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Hannibal

Hannibal: Recensione dell’ episodio 3.03 – Secondo

I numeri. Un abusato adagio dice che questi inappuntabili oggetti matematici non sono capaci di mentire. E che siano in grado di emettere giudizi inappellabili e freddamente oggettivi. Giudici imparziali che asetticamente rispondono ad ogni domanda gli si ponga purché sia formulata in maniera scevra da ogni mistificante ambiguità. I numeri dicono che “Hannibal” ha un rating talmente basso che la definizione ambivalente di “prodotto di nicchia” gli si può appiccicare addosso senza paura di essere smentiti. Parafrasando una pubblicità datata di un noto spumante italiano, “Hannibal” è “per pochi ma non per tutti”.

Hannibal3x03Chiyoh“Per pochi” perché la serie creata da Bryan Fuller deve sempre meno ai romanzi di Thomas Harris pur continuando a portare in scena personaggi rubati al mondo di carta dello scrittore americano. “Non per tutti” perché chi ha letto i libri e chi ha visto i film (di qualità altalenante) deve confrontarsi con un Hannibal Lecter che ha in comune con i suoi illustri predecessori poco più che le abitudini alimentari e la dialettica magnetica. “Per pochi” perché non è spontaneo accettare che una serie scelga di avere come protagonista il personaggio che si è classificato al primo posto nella classifica dei “100 cattivi cinematografici” della American Film Institute per poi farne un villain che è più semplice ammirare per la lunga lista di raffinate capacità (psichiatra, musicista, pittore, letterato) che odiare per l’ancor più lungo elenco di vittime innocenti.

“Non per tutti” perché l’eleganza dei dialoghi, la profondità dei temi trattati, il tono filosofico dei discorsi, la riflessività dei personaggi rallentano inevitabilmente una narrazione che non ha paura di apparire alle volte persino stagnante perché vuole e deve dare a chi guarda il tempo di comprendere l’intimo significato di parole, gesti, immagini. Caratteristiche che fanno di questa serie un unicum che spiazza chi, leggendo il titolo tanto esplicitamente evocativo quanto beffardamente ingannatore, si sarebbe aspettato una avvincente ed adrenalinica caccia all’uomo con un confronto serrato tra un investigatore intelligente e determinato e un cannibale furbo e spietato. Quanto una simile descrizione fosse inadatta era stato elegantemente chiarito dalle prime due stagioni. Quanto ancora di più ci si voglia allontanare da questo cliché è sussurrato da questi primi episodi della terza stagione, ambientata in un Italia quasi rinascimentale che è lo sfondo ideale per il mondo raffinato del dottor Lecter (che in questa stagione scopriamo essere anche un fine dantista e in possesso di un discreto italiano).

Hannibal3x03WillUn killer e un detective. Un cacciatore e la sua preda. Questo, in fondo, doveva essere la storia di Hannibal indorata da un continuo scambio di ruoli dove non si capisse subito chi era in vantaggio. Invece, nella serie di Fuller, non assistiamo a nessuna caccia frenetica. Perchè, come ha detto al commissario Pazzi nello scorso episodio, Will non sa ancora cosa farà quando incontrerà Hannibal. Parlando del rapporto tra i due si è usato spesso il termine “bromance” coniato per indicare un rapporto sociale non erotico tra persone dello stesso sesso. Ma la descrizione migliore del legame tra Will e Hannibal la fornisce (a sua insaputa) addirittura Aristotele che, intorno al 300 a.C., scriveva di “coloro che vogliono il bene dei loro amici per amore degli amici stessi perché ciascuno ama l’altro per quello che è e non per qualità accidentali”.

A suo modo lo ripete anche un redivivo Jack quando ricorda a Pazzi che la cosa che ognuno desidera maggiormente è di essere accettato per quello che è. Ed ancora Will lo conferma all’enigmatica Chiyo quando con voce tremante ammette di non essere in grado di conoscere sé stesso meglio di quanto riesca a mostrare sé stesso ad Hannibal. Will dovrebbe essere l’antagonista di Hannibal e di questo ne è tragicamente consapevole. Ma è proprio l’incapacità a vedere nel pacato cannibale il nemico da sconfiggere il dramma personale del tormentato profiler. Dopo aver accettato l’invito di Hannibal ad entrare nel suo palazzo mentale, Will continua nella sua tanto reale quanto onirica esplorazione entrando nelle più segrete stanze dalle quali anche il suo amico nemico si tiene elusivamente lontano.

Soprattutto Will non riesce ad essere l’antagonista perché non ha solo accettato e perdonato il suo mentore, ma ne ha appreso le lezioni più intime e copiato i modus operandi. Far scappare il prigioniero è stato davvero un gesto caritatevole per liberare Chiyo o solo un sottile modo per metterla alla prova imitando quanto ideato da Lecter ? Narrarle una storia per rendere accettabile un dolore è quello che fa Will ora per venire a patti col sorriso marchiato sul suo ventre o l’artificiosa giustifica che ha inventato Hannibal per nascondere la verità sulla morte di Misha ? E disporre il cadavere dell’emaciata vittima a formare una complicata falena è un omaggio agli spettatori memori de “Il silenzio degli innocenti” o piuttosto il modo di Will di dire ad Hannibal che dalla morte fin troppo rimandata del presunto colpevole può rinascere una affascinante farfalla?

Hannibal3x03HannibalUn modo per dire che nella fine è l’inizio ? Will è morto quando Hannibal gli ha chirurgicamente squarciato il ventre ed ora è pronto a cercare una nuova vita. Jack è morto quando la scheggia di vetro ha disegnato una lunga cicatrice sul suo collo taurino ed ora è libero di salvare quel Will che troppo ha messo a rischio lasciando ad altri gli onori e gli oneri della caccia al mostro (“non la mia casa” nel curioso italiano di Laurence Fishburne). Ed Hannibal? Quando potrà cominciare a rinascere? Esiliatosi a Firenze tra erudite citazioni dantesche e impulsivi omicidi (ironicamente addebitati a Bedelia), il dottore è troppo intelligente per non aver capito quello che la sua (quanto?) involontaria complice gli suggerisce. Uccidere Anthony Drimmond prima e il professor Sogliato ora e lasciare il torso composto come un cuore nella Cappella dei Normanni sono neanche tanto timidi passi sulla strada che porterà alla sua inevitabile fine.

Ma una fine che non significa sconfitta, ma appunto nuovo inizio. Perché Bedelia è finemente in grado di scivolare nei meandri della psiche di Hannibal sfiorandone i segreti più intimi e intuendone i desideri più taciuti, ma non è Will. Tradimento e perdono, ma soprattutto (e per la prima volta questa parola viene pronunciata) amore. Bisogna essere in due per tradirsi e perdonarsi; in due per amarsi di un amore che significa (come si diceva prima) accettarsi, completarsi, capirsi. Fino al gesto estremo di essere due persone in uno. Fino a cibarsi della carne dell’altro per evitare che possa mai allontanarsi di nuovo da te. Come Misha è in Hannibal sia mentalmente che fisicamente, così dovrà essere Will? Davvero è questo che l’abile clavicembalista desidera?

“Hannibal” (giova ripeterlo) è “per pochi ma non per tutti”. E a quei pochi sa regalare episodi lenti ma che non annoiano perché troppo si è attenti a cogliere le mille sfumature di parole centellinate con sapiente maestria immerse in immagini oniriche i cui colori cupi evocano drammi silenziosi e i cui insistiti particolari donano un senso di barocco a volte ridondante. Una serie che ha troppe cose da dire per essere capita da tutti, ma che non ci stancheremo mai di ascoltare con stupita ammirazione.

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