso il parallelismo con la consueta scena di confronto con Will (”Le parole sono esseri viventi. Hanno una personalità, un punto di vista, uno scopo”), e assolutamente indicativo il discorso su quel che  Hannibal fu prima di divenire un aggiustatore di menti: ”Ho trasferito la mia passione per l’anatomia nell’arte culinaria. Riparo le menti invece che i corpi, e nessuno muore per via della mia terapia.”
Perché in questo passaggio Hannibal si racconta in quell’eterna danza fra confessione e travestimento, fra autocompiacimento e desiderio di restare nell’ombra, indisturbato, a congelare carne umana mentre chi gli sta intorno cerca spasmodicamente la verità. Perché Hannibal non aggiusta la mente ma la controlla e nel frattempo si ciba del corpo (”Oh, ma la bestia è vita. Tu metti la bestia nel tuo stomaco, e vivi”), un corpo appartenuto a chi evidentemente mancava di eleganza e riempiva lo spazio vitale di un ”comportamento indecoroso”, qualcuno da umiliare pubblicamente attraverso lo scempio corporeo e al contempo intriso di quella perfezione chirurgica che diventa la sua firma inconfondibile. Lo schema si infrange con Miriam Lass, alla quale Lecter rivolge la sua stima rendendola non oggetto, bensì soggetto di umiliazione per Jack Crawford.

Il rapporto fra verticalità e orizzontalità narrativa resta forte e continuativo anche in quest’episodio. È difficile essere frustrati dal caso del giorno anche per chi non apprezza il crime così inteso (e chi scrive la recensione è senz’altro fra questi) prediligendo lo sviluppo orizzontale della trama al consueto caso da risolvere. Perché in sostanza Hannibal (come Fringe prima di lui) ama danzare nei continui riferimenti, nella contaminazione tra filone principale e storie ”satellitari” che si consumano nel minutaggio della puntata.

3Più sopra facevo un riferimento alla forte icasticità, ingrediente fondamentale per un serial siffatto. La simmetricità visiva di alcune scene  è semplicemente una delizia per gli occhi, ed è proprio questa potenza visiva a saper celebrare il corpo e rappresentare la mente in una maniera assolutamente raffinata (Come dimenticare la voce ovattata  nell’ugola inquadrata che si muove per divenire poi trionfo in sala?).

Un’ultima considerazione. Sorbet mi ha inequivocabilmente rimandato a quel che fu il tentativo (purtroppo vano) di Ridley Scott con il suo Hannibal del 2001: la carnalità marcata, l’accenno sottile alle tendenze omosessuali di Lecter, l’amore per l’arte, la tragicità della lirica. Ebbene, non credo sia azzardato sostenere che Bryan Fuller stia citando magistralmente ogni fase artistica di quella che negli anni è stata l’interpretazione visiva di questo straordinario personaggio di carta. Perché la logica capovolta di un prequel è quella di andare avanti e, paradossalmente, avvicinarsi al passato quanto più la storia prosegue. Perché un prequel non può regalarci chissà quale sorpresa a livello narrativo. Sappiamo perfettamente qual è la sorte di Hannibal, eppure siamo curiosi di sapere come il serial ci accompagnerà verso quel momento, con quali acrobazie stilistiche, con quali portate.

Per il recensore, è semplicemente la perfezione.

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