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Glue: i cinque motivi per recuperare la serie

Dopo Skins e This Is England, Jack Thorne torna sul piccolo schermo e lo fa con un racconto che pone nuovamente al centro delle vicende un gruppo di amici. Alla soglia della maggiore età e alla ricerca di soluzioni temporanee o definitive a quelle situazioni che ogni loro coetaneo affronta (scuola e lavoro, madri assenti e gravidanze inattese per dirne alcune), i ragazzi e le ragazze che incontriamo in Glue trovano un conforto alle pene quotidiane nelle droghe. Un diversivo che permetta loro di allontanare i pensieri negativi, le decisioni e quella inevitabile corsa verso gli impegni dell’età adulta. Non sanno ancora che dovranno affrontare molto più di questo, qualcosa di più grande di loro.
Glue, miniserie prodotta da Eleven per E4, è uno di quegli show che non vi farà alzare dalla sedia. Per cinque precisi motivi.

Jack Thorne

Skins, This is England, Non buttiamoci giù sono soli alcuni dei suoi lavori. Jack Thorne è uno degli sceneggiatori più profilici che l’Inghilterra degli ultimi anni abbia conosciuto (l’autore si divide tra tv, cinema e teatro) e di sicuro uno dei più apprezzati nel genere drammatico. Nei suoi lavori Thorne è riuscito e riesce a raccontare ragazzi, adolescenti e non, sospesi, sempre sull’orlo del baratro. L’unica vera forza che li aiuta a non cadere nel vuoto è l’amicizia, più forte di un amore e di un legame di sangue.

glueIl cast

Uno dei punti di forza della serie è di certo il cast, composto da attori giovani e talentuosi, alcuni poco conosciuti, altri già noti al grande pubblico (tra tutti Faye Marsay, già vista in My Mad Fat Diary, Game of Thrones e Pride). Giovani ragazze e ragazzi in grado di rappresentare e rendere credibile il disagio e il dolore di una generazione che questa serie vuole raccontare. Siamo certi che sentiremo di nuovo parlare di loro.

Il luogo

In Skins era Bristol, in This Is England Sheffield. Qui, in Glue è il Berkshire  a fare da scenario alla nostra storia, nei colori e suoni del villaggio rurale immaginario di Overton. Prati infiniti colmi di fiori gialli in cui poter correre nudi al chiaro di luna, silos gonfi di grano in cui tuffarsi sotto l’effetto di droghe chimiche, praterie in cui galoppare con il vento tra i capelli. Il paesaggio è uno dei personaggi principali della serie.

glue

Il caso

Come accennato all’inizio, Glue non è solo un teen drama. Il racconto prende il via in una limpida e silenziosa sera di inizio giugno, una di quelle classiche sere in cui i protagonisti si incontrano per trascorrere serenamente delle ore insieme senza pensare al futuro. Ma il giorno dopo, con la testa ancora stordita per le ore piccole e le droghe, i giovani dovranno fare i conti con una notizia inaspettata, una di quelle che cambierà per sempre il corso della tua vita. Il più piccolo della compagnia è morto. Morto soffocato con i polmoni pieni di fango.

Le indagini

L’omicidio di Cal Bray scuoterà Overton, un piccolo, sicuro e tranquillo paesino dove fatti del genere non accadono mai. Ma il delitto e le relative indagini daranno una forte scossa anche ai legami affettivi che intercorrono tra i nostri protagonisti. Porterà a galla bugie, storie e situazioni che metteranno a dura prova un’amicizia all’apparenza sincera e solida.
Ma c’è un altro ma. Perché se molti hanno definito Glue come il nuovo Skins con il morto, la serie mette in luce quanto e come Jack Thorne sia cresciuto da quando compariva nell’elenco degli sceneggiatori della serie creata da Jamie Brittain e Bryan Elsley. Qui non si parla solo di piccole bugie tra amici, di giovani insoddisfatti alla ricerca di un equilibrio. Thorne riesce a parlare di razzismo, integrazione, omosessualità, famiglia nei gesti, nelle voci e nei sentimenti di sette giovani adulti che dovranno, volenti o nolenti, crescere. In un finale che stordirà loro come noi spettatori.

Valentina Marino

Scrivo da quando ne ho memoria. Nel mio mondo sono appena tornata dall’Isola, lavoro come copy alla Sterling Cooper Draper Price e stasera ceno a casa dei White. Ho una sorellastra che si chiama Diane Evans.

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