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Grey's Anatomy

Grey’s anatomy: recensione dell’episodio 10.15 – Throwing it all away

Grey’s is back“, stavolta per davvero. Ormai lo sappiamo anche troppo bene: il fatto che il giovedì sia “il giorno di Seattle” non assicura affatto di poter provare ogni volta le stesse emozioni che ci hanno portato ad innamorarci Grey’s anatomy. Ma stavolta è così, la puntata arriva ed è destinata a restare nella memoria. Complici forse anche i precedenti episodi a mio avviso non troppo esaltanti, questo “Throwing it all way” lascia il segno. Sono tanti gli elementi che contribuiscono alla sua riuscita positiva, innanzi tutto il livello più alto della sceneggiatura: la voce fuori campo di Meredith regala da subito spunto interessanti su un tema, peraltro, comune a tutti… il “lasciare andare”. Quanto è difficile lasciare andare cose, persone, ricordi anche quando si comprende che “farlo” è necessario per poter essere felici? E quanto è ancor più difficile  lasciare andare quella cosa che noi pensiamo possa essere l’unica a renderci felici? Grey’s anatomy questa settimana ci parla del dolore di questi addii.

Niente più arrivederci, niente più “forse un giorno…”: per evolversi bisogna dare un taglio netto.

The story of evolution is the story of what we leave behind” sentenzia Meredith ad inizio episodio. D’altronde lei e tutti gli avventori del Grey Sloan Memorial Hospital di cose da dimenticare ne hanno a bizzeffe. Dottori o pazienti, tutti devono (citando Lost) “move on”.

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  • Cominciamo dal tipo che rivuole indietro il rene che ha donato al suo migliore amico, dal momento che costui è morto cerebralmente e in vita aveva acconsentito all’espianto degli organi: è solo un pazzo psicolabile? No, nient’ affatto. Il carattere folle di questa richiesta non è nient’altro che l’aspetto più sgargiante di una richiesta, in realtà, profondamente drammatica e umana: non vuole che il suo sacrificio sia stato vano, vuole continuare a poter dire di aver salvato il suo migliore amico. Sarà solo accettando la morte anche “fisica” dell’uomo, e quindi l’impossibilità che i suoi organi vadano a lui o a qualcun altro, che potrà gettare le basi per superare questa drammatica vicenda.

E i medici? tirocinanti, specializzandi o primari tutti devono lasciare qualche zavorra fisica o mentale per poter andare avanti:

  • Stephanie poveraccia, l’unico personaggio “nuovo” che mostri un qualche spessore, è stata masticata e sputata come un chewingum dal belloccio (e un po’ tonto) Avery. Lei, a mio giudizio, è fin troppo pacata: con un aplomb davvero ammirabile si limita a dire a Jackson guardandolo negli occhi “For me…you just exist”.

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A ben guardare però, il paziente e la Edwards, arrivano a “lasciare” qualcosa principalmente perché le condizioni della vita non gli lasciano scelta, e lo fanno con rabbia. Si può allora davvero parlare di evoluzione? Sì, se il cambiamento non travolge. L’evoluzione per essere tale deve mescolare, scombussolare, ricostruire… ma comportare anche un avanzamento nella propria condizione.

In tanti dentro al Grey Sloan Memorial Hospital hanno bisogno di crescere: si tratta pur sempre di un ospedale di disastrati/incasinati che passano quasi più tempo alle “Risorse umane” che a operare.

Ma la strada sembra essere quella buona, persino Cristina mostra una certa maturazione nel suo modo di insegnare e lasciar perdere la sua improponibile liaison amorosa con Ross pur di aiutarlo tramite la sua qualità migliore: la sua abilità di chirurgo cardio-toracico. Ma se c’è una coppia emblema dell’ “andare avanti” queste sono certamente Callie&Arizona. Nell’ultimo anno hanno dovuto “rinunciare” a tantissimo: Arizona per prima e Callie di conseguenza, essendo lei profondamente innamorata di sua moglie e quindi al suo fianco “nella buona e nella cattiva sorte”. Hanno passato un anno a rinunciare, a “lasciare andare” e allora perché il loro rapporto non si era evoluto ma anzi si era incupito fino a giungere al tradimento e all’odio reciproco?

Perché non c’erano state la coscienza e l’accettazione.

Arrivo a questa conclusione dando alla puntata un valore simbolico, forse un po’ azzardato ma secondo me calzante. Ha importanza centrale la vicenda di Alyssa. La bambina vuole amputarsi le gambe a causa di una forma terribile di artogriposi che la condanna a dolori indicibili e che non possono migliorare.

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Callie non vuole farlo: un po’ per la piccola ancora troppo giovane un po’ (forse soprattutto?) per strenua difesa verso il tempo impiegato a cercare di risolvere quel caso. Arizona è l’unica a capire davvero lo stato d’animo della piccola e ad intuire che Callie sperimenta una sorta di “blocco” emotivo al pensiero di una doppia amputazione che ricorda tanto quella fatta da lei alla sua stessa moglie. (Che dici Arizo’, sarà mica perché gliel’hai rinfacciato un triliardo di volte?) Ma a parte questa considerazione, il punto focale è che  secondo me Alyssa non è nient’altro che una parte della coscienza di Arizona stessa.

Consigliare ad Alyssa l’amputazione  è consigliarlo alla parte di se stessa che non aveva mai voluto crederci, è completare l’accettazione, è andare avanti. Togliersi di dosso quello che “fisicamente” e “psicologicamente” impaccia.

Solo così lei e Callie possono veramente ripartire, dopo che la Robbins ha preso coscienza della sola (tanto semplice quanto difficile) cosa che può fare da motore alla sua rinascita: l’amore per Callie. “I don’t need much to be happy, I don’t even need two legs, but I do know that I need you”. Lampante, eppure non era mai parso così chiaro.

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I used to be someone who was always happy” afferma la Robbins sconsolata, ma dalle sue parole capiamo che ha imparato una lezione fondamentale e vuole lasciarcela:  non bisogna nascondere i propri sentimenti belli o brutti che siano, non bisogna mettere in una scatola i pattini, non bisogna fare finta che certe cose situazioni o persone non esistano, piuttosto cercare un modo nuovo  per essere felici, per rinfilarsi i  tanto amati pattini.

“Lasciare andare” non quello che si era, ma il modo in cui lo si era, non le nostre certezze, ma il modo in cui si vivevano quelle certezze. Convinti che prendere consapevolezza della propria possibilità di rinascita equivale a compiere già metà del cammino.

“L’unico modo per andare avanti è andare avanti. Dire lo posso fare anche quando sai che non puoi.” 

(Stephen King)

 

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