Gomorra

Gomorra: Recensione dei primi due episodi della seconda stagione

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Tra le tante qualità che si possono attribuire agli italiani, una è sicuramente quella di essere affettivi, appassionati e facilmente affezionabili. D’altro canto, però, non si può negare il contrario, soprattutto quando si parla di cinema e televisione. Questo perché il nostro panorama artistico odierno è troppo spesso considerato qualitativamente inferiore alle precedenti produzioni nostrane o quelle contemporanee straniere. In poche parole, con notevole frequenza ci rifugiamo nella formula quasi magica del “non ci sono più i Fellini, i Monicelli e gli Scola di una volta“. Ed ecco che diventa quindi facile – di fronte ad un prodotto come Gomorra – o salire sul carro dei vincitori e gridare al miracolo o imbracciare i forconi e gridare al disastro. O, terzo ma non ultimo caso, decidere di passare da questa o quella parte in base alla convenienza.

gomorraLa seconda stagione di Gomorra ha goduto di una macchina promozionale degna delle grandi produzioni americane, seppure con quella forte caratterizzazione territoriale che è poi il marchio distintivo della serie. “Non sapete quello che vi aspetta”, raccontavano ammiccando i protagonisti nei teaser trailer di lancio. Ed effettivamente non sapevamo davvero cosa aspettarci. Perché se da un lato c’era il rischio che la serie, visto il vociare mediatico creatosi in questi ultimi due anni, subisse un duro contraccolpo qualitativo, dall’altro speravamo che la prosecuzione fosse al livello di quanto già visto. Insomma, speravamo che Gomorra non fosse l’ennesimo fuoco fatuo della serialità nostrana, una bella e promettente produzione che poi si perde nel sistema di autocompiacimento italiano e non offre agli spettatori – alla fine gli unici giudici che decidono davvero il destino di un prodotto – una visione di qualità.

Le aspettative Gomorra, come lo stesso Sollima ha raccontato durante la conferenza stampa, le ha messa da parte e si è concentrata sulla parte importante del tutto, la storia.
I primi due episodi di questa nuova stagione sono un passo in avanti, ma sono soprattutto quella presa di respiro che temevamo non arrivasse. Due puntate molto diverse tra loro: la prima è una corsa ansimante verso un finale, anzi un pre-finale, amarissimo e poco comprensibile per chi non è avvezzo alle dinamiche mentali dei mafiosi; la seconda è un alternarsi di lunghi silenzi e discorsi al vetriolo, in cui spesso a far male sono più i primi che i secondi.
Al centro della scena Ciro, Pietro e Gennaro, i tre uomini su cui la serie ha deciso di concentrarsi. Tre uomini legati indissolubilmente l’uno all’altro, non per parentela, amicizia o qualsiasi altro legame terreno, ma per quel modo di vedere la vita in un’unica direzione. Una strada tortuosa, dolorosa e misera in cui ripetutamente si finisce con i piedi in pozzanghere di sangue, non importa come e di chi. Un cammino verso un desiderio irraggiungibile – e non perché effettivamente lo sia, ma perché più loro si avvicinano alla meta e più la meta si allontana – di possesso. Cose, oggetti, persone, vite.

Il grande motore d’azione in Gomorra è il ricatto morale. Ne sono vittime consapevoli coloro che accettano di andare in carcere al posto di un altro in cambio di denaro, inconsapevoli invece sono coloro che accecati da quella spasmodica ricerca di potere stringono le mani intorno al collo della propria moglie fino a strangolarla.
gomorraIl parallelismo non è costruito a caso, visto che proprio la prima puntata ci mostra quanto in realtà non ci sia differenza tra un uomo e un altro in quella grande piazza di spaccio che è la vita dei camorristi. Entrambi sono ricattati e si auto-ricattano. L’uno guarda alla famiglia come bene da custodire, l’altro guarda alla famiglia come bene e basta. Il primo veste i panni dell’altro, mentre l’altro non sa che effettivamente quella sensazione di “benessere”, quel “è tutto sistemato” durerà solo poche ore.
Ciro è sempre stato il personaggio più ambiguo della serie, quello da cui meno ci saremmo aspettati – a torto – di essere negativamente sorpresi. Saranno le fattezze di Marco D’Amore, sarà stato quel sentimento di protezione verso la propria famiglia che gli abbiamo visto negli occhi. Con questa nuova stagione anche il minimo senso di umanità che abbiamo attribuito a quel personaggio è venuto meno, si è dissolto, nonostante il pianto – sincero – che lo vede fermarsi solo per un attimo all’uscita dall’obitorio. Ciro è l’animale, il bruto, la bestia feroce.

Non lo è affatto invece Genny, per quanto si sforzi di esserlo. Nella scorsa stagione lo avevamo lasciato malridotto ai piedi del nemico e nella prima puntata lo ritroviamo in un letto di ospedale, a combattere tra la vita e la morte. Nessuno aveva nutrito dei dubbi sul fatto che non sarebbe uscito di scena – i promo anticipavano a gran voce la centralità del suo personaggio in questi nuovi episodio – ma forse nessuno si aspettava di ritrovarlo in quel luogo, volutamente taciuto nella prima serie, in cui si è compiuta la sua trasformazione da cucciolo di mamma ad adulto in grado di camminare con le proprie gambe. Nel secondo episodio, il breve passaggio in Honduras – un “flashforward retroattivo”, come lo ha definito Sollima in conferenza stampa – ci mostra un Savastano Jr. impavido e consapevole di sè, un ragazzo che non ha più paura della violenza di cui il suo ruolo necessita. Eppure il suo è il personaggio della serie che probabilmente coltiva più paure. In primo luogo quella di non essere all’altezza. Delle aspettative, di se stesso, del padre.
L’incontro – tanto atteso quanto temuto – tra Gennaro e Pietro ha luogo in Germania, un luogo lontano dai colori e dagli odori di Napoli eppure vicino per la qualità di affari e uomini che in esso circolano. I loro sono due mondi inconciliabili, soprattutto dopo che il collante che li teneva uniti, la madre e la moglie, non c’è più. I loro silenzi sono fatti di lunghi scambi di sguardi furenti, pieni di incomprensioni, taglienti come lame affilate.
La notte che trascorreranno insieme, nonostante possa all’inizio sembrare aprire un varco di ottimismo nel rapporto padre-figlio, si rivelerà un grande, enorme tonfo nell’acqua. Genny ha bisogno del padre, ma Pietro non ha bisogno del figlio, non vuole averne bisogno. 

gomorraGomorra supera egregiamente il grande ostacolo del ritorno, a due anni di distanza dalla messa in onda della prima stagione, con un esordio che conferma quanto lavoro e dedizione ci siano dietro questo progetto. Un progetto che non ha nulla da invidiare ai colleghi stranieri.
Le trame aperte sono tante quanti sono i personaggi che popolano il mondo di Gomorra, dal pesce grande – Ciro, i Savastano, ma anche Salvatore Conte, divenuto ormai l’unico reggitore del mercato della droga – a quelli piccoli – come la new entry Scianel, il cui minutaggio dedicato permette per ora di fare solo delle speculazioni su come e quanto il suo personaggio inciderà sulle dinamiche della serie. E se qua e là è comunque da ravvisare qualche stonatura, il complesso ci fa ben sperare che questa nuova stagione di Gomorra sia in grado di affermare a voce piena che in Italia si può – e si deve – fare buona televisione.

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Episodi 2.01 e 2.02
  • Il ricatto morale
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