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Grey's Anatomy

Grey’s Anatomy: Recensione dell’ Episodio 9.18 – Idle Hands

Chi ha detto che l’abito non fa il monaco? Chi ha detto che le parole sono solo parole? No, le cose non stanno così e questa settimana Grey’s Anatomy ce lo dice chiaramente, perché il nuovo“Grey Sloan Memoria Hospital” porta con sé un vento di  cambiamento elettrizzante.

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C’è aria da primo giorno di scuola: tutti i medici, soprattutto coloro che siedono nel consiglio di amministrazione, sono presi da una contagiosa euforia…e solo alcuni di loro riescono a celarla. Callie, ad esempio, non ci prova nemmeno: è troppo felice per i passi avanti che Arizona sta compiendo, e questi progressi ci fanno finalmente apprezzare di nuovo delle scene di complicità tra le due. Assolutamente piacevole il siparietto in cui la dottoressa Torres ritrova la sua verve ironica per far apprezzare ai  colleghi il fisico di Arizona.

Un clima spumeggiante, s’è detto, in cui la storyline si sposta dalle controversie ospedaliere verso le vicende personali dei medici. Un’atmosfera così rilassata che perfino la “dark and twisty” Meredith riesce a buttare in ridere le sue paure irrazionali su “it”: il bambino che porta in grembo. La dottoressa Grey, memore delle innumerevoli sciagure capitategli in passato pare non volersi arrendere all’idea di poter essere felice fino in fondo ma, contrariamente a quando capitava in passato (e lo scrive una come me che non ha mai amato Meredith), non risulta affatto pesante o stucchevole nel suo essere complessata.

Lo si è detto molte volte, la serie 8 è stata un vero e proprio “buco nero” nella storia di Grey’s Anatomy: poche idee e molto confuse, infiocchettate da una bella tragedia finale così, tanto per non perdere il vizio della carneficina. Ma se c’è una cosa che l’ottava serie ha, a mio avviso, sancito chiaramente è lo sviluppo dei personaggi Avery e April. Lui ha imboccato un percorso altalenante tra l’autocommiserazione e le abitudini da gigolò, tra l’atteggiamento “non-voglio-essere-un-Avery” e la spavalderia “ora-comando-io-perché-mamma-mi-ha-comprato-un-ospedale”: insopportabile. La Kepner invece ha finalmente acquistato la sua terza dimensione: non è più solamente un personaggio secondario urlante ed insicuro, è una “Donna” con i suoi dubbi, i suoi desideri, il suo fascino e la sua grande spontaneità. (La maggiore “piacevolezza” del personaggio Kepner è certamente agevolata dalla grande bravura di Sarah Drew). Di tutto questo ci dà prova questo episodio: Avery infatti resta una sorta di chirurgo fantasma, April invece intavola un’intrigante conversazione con Meredith sul suo rapporto con Matthew. Ma non c’è sono questo, l’episodio infatti è ben riuscito sotto tanti punti di vista e uno di questi è il continuare sulla scia positiva inaugurata nella puntata passata: una maggiore attenzione ai casi clinici.

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Certo, la storia della professoressa a cui viene diagnosticato un cancro non è altrettanto complessa ed estrema quanto quella del medico della settimana scorsa ma è altrettanto preziosa. Rivela, a parer mio, il vero senso dei medical drama: quelle che vengono raccontate, sono soprattutto le storie dei sentimenti che scaturiscono negli ospedali, sentimenti tanto intensi da non poter essere fermati da nessun tipo di male.  In quest’ottica possiamo capire come la diagnosi di morte certa (che arriva praticamente ad inizio puntata) non annulli il caso, ma anzi ne sprigioni tutta la forza comunicativa.

Tornando agli eventi “spiccioli” tutti coloro che sono rimasti semplici chirurghi, cercano di accaparrarsi la simpatia di quelli che sono in consiglio. I quali, dal canto loro, passano da momenti crisi, perché vedono le scartoffie mangiarsi la loro carriera, a momenti di esaltazione pura per il  potere e i supermacchinari in loro possesso. Cristina ad esempio, ha la possibilità di tagliare il budget al primario di cardiologia assicurandosi più lavoro e dando così una chance al progetto della  Bailey. Un nuovo inizio quindi, il quale stupisce se si pensa che siamo alla puntata numero…18! Si pongono forse le basi per le serie 10? Probabilmente.

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Quello che si può dire con certezza che la ripartenza dell’ospedale esemplifica e permetta materialmente una ripartenza delle vite di tutti: stavolta non si tratta  più solo di rialzarsi dopo l’ennesimo colpo, di “sopravvivere”…I nostri beniamini possono essere ciascuno “in charge” della sua stessa esistenza. Si va avanti finalmente, non più oscurando il passato ma prendendone atto, istituzionalizzandolo, rendendogli omaggio. La nuova intestazione dell’ ospedale infatti esemplifica perfettamente il concetto: senza il passato non saremmo ciò che siamo e non potremmo diventare ciò che siamo destinati ad essere.   E’ infatti solo sfruttando i nuovissimi strumenti ospedalieri che Cristina può cominciare qualche interessante trial, Jackson può costruirsi una carriera notevole, Owen può continuare a fare ciò che ama, Callie e Arizona possono riavvicinarsi come partners (finalmente riprendono controllo della loro vita sessuale) e per finire Meredith e Dereck possono sapere che… “it’s a boy!”. Una nuova vita sta cominciando, per davvero.

Ps: una menzione speciale per Jessica Capshaw che festeggia in questo episodio la 100esima apparizione nello show. Tutti noi fan di Grey’s anatomy e di  “Calzona” siamo grati alla Rhimes per averci regalato, tramite Arizona, una delle coppie più dolci della storia dei telefilm.

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