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Grey's Anatomy

Grey’s Anatomy: recensione dell’episodio 11.13 – Staring at the End

“Life will out”. Prima di cominciare vorrei dire che sono onorato di aver avuto la possibilità di recensire questo particolare episodio. Staring at the End è una storia vera, con emozioni autentiche e attrici stupende. Tre grandi donne, tre grandiose interpreti. E il resto sparisce.

Amelia Sheperd, Arizona Robbins e Nicole Herman sono le protagoniste di questa puntata. Ognuna di loro rappresenta una faccia dell’eccellenza, una sfaccettatura dell’umanità, un’angolazione della vita e del sentirsi vivi. Questo è infatti il tema dell’intero episodio: la vita, life, che trionGrey-s-Anatomy-11x13-Staring-at-the-End-anticipazionifa su tutto e scova il modo di continuare ad andare avanti in ogni caso. Ho trovato suggestivo il discorso di Amelia su come anche il tumore che abita l’essere umano sia “vivo”. Noi potremmo essere l’intruso per lui, noi quelli da espellere come per noi è il tumore l’estraneo in casa da distruggere. La giovane Sheperd tiene conferenze gremitissime sull’eliminazione di tumori molto vascolarizzati, sperimenta sequenze di metodi mai approcciati prima d’ora e sfida la scienza della neurochirurgia come nessuno. La sorella dello Sheperd “giusto”, è diventata il chirurgo principale della famiglia, il migliore forse, dell’intero ospedale. Ma anche i migliori hanno paura, soprattutto se hanno vissuto nell’ombra, sottovalutati per anni, e ancor di più se hanno come paziente Nicole Herman.

Come Amelia, Nicole è una donna che non crede a nessuno. Conta solo su sé stessa, senza fidarsi degli altri. Ha deciso di farsi operare, di mettersi tra le mani di Amelia pur rimanendo scettica. La Herman infatti è sicura al 100% di non sopravvivere al tumore e dedica tutto il suo tempo ad Arizona. Usa le settimane rimanenti per passare il testimone alla sua allieva, tutto lo scibile umano riguardante la chirurgia fetale acquisito negli anni risiederà nella Robbins. All’inizio di questa tredicesima puntata sentiamo proprio la voce di Nicole Herman a introdurci nell’ambiente di Seattle. Non le piacciono le domande senza risposta, dice, preferisce di gran lunga quelle le cui risposte sono chiare, certe, ovvie. Per questo rifugge le questioni universali del tipo “cosa succede dopo la morte” e opta per la chirurgia pediatrica. Le nascite dei bambini sono cristalline, la morte non è altrettanto esplicita. Tra centinaia di post-it e svariati casi clinici l’operazione “Herman/Robbins corsa contro il tempo” sembra riuscire, non senza qualche lacrima. Il caso di Julie Hall con vasa previa, che si è sottoposta a due anni di trattamenti per la fecondazione non va a buon fine e la perdita del bambino della donna fa crollare Arizona, ma la marcia non può fermarsi.

greys-anatomy-11-x-13Arizona infatti rappresenta forse la più sensibile delle tre. È sempre euforica, sorridente e pronta ad aiutare tutti. Non è scorbutica come la Herman né oscura come Amelia. Semplicemente è sé stessa, luminosa di natura, estremamente brava nel suo lavoro. Lo dimostra il caso di Glenda Castillo; la paziente, fortemente voluta dalla Bailey, si presenta incinta di un bambino con un grosso tumore benigno sulla schiena che potrebbe causare un accumulo di fluidi e la conseguente morte per sé e per la madre. Arizona, accusata di avere un cuore tenero e sofferente dalla sua superiora Herman, riesce a fine puntata a trovare la soluzione di questo caso con una tecnica innovativa mai vista sugli appunti di Nicole, dimostrandosi la degna erede del miglior chirurgo fetale al mondo.

La dignità è l’ingrediente essenziale che lega queste tre straordinarie persone. Come dice la Edwards ad Amelia, tutti ripongono grande fiducia e ammirazione in queste signore. Loro sono una squadra. Personalmente credo che Shonda con questi tre personaggi voglia mostrarci come vorrebbe che siano le donne, come le donne sono e come tutte dovrebbero essere. Come queste dottoresse, stancate nei volti ma formate nei cuori, straordinarie e ordinarie allo stesso tempo. Il merito però è anche della bravura di Caterina Scorsone, Geena Davis e Jessica Capshaw che mostrano come ormai personaggi di seconda generazione entrati da 1 o da 6 anni nella serie siano quasi migliori degli originali Meredith, Alex o Callie che in questa puntata rimangono sullo sfondo. La morale è che questa undicesima è migliore della decima stagione e forse anche della nona. Nonostante la perdita di Cristina o di altri protagonisti lo show ha una rinnovata linfa vitale perché ha nuove colonne a cui affidarsi, attrici a prima vista secondarie ma in realtà necessarie e centrali come non mai.greys-anatomy-11-x-14

Per cui, se prima mi lamentavo di un Grey’s Anatomy stanco e invecchiato ora posso dire che, nonostante rimanga la staticità e la longevità, la serie ha ancora del potenziale il quale mi fa pensare che non sia poi così assurdo programmare una dodicesima o una tredicesima stagione nel futuro. Andare avanti è importante, passo dopo passo nell’oscurità si arriva alla luce, sarà forse necessario salutare gli amici del 2005 come Ellen Pompeo o Patrick Dempsey, ma chissà che personaggi come Arizona, Amelia o la Edwards non possano diventare i nuovi capisaldi dello show.

Niente dunque mi pare più appropriato delle parole finali della dottoressa Herman: “Per far sì di essere ricordati, per fare in modo di lasciarsi alle spalle qualcosa di importante è necessario andarsene.”

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