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Grey's Anatomy

Grey’s Anatomy: recensione dell’episodio 11.11 – All I Could Do Was Cry

È stato affidato a me il recap di questo episodio. Onestamente però non so chi potrebbe mai recensire una puntata del genere. Non so chi potrebbe mettersi seduto lì e dettare una qualsiasi cosa a riguardo.

Perché quello di questa settimana è un compito arduo, direi quasi impossibile. Greys-Anatomy-S11E11-650x356La voce di April Kepner ci introduce questa volta nell’ambiente di Seattle.
All I Could Do Was Cry è un appuntamento pregno di un non ben definito concetto superiore, un alone sbiadito che niente e nessuno al mondo potrà mai rendere chiaro. Potremmo ridimensionare il tutto dicendo che la questione trattata concerne l’eterno dubbio tra scienza e fede, ma sarebbe davvero riduttivo.

La drammatica storia di April e Jackson è il filone centrale attorno a cui ruotano tutte le tematiche della puntata. Il loro bambino infatti nascerà a fine episodio tramite un’induzione al parto, la sua vita probabilmente sarà solo esistenza, ma in fondo nessuno potrebbe pronunciare nulla a proposito. A parlare infatti è solo il mistero della vita che rende possibile la gravidanza di Brenda, la donna che non sapeva nemmeno di essere incinta arrivando in ospedale con un proiettile in corpo, e che ridona inspiegabilmente la vista al giovane Drew, un risultato scientificamente impossibile al 100%.

Durante la visione, tutti i personaggi si alternano nella cappella dell’ospedale che io ho personalmente interpretato come il luogo del pensiero, il luogo dell’anima dove ognuno dei singoli protagonisti porta la sua dose di spiritualità. Una candela accesa e un augurio per April a testa fanno da cornice agli svolgimenti interni di questo episodio, e quando tutte le candele sono accese un sorriso increspato illumina il viso di Amelia che rappresenta un po’ la personificazione delle sofferenze che la vita ci riserva. Per chi ha seguito Private Practice il collegamento tra il bimbo Japril e il figlio nato senza cervello di Amelia è lampante, quasi come un passaggio obbligato e sono sicuro che la nostra Shonda ha strategicamente aspettato 5_3fa6a1fb58questo particolare momento per ricordarcelo e infine inserirlo nell’ultima frase di questo episodio. Anche Catherine Avery torna e dà il suo contributo ai due sfortunati sposi ma l’incontro con Richard Webber getta in confusione anche lei che alla fine si lascia andare a un pianto interiore. Nicole Herman invece sembra non pensare affatto al suo tumore ma è prontissima quando deve far firmare ad April e Jackson tutti i documenti relativi al loro bambino compreso un certificato di morte che fa crollare ulteriormente la Kepner. La ragazza infatti si chiede per quale motivo il Dio buono e giusto in cui ha sempre creduto e al quale ha sempre affidato il suo cuore ha deciso di essere così crudele e spietato proprio con lei, che ha seguito il percorso giusto con dedizione e attenzione.

Qual è la risposta? Cosa dobbiamo fare per sventare il male e avere il bene nella nostra vita? Perché chi si “comporta male” fregandosene di tutto ottiene le cose migliori e chi invece rispetta la regole del gioco, galleggiando per mantenersi buono e corretto sempre, è costretto a vivere con il dolore perpetuo dell’esistenza in una serie di sfortunati eventi? La verità è che le cose sono semplicemente così. Così come accadono, così come nascono, così come sono disposte nell’universo. E indifferentemente da quello che pensiamo o ciò in cui crediamo, in nessun modo potremo mai greys-anatomy-11x11-326x235cambiare le cose per nostra volontà: se gli accadimenti cambieranno lo faranno spontaneamente e inaspettatamente, se non lo faranno il tutto sarà altrettanto inspiegabile come lo sarebbe stato in caso contrario. Alla April speranzosa di un miracolo direi che i miracoli esistono nella misura in cui esistono ingiustificatamente tutte le cose della terra e che qualsiasi cosa noi vogliamo o non vogliamo non saremo noi a deciderla, o forse sì, ma comunque non per nostra volontà.

La vita è imprevedibile e Grey’s Anatomy cerca di mostrarne la prova.

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