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Glow: Gorgeous ladies of…? – Recensione terza stagione della serie tv Netflix

Glow: recensione della terza stagione
Netflix

L’importante sarebbe mettere le cose in chiaro fin dall’inizio per evitare fraintendimenti e disillusioni in questa recensione della terza stagione di Glow. Altrimenti va a finire che anche qualcosa che sarebbe dopotutto positivo e gradevole diventa una mezza delusione. Non perché sia tutto da buttare, anzi c’è molto da apprezzare e salvare. Ma perché fino a quel momento si era fatto capire altro da quel che poi è stato. E, d’altra parte, il titolo è rimasto invariato: Glow. Solo che in questa terza stagione non è più l’acronimo di Gorgeous Ladies of Wrestling. Va bene così lo stesso?

Glow: recensione della terza stagione
Glow: Recensione della terza stagione – Credits: Netflix

Gorgeous ladies e basta

Quando due anni fa Netflix aveva rilasciato la prima stagione di Glow, la serie si era subito guadagnata il plauso unanime di critica e pubblico. Per la freschezza dei dialoghi, la qualità della recitazione, l’intelligenza della sceneggiatura, la capacità di presentare una storia di affermazione femminile in un ambiente rigidamente maschile e maschilista. E per la peculiarità di essere ambientata nel mondo del wrestling anni Ottanta con le sue gimnick parodistiche e i suoi lustrini variopinti a fare da sfondo alla maturazione di un gruppo di donne che scoprivano un modo alternativo di affermare la propria indipendenza.

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Quanto resta di tutto questo alla fine di questa terza stagione? La non felice verità è che la somma non fa più il totale. Gli ingredienti sono ancora lì in buona parte, ma la sensazione è che siano stati messi in bella mostra senza più avere un contenitore dove mescolarli per poi infornare e servire a cottura ultimata. Le gorgeous ladies sono ancora dietro le quinte e seguirle mentre si barcamenano tra la finzione del palco e la verità di ogni giorno è ancora piacevole. Ma ormai restano lì dietro. Cosa accade su quel ring ormai lo si vede sempre meno. E sempre meno cosa accade fuori da quel ring è legato allo show che da il nome alla serie. Un male minore?

Non esattamente. Sia nella prima che nella seconda stagione, le storyline delle diverse protagoniste finivano per intrecciarsi con lo show. Ruth e Debbie dovevano trovare la propria realizzazione personale nei personaggi di Zoya the Destroya e Liberty Belle accettando un ruolo diverso da quello sognato di attrici. Cherry e Keith cercavano un equilibrio tra una famiglia da creare e una carriera da avviare. Carmen dimostrava ai fratelli la propria autonomia invadendo la loro comfort zone. Tammé riusciva a non nascondere all’adorato figlio il suo lavoro superando il complesso di inferiorità. Storie che avevano una propria originalità anche perché intrecciate con un mondo del wrestling che donava loro una venatura differente assente in altre serie tv.

Cosa diventa Glow quando questo fil rouge viene spezzato? Una buona serie che parla dei problemi delle sue protagoniste. Come ce ne sono molte. Non più un unicum particolare, ma un nome tra tanti. Ancora un male minore?

Glow: recensione della terza stagione
Glow: Recensione della terza stagione – Credits: Netflix

Guidare con il pilota automatico

Si potrebbe accettare questa decisione di lasciare da parte il legame con il mondo del wrestling se la serie riuscisse ad offrire una alternativa interessante. Se da un menù collaudato si toglie un piatto è perché lo si sostituisce con un’altra proposta succulenta. Questo, purtroppo, non succede. Glow (la serie) sembra procedere come Glow (lo show): va avanti da solo senza che nessuno si preoccupi di cambiare qualcosa per evitare che cominci ad essere ripetitivo.

Problema che per la serie si traduce in una stasi dei personaggi. Ruth rimane ancora bloccata nell’irrisolto conflitto tra ciò che aspirerebbe ad essere e ciò che con successo riesce ad essere. Ritorna a pensare alla carriera di attrice pur non provando sostanzialmente ad esserlo. E, nonostante la storia con Russell sembrasse aver chiarito i confini del rapporto con Sam, di nuovo la si ritrova ad oscillare tra una certezza rassicurante e un vorrei ma non posso ma forse si.

Basta non schiantarsi

Simile problema per Cherry e Keith che tornano al punto di partenza facendo della volontà o meno di avere un figlio il casus belli per un tira e molla di cui non si sentiva il bisogno. Come fuori tempo è la storyline dell’outing esplicito di Arthie che sembra piuttosto fuori luogo dopo che da tempo fa coppia con Yolanda. Un modo per avvicinarsi alle tematiche dei diritti LGBT negli anni in cui scoppiava l’epidemia di AIDS ottenuto anche tramite la new entry Bobby, ma che risulta troppo timido e annacquato per essere davvero interessante.

Alla fine l’unico personaggio che davvero evolve è Sheila che abbandona la pelliccia e la parrucca da donna lupo in seguito ad una salvifica epifania. Percorso, forse, troppo improvviso, ma scritto in maniera coerente e con i tempi giusti. Perché Sheila si era vestita da donna lupo per non essere costretta ad essere ciò che non voleva. E di quei panni si libera quando capisce che le impediscono di essere ciò che vuole.

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Una evoluzione positiva che manca a tutti gli altri personaggi della serie. Perché andare con il pilota automatico è comodo, ma lo puoi fare solo se non vuoi cambiare strada. Ma, come per ogni serie, restare sulla stessa via significa essere immobili. E nessuna serie può permetterselo. Neanche Glow.

Glow: recensione della terza stagione
Glow: Recensione della terza stagione – Credits: Netflix

Troppo poco e troppo in fretta per la terza stagione di Glow

Glow comunque ci prova a non correre questo rischio. Solo che le storyline originali di questa terza stagione sono presentate e sviluppate in maniera troppo raffazzonata e troppo in fretta. Al punto che quasi sembra di assistere ad un procedurale dove le trame iniziano e finiscono nel tempo di un solo episodio.

Esemplare, in questo senso, è la relazione di Melanie con il gigolò Paul che è poco più di una occasione colta al volo per regalare un sorriso low cost giocando sulla vanità della vivace wrestler. Qualche scena divertente e poi niente più tranne qualche accenno ad hoc quando serve richiamare in scena uno o l’altro dei due. Anche il desiderio di Carmen di non essere vista come l’amica destinata a restare zitella è presentato en passant per poi ritrovarsi improvvisamente con lei che va ad un appuntamento senza che si capisca come si sia arrivati a ciò.

Un’occasione sprecata è poi la storyline di Tammé e del suo abuso di alcool e antidolorifici per curare il mal di schiena dovuto ai troppi bump sul ring. Un problema reale che affligge molti wrestler con conclusioni spesso tragiche e di cui è a conoscenza diretta Kia Stevens (che interpreta la Welfare Queen, ma è anche l’unica ad essere davvero una wrestler). Ma Glow ormai non pensa più al wrestling.

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Ed il problema è che non pensa troppo neanche a fare attenzione a non seminare buchi di sceneggiatura. Lo si vede dal percorso di Debbie in questa stagione. Prima sembra che la lontananza dal figlio sia un problema insormontabile che non può essere risolto neanche facendolo venire a vivere con lei. Salvo poi dimenticarsene completamente quando inizia la relazione con il ricco magnate. Trovando una serenità a cui rinuncia ex abrupto per una frase scoprendone il maschilismo latente dopo esserci stata insieme per mesi. Arrivando poi a rubargli l’affare solo perché alla serie serve una scusa per lasciare Las Vegas. Tutto troppo in fretta e troppo ad hoc per essere credibile. Come anche il ritorno di Justine e il successo immediato come sceneggiatrice che è messo lì per portare via Sam dallo show e dare una svolta in negativo al rapporto con Ruth.

Glow chiude la sua terza stagione suggerendo un ritorno alle ambientazioni degli esordi. Resta da sperare che allontanarsi dalle paillettes luccicanti della città dei casinò smetta di abbagliare gli autori. Le gorgeous ladies ci sono ancora. Aspettiamo di rivedere oltre loro anche Glow.

Glow: la recensione della terza stagione
3

Giudizio complessivo

Una serie ancora sufficiente ma che ha perso le sue peculiarità per diventare solo una tra tante

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