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Hannibal

Hannibal: Recensione dell’ episodio 3.08 – The great red dragon

Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra.

Sono questi versetti tratti dall’Apocalisse di San Giovanni Apostolo ad aver ispirato i quattro splendidi disegni del cosiddetto “Ciclo del Grande Drago Rosso” realizzati nel 1805 dal visionario poeta e pittore inglese William Blake. E sono queste opere di Blake ad aver a loro volta suggerito a Thomas Harris il personaggio di Francis Dolarhyde, protagonista di quello che viene considerato una sorta di prequel di “Hannibal”. Inevitabile, quindi, che anche la serie omonima, che si avvia mestamente alla sua definitiva chiusura tra soli cinque episodi, renda omaggio a questa linea narrativa che porterà infine alla situazione iniziale del famoso film da cui è nato il mito (quel “Silenzio degli innocenti” richiamato dal già noto titolo del series – finale).

Un mito che questa serie ha riscritto portando a livelli magistrali la raffinatezza di quello che era un mostro (e che qui abbiamo visto all’opera più come meraviglioso esteta e pluristellato chef) e quasi relegando sullo sfondo quel sadismo esibito che aveva contribuito al successo mondiale del film con Anthony Hopkins e Jodie Foster. Un serial killer atipico che ha finito per stancare un pubblico medio che si aspettava sangue e follia invece che una delicata storia di sentimenti e dialoghi intrisi di profonda filosofia. Perché, come dice Chilton gustando il sanguinaccio (orgoglio partenopeo!) in un trionfo di humour nero, la gente vuole altro per non annoiarsi (e qui è ancora Chilton o Fuller a parlare?).

Hannibal3x08LecterQuasi che questo episodio segni l’inizio di un lungo addio, “Hannibal” fa un salto temporale di tre anni per riportare paradossalmente la serie ai suoi spettacolari inizi. La cattura di Hannibal o, per meglio dire, la sua resa sembra aver resettato tutto riportando Jack alla sezione comportamentale dell’FBI, Alana al lavoro di psichiatra (anche se ora come direttore dell’istituto), Chilton al suo cinico opportunismo (avendo scritto un libro sullo squartatore di Chesapeake), il team medico formato da Price e Zeller ai loro simpatici scambi. Eppure, questo ritorno alle origini della serie è solo apparente. Perché né Hannibal né Will ci sono più.

L’imperturbabile dottore è rinchiuso in una elegante (forse anche troppo per essere realista) cella dietro un vetro che rievoca quello del film, ma soprattutto ne sottolinea la sua estraneità al mondo di fuori. Una parete trasparente dietro la quale Chilton e Alana possono illudersi di aver messo un animale indomabile in gabbia, ma che è invece la finestra sul cortile da cui Hannibal osserva con immutata attenzione le pedine del suo gioco. I tre anni trascorsi in quella ovattata cattività non sono stati per Hannibal una prigione inviolabile perché, memore degli insegnamenti dati e ricevuti dalla sua anima gemella, il cannibale li ha vissuti nel suo splendido palazzo mentale restando spesso in quella Cappella dei Normanni che è stata la prima pagina del romanzo scritto in questa stagione. È questa libertà della mente che ha permesso ad Hannibal di conservare intatta la sua capacità di comprendere i pensieri sofferenti nascosti in gesti violenti, di mantenere invariato il tono ironico dei suoi discorsi, di credere nelle minacciose promesse che non ha mai tradito. Hannibal è davvero in prigione? O lo sono quelli che continuano a girare intorno a lui come satelliti ignari che non possono sfuggire alla forza gravitazionale del proprio Sole?

Hannibal - Season 3Soltanto una persona ha cercato di tenersi abbastanza lontano da Hannibal da riuscire a sfuggire alla sua irresistibile attrazione. Come due galassie che si siano scontrate e poi allontanate per evitare un catastrofico collasso, Hannibal e Will sembrano essere sufficientemente separati da permettere un nuovo presente. Un oggi dove Will è sereno nella quiete immacolata della neve che circonda la sua casetta isolata al limitare di boschi tranquilli, circondato da cuccioli adorabili in numero sempre crescente, sposato ad una donna conosciuta chissà dove chissà quando ma capace di stendere un unguento risanatore sulle cicatrici profonde del suo animo ferito, teneramente affettuoso nei confronti di un figlio non suo (come avrebbe potuto esserlo quello strappato da Mason Verger a Margot) ma non per questo meno amato.

Ma questa tenacemente difesa serenità è solo un velo di Maya che Will si è sforzato di stendere sul suo tormentato passato. Un lenzuolo opaco che per quanto spesso può solo offuscare, ma non cancellare ciò che è stato e per sempre sarà. Bastano poche parole di Jack e il consenso affettuoso della moglie a convincere Will che a quel passato bisogna tornare e che aggirarsi sulla scena insanguinata di un efferato crimine è una necessità ineludibile. I fremiti sincopati che anticipano la luce che cancella i dettagli per portare al mai dimenticato “this is my design” (in una scena che avrà fatto esultare i fan della prima ora) sono la dimostrazione inequivocabile che è possibile indossare una maschera rasserenante, ma non cambiare il volto che si vuole nascondere. E allora Will non può fare altro che compiere anche l’ultimo passo e tornare da Hannibal ostentando una finta freddezza con un “doctor Lecter” a cui il suo inseparabile amico replica con un caldo “hello Will”.

Hannibal3x08ToothFairyAnello di congiunzione e casus belli della reunion è la “fatina dei denti” come con macabra ironia la stampa avida ha ribattezzato il nuovo serial killer che stermina famiglie perfette in notti di luna piena. Ma il sangue che copioso ne ricopre il corpo nudo nella notte fredda dopo aver inondato le pareti immacolate di case rassicuranti è la prova evidente che l’assassino è tutto tranne che una sorridente fiaba. È piuttosto il “grande drago rosso” del titolo, la bestia che appare nel cielo stellato a trascinare giù negli abissi della propria follia le luminose stelle che cancellano il buio della notte.

Perché Francis Dolarhyde (possiamo dire il suo nome anche se non viene citato mai in questo episodio) è violenza pura. Una crudeltà repressa che nasce da un dolore immenso. Una ferocia inaudita che esplode incontrollata quando la sofferenza per legarla è troppo grande. Un suono ossessivo che buca i timpani di chi ha provato ad essere sordo al richiamo del sangue. È stupendo il lavoro fatto da Richard Armitage nel dipingere un personaggio tanto crudele carnefice quanto vittima impotente. Non una sola parola viene pronunciata dal killer in questa sua prima apparizione, ma sono il suo corpo asciutto e flessuoso, i suoi movimenti lenti e precisi come quelli di un ascetico maestro di yoga, gli scatti dolenti e muti di chi sta soffrendo indicibili torture a raccontare un personaggio complesso meglio di quanto riescono a fare molti attori con la voce e gli sguardi. Per quanto improba potesse sembrare la sfida di rivaleggiare con la bravura di Mads Mikkelsen e Hugh Dancy, è innegabile che in questo debutto Richard Armitage riesca quasi a rubare la scena ai due protagonisti guadagnandosi una più che meritata standing ovation.

“The great red dragon” inaugura un nuovo arco narrativo per “Hannibal” e segna il primo passo verso il triste addio di questa serie. Lo fa ritornando alle dinamiche delle origini e cancellando anche l’abuso di un certo manierismo che aveva finito spesso per privilegiare la maestria di regia e fotografia invece che lo svolgersi della narrazione (e non a caso in questo episodio scene in slow motion e inquadrature particolareggiate di gocce d’acqua o sangue sono ridotte al minimo). Soprattutto regala ai suoi adoranti spettatori un nuovo personaggio affidandolo ad un attore che ha dimostrato di saper rivaleggiare in bravura con i due più talentuosi membri del cast originario. Perché magari Chilton ha ragione a dire che la gente vuole il sangue, ma sicuramente di “Hannibal” noi non potremo che sentire la mancanza.

3.08 – The great red dragon - Il nostro giudizio
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