Gomorra

Gomorra: Recensione degli episodi 2.03 e 2.04

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gomorraSalvatore Conte era da poco tornato a Napoli da grande boss. E da altrettanto poco tempo era riuscito nell’impresa di gestire tutto il traffico della droga di Napoli e provincia, e di tenere al suo guinzaglio tutti i cani sciolti dal laccio che i Savastano avevano imbrigliato intorno al loro collo, spezzato appena dopo la caduta di Genny sotto i colpi di Ciro. Conte era indubbiamente il padrone di Napoli, con un patrimonio così esteso da non desiderare realmente nulla per il suo compleanno, perché non c’era nulla che non potesse avere. Tuttavia c’erano un sacco di cose che Conte non era o non possedeva: non poteva rilassarsi neppure per un attimo, neanche per il tempo di una sigaretta, perché i suoi affari ne avrebbero risentito. D’altronde non poteva fidarsi di nessuno di coloro aveva assoggettato al suo servizio. Per lo stesso motivo non poteva gustarsi un pranzo insieme a sua madre né poteva amare liberamente la donna di cui si era innamorato. In pubblico, impossibile: amare una transessuale per il resto della società è un orrore. Salvatore non poteva neppure professare la propria fede ipocrita senza essere condizionato da rimorsi o dalle ricadute sui propri affari, perché per il tipo di vita che conduceva non avrebbe mai conosciuto l’essenza della vera fede.

La sua morte – colpo di scena o piuttosto destino inevitabile – dimostra una cosa: Salvatore Conte era un uomo come tutti, con gli stessi problemi di tutti. Ma, cosa più importante di tutte, la strada da lui scelta non era una strada da privilegiato, né una strada da invidiare. Era piuttosto una strada che porta all’autodistruzione, sempre e comunque. La sua vita è stata insignificante, tanto quanto quelle di tutti noi altri. Sarà un peccato non poter più assistere alla grande interpretazione di Marco Palvetti.

gomorraAnche la vita di Pietro Savastano ha subito una svolta che il grande boss con fatica poteva prevedere: il rientro a Napoli – un rientro che per lui ha il significato di una riappropriazione – avviene attraverso tubi fognari e piccoli varchi in un muro. Il suo unico contatto con l’esterno e con la realtà è una donna, Patrizia, la quale accetta di fargli da “badante” solo per l’amore che porta alla propria famiglia e non ha chiesto di certo di vivere e nascere in una situazione come quella in cui si ritrova quotidianamente. Savastano è scappato da Poggioreale solo per tornare in una cella dall’aspetto diverso, ma dalla funzionalità simile: tenerlo sotto lo scacco della propria stessa vita. Patrizia è succube di una scelta necessaria, ma non dettata certo dalla propria volontà. Schiavi di una libertà che è soltanto un nome astratto.

Gomorra in fin dei conti racconta, ha scelto di raccontare di uomini e donne che vivono a Napoli, ma è un racconto che ha validità universale. Mostra, a chi sa vederlo, che non esistono nella vita strade semplici e scorciatoie, che tutto ha un prezzo. Chi guarda questa serie solo per imitare e sentirsi ispirato dalle gesta dei suoi protagonisti, probabilmente dovrebbe cambiare il punto di vista con il quale approccia alla visione di Gomorra ogni martedì sera.

Ma Gomorra è anche una serie tv, e in quanto tale può essere giudicata come opera televisiva in rapporto alle altre che girano su canali diversi. Sembra sia chiaro che essa sia l’unica serie televisiva italiana a poter competere con quelle americane e inglesi. Purtroppo però, dal momento che il pubblico italiano in larga parte è ancora troppo abituato alle fiction-spegni-cervello che regalano a fasi alterne mamma Rai e mamma Mediaset, piuttosto che cercare significati nascosti o lavorare un po’ d’intelligenza per capire le motivazioni dei personaggi, preferisce urlare cose insensate più che intavolare discussioni incentrate puramente sull’opera in sé e per sé. Denigrazioni e critiche provengono da chi non prova neppure a capirla, ma la segue in maniera passiva come farebbe con Il Segreto. Almeno, in questo senso, possiamo sperare che non ci siano personaggi realmente immortali solo perchè sono i beniamini del pubblico. Sarebbe un bel peso non poter sfruttare tutte le possibilità di sviluppo della sceneggiatura.

gomorraIl terzo episodio è sicuramente quello che spicca maggiormente tra i quattro finora trasmessi: tralasciando la parte relativa a Conte, il modo in cui ci viene mostrato quale sia il rapporto ipocrita tra religione e camorra è tanto sublime quanto veritiero. Il quarto al contrario ci proietta direttamente nel cuore narrativo di questa seconda stagione: l’equilibro non è mai stato stabile – neppure con Salvatore Conte vivo – e adesso che i Savastano stanno per tornare, c’è da aspettarsi un Ciro di Marzio sempre più leader. Il punto è che, come abbiamo visto, questo serpente deve davvero essere più furbo di tutti e ancora più spietato, se possibile, per riuscire a manipolare senza essere preso di mira dalle ire degli altri boss con cui divide le piazze di spaccio. L’introduzione del personaggio di Scianel (Cristina Donadio) ci fa capire come il mondo di Gomorra sia più vasto di quanto pensassimo e che la guerra che sta per arrivare, se ce ne sarà una, non si sarà soltanto una resa dei conti tra Ciro e Genny ma avrà un respiro più ampio.

La serie resta su alti livelli come, a mio parere, finora è sempre stata. Il terzo episodio con l’uscita di scena di Conte è forse uno dei migliori e alza l’asticella di parecchio per i prossimi a venire. Non ci resta che continuare a godere della bellezza che Gomorra offre, finchè quello che avrà da raccontare sarà reso visivamente in modo così sublime.

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Episodi 2.03 e 2.04
  • Un quadro di Caravaggio
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