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Grey’s Anatomy: recensione episodio 11.24 – You’re My Home

E’ finita anche questa undicesima stagione. Era iniziata bene, con la discreta gestione della dipartita di Sandra Oh; è finita male, con le pessime soluzioni ruotate attorno al saluto di Patrick Dempsey che si sono trascinate per queste ultime puntate. Mai stato sostenitore delle grandi ellissi temporali nel cuore di una stagione, buone per tutte le salse per uscire da situazioni scomode che altrimenti non si saprebbe come gestire dal punto di vista della sceneggiatura, quella di Grey’s Anatomy non ha proprio senso, fatta a 3 episodi dal termine, che tanto valeva far terminare l’undicesima stagione con She’s Leaving Home e arrivederci alla dodicesima. Anche perché l’episodio lungo con altre due puntate successiva ha ancora meno senso di tutto il resto.

You’re My Home puntualmente cade in una banalità sconcertante, in una sorta di vogliamose bene finale che sembra quasi un omaggio non voluto a Footloose (peccato non lo sia, perché sarebbe geniale), con la famiglia Grey-Shepherd che sembra quasi voler recitare il famoso scambio di battute: “Non ci rimane niente” “Ci rimane il ballo!” e attraverso il ballo scacciare tutti i problemi alle spalle perché “il sole sorgerà di nuovo”. “Zitta e balla” si dicevano Meredith e Cristina e l’ultimo saluto è avvenuto proprio attraverso il loro ballo. E sempre attraverso un ballo Meredith e Derek si erano ritrovati alla fine della seconda stagione che li aveva disuniti e tre anni più avanti, imitando Cristina, Derek tenterà di risollevare il morale alla compagna con un altro ballo. Scomparsa Cristina, scomparso Derek, “La mia persona” è quindi diventata “La mia casa”, l’unico luogo a cui appigliarsi. Tutto molto bene, tutto moltovlcsnap-221020 giusto, se non fosse per quell’angoscioso livello di zuccherosità che vede tutti i protagonisti di Grey’s Anatomy ballare insieme, consapevoli e inconsapevoli, di star lasciando per un momento in disparte le preoccupazioni e i problemi di ciascuno.

Forse questa soluzione avrebbe funzionato meglio se non avesse coinciso con una festa di matrimonio, l’ultima festa in casa di Derek e Meredith, una festa di addio da cui allora sorge la domanda contraddittoria: se quella casa, “la mia casa”, ha sostituito “la mia persona” ed è con lei che alla fine si balla, perché allora lasciarla ? Ribaltando la domanda: perché lasciare “la mia casa” visto che è subentrata alla “mia persona” ? Un controsenso senza risposta. Sarebbe allora stato più logico spostare la festa e “la mia casa” nella casa di Meredith ed Ellis (e di Cristina e di Alex e di Arizona e di George e di Izzie e via dicendo) invece che in quella di Meredith e Derek. E poi tutti, a parte Meredith e Amelia, cos’hanno da dimenticare, ballando catarticamente, di diverso da prima ? Nulla. Tra l’altro gli unici veramente disperati in questo finale di stagione, April e Jackson, sono gli unici a non ballare…,

L’altra disperata, nel senso però di caso perso, è Maggie che, nonostante sia un’ultra trentenne fatta e finita, si mette a piangere come una bambina per il divorzio dei genitori adottivi, lamentandosi dei suoi che per gli ultimi undici anni l’hanno trattata come una bambina. Puoi dargli forse torto ? E comunque, in confronto al lutto della sorella, è un problema questo ?

Proprio l’abuso del confronto con la perdita di Meredith è l’altro covo di banalità di questa puntata. Partendo dall’incidente quasivlcsnap-220650 mortale dove è coinvolta una neo famiglia, dove Meredith ha il compito di occuparsi di un neo padre e di un futuro marito, lei vedova di un uomo morto in un altro incidente, fino ad arrivare a Webber e Miss Avery che litigano invece di apprezzarsi l’un l’altro e di apprezzare il tempo insieme in confronto a Meredith che non può più farlo (e allora, scemi loro, si sposano dopo una trattativa che non ho capito bene se avesse la funziona di scena comica o meno), fino ad arrivare al messaggio di addio di Derek rivolto alla moglie ma in grado di far resuscitare persino la relazione fra la sorella e Hunt o a ridare comunque impulso alla coppia, anche se, narrativamente parlando, il gesto simbolico che vede Hunt schiacciare il tasto play, indicando come Amelia abbia bisogno di Owen, funziona senza troppe scelte sopra le righe.

Le note positive arrivano dai plot inferiori, come Jo e Alex (anche se la soluzione di comprare una casa nuova non sembrava proprio fuori portata d’ideazione per un normale medico di un ospedale di Seattle) , che capiscono che finalmente è arrivato anche per loro il momento di costruire un nido, oppure come April e Jackson, anche se sarebbe più corretto dire solo April. Come già detto su questo sito, Jackson ormai non esiste più se non in funzione delle linee narrative degli altri.  E anche qui è lo stesso. Jackson entra in scena solamente per sentire dire la moglie (April 2.0, April reboot) di voler tornare al fronte e per risponderle che lui, questa volta, non ci vlcsnap-223711 sarà ad aspettarla.

Lei ha trovato la sua soluzione per elaborare il lutto, ma non si è preoccupata di concederla a Jackson, rimasto a casa, da solo, col suo dolore. Una bella scena, con un colpo ad affetto (altro che corsa lungo i corridoi), nonostante il sottotesto non esista e tutto sia ampiamente dichiarato, semplice, ma potente, con il disastro dell’incidente alle spalle dei personaggi a simboleggiare il disastro della coppia. Pollice totalmente verso invece alla corsa in corridoio con una resa emotiva praticamente pari a zero: da una parte ci troviamo un incidente stradale che porta tutto il personale dell’ospedale ad osservare il padre infilzato dall’auto come si guarda la tv con un piatto di patatine in mano; dall’altra abbiamo l’ospedale lasciato vuoto (sono tutti fuori a guardare l’incidente) che improvvisamente si riempie  al passaggio del ferito, che tutti ormai conoscono.

E quindi, conoscendolo tutti, che senso ha sta scena? Conoscendolo tutti, non c’è bisogno di questa corsa ad ostacoli con tirocinanti a lasciare il percorso libero da eventuali ostacoli, tutti avrebbero dovuto conoscere il percorso della barella fino alla sala operatoria e così un ospedale organizzato avrebbe dovuto agire coordinando tutto il personale, senza ascensori che casualmente si chiudono per poi riaprirsi con una suspance pari a zero.

E infine i mini plot della Bailey e di Edwards. Il primo è il capostipite del volemose bene di cui sopra. Alla Bailey prima viene assegnato il primariato, poi tolto, ma senza alcuna polemica perché lei vincerà (e c’è da crederle). Il secondo è la regina dei deus ex machina e delle sceneggiature forzate: Edwards non può avvicinarsi alla paziente, ma proprio nell’esatto momento in cui lei si avvicina, le condizioni della ferita casualmente peggiorano, così che la dottoressa possa constatarle un’emorragia e riabilitarsi agli occhi dei superiori. Connessa scenetta coi tirocinanti e cazziatone da parte della Bailey, ma è l’unica cosa che funziona in questo mini ciclo narrativo.

L’undicesima stagione chiude male. Salvati per fortuna dall’ennesima tragedia apocalittica, ci ritroviamo con un banale incidente stradale che tenta di essere trasformato, ahi noi, quasi in maniera ridicola, in una sorta di olimpiade della chirurgia dove il premio per il secondo è la morte. In secondo luogo, ci ritroviamo con plot forzati, pilotati, per raggiungere quell’happy end finale, che in realtà, a rigor di logica, non ha alcun senso di esistere così come concepito, nonostante per Meredith sia il finale giusto, o meglio, la falsa riga del finale giusto, la brutta copia da correggere; una mancanza di ragionamento approfondito che porterà, insieme alla stagione stessa, ad un’ulteriore emorragia di spettatori per Grey’s Anatomy.

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11.24 - You're My Home

si finisce male

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Federico Lega

Fra gatti, pannolini, lavoro, la formazione del fantacalcio e qualche reminiscenza di HeroQuest e StarQuest, stare al passo con le serie tv non è facile ma qualcuno lo deve pur fare

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